Antonello Cresti, “Solchi sperimentali Italia – 50 anni di italiche musiche altre” (Crack Edizioni): una recensione – saggio di Roberto Franco

Creato il 18 febbraio 2016 da Criticaimpura @CriticaImpura
Antonello Cresti, “Solchi sperimentali Italia – 50 anni di musiche altre”, Crac Edizioni, 2015

Di ROBERTO FRANCO

Non è casuale che il libro di Cresti dedicato alla scena sperimentale italiana nell’ambito di un periodo che quasi sfiora il mezzo secolo, si apra con una scheda a proposito di Dedicato a… di Le Stelle di Mario Schifano (dalla splendida copertina si cui è autore lo stesso Schifano), uscito nel lontano ’67. Se sul secondo lato, infatti, l’album colleziona canzoni psichedeliche piuttosto naif, il primo lato è occupato da una sorta di temeraria e delirante jam free-form, Le ultime parole di Brandimarte, (da l’Orlando furioso), ospite Peter Hartman. 

Oltre che un riconoscimento di una sorta di primogenitura nell’ambito della musica italiana sperimentale non accademica, la scelta rappresenta forse un tributo a quell’osare, spesso in una situazione di isolamento o all’interno ambiti molto borderline, che caratterizzerà la scelte e le azioni degli sperimentatori o semi-sperimentatori italiani. Sperimentatori così spesso bistrattati, inascoltati, dimenticati, poiché si situeranno fuori dagli schemi sia della popolar music che della musica accademica. Musica accademica che l’autore sceglie di non trattare direttamente, così come aveva fatto nel primo volume di Solchi Sperimentali, quello dedicato alla scena internazionale.

Per quanto riguarda la sperimentazione di origine accademica contaminata e il prog-rock, i riferimenti principali di Cresti sembrano essere rispettivamente Franco Battiato (la cui impronta meditativa e spirituale influenzerà vari artisti successivi) e gli Area, con la loro incredibile influenza e carica innovativa. Nell’ambito del territorio più rigorosamente sperimentale (cioè che più confina con la musica contemporanea), è analizzato all’interno del libro il seminale Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza, la cui variegata proposta avanguardistica, con un occhio rivolto alla popular, richiama analoghe esperienze collettive come l’inglese AMM o la più internazionale (ma nata in Italia, paese mai secondario nell’evoluzione dell’avanguardia colta) Musica Elettronica Viva.

Cresti esamina quindi artisti dagli studi classici come Roberto Cacciapaglia, che con lo strepitoso Sonanze (1975) coniugherà un’elettronica parzialmente di marca krautrock con spunti di popular, utilizzando un organico cameristico acustico di marca classica, e che con il non meno sorprendente Sei note in logica (1979) si rivelerà, per citare lo stesso Cresti, validissimo interprete italiano del minimalismo più geometrico, alla Riley di In C, o alla Steve Reich.

Ma Cresti dà spazio anche a un irregolare quasi per antonomasia come il compositore milanese Maurizio Marsico, cresciuto negli anni ’80 con la new wave più borderline (ma titolare di svariati progetti alternativi), di cui l’autore isola titoli interessantissimi e radicalmente differenti tra loro, come il residentsiano Friend’s Portrait (1981, attribuito a Monofonic Orchestra) e l’iridescente, sognante opera elettronica Il Sole Visto Dal Cielo(1994).

Importante è l’accento che Cresti pone sulla dimensione collettiva della sperimentazione dei Seventies. Come quando si dilunga sull’esperienza del Telaio Magnetico, collettivo formatosi apposta per una serie di concerti svoltisi nel 1975, e composto da Franco Battiato, Juri Camisasca, Terra Di Benedetto, Lino Capra Vaccina e altri nomi dello sperimentalismo italico. Le relative registrazioni che ci sono pervenute, intrise di una psichedelia dalla dolcezza primordiale e infinita, che a tratti ricorda Nico, sono diventate leggendarie

L’esperienza sarà in parte replicata nel 1978 dall’omonimo lp autoprodotto di Albergo Intergalattico Spaziale di Mino Di Martino e Terra Di Benedetto, album che deve qualcosa a uno space rock à la Gong o à la Hawkwind, ma che sviluppa un’originalissima psichedelia mistica e introversa, che richiama parzialmente il Telaio Magnetico. L’album si chiude con Hymalaia, che sviluppa una specie di coralità post-psichedelica che rammenta addirittura i primissimi Jefferson Starship.

La disamina dei cosiddetti cantautori non è, per ovvie ragioni, inclusa nell’opera, salvo rari casi come quello dell’assolutamente irregolare Juri Camisasca o di Claudio Rocchi che, da un cantautorato colto dalle venature psichedeliche, passerà, sulle orme di Battiato, a una sperimentazione elettronica che darà i suoi frutti più audaci nell’affascinante Suoni di frontiera (1976), con tanto di utilizzo di nastri e primitive forme di campionamento.

Per quanto riguarda il progressive-rock, Cresti tralascia di citare i nomi più convenzionali (Le Orme, Il Rovescio della Medaglia, PFM eccetera), per concentrarsi su formazioni più al limite con l’avanguardia colta, come i sunnominati Area, gli Opus Avantra, i Pierrot Lunaire, oppure ensemble vicini al Canterbury Sound o al Rock In Opposition, come i Picchio dal Pozzo o gli Stormy Six.

Del Banco poi prende in esame, sia pure molto dettagliatamente, una sola opera, tra le meno note dell’ensemble, quel …Di Terra, uscito nel 1978, che prevede un ciclo di composizioni elaborate per la sincretica compresenza di orchestra e band con i rispettivi, usuali strumenti. Ma, ed è qui la novità rispetto a simili precedenti esperimenti nell’ambito del rock, sperimentando un’interazione davvero dettagliata e totale tra gruppo e orchestra.

Sono infine molto apprezzati da Cresti gli Aktuala dei primi due album (Aktuala, 1973 e La Terra, 1974), sorta di versione in chiave mediterranea della Third Ear Band. Un ensemble etnico la cui musica non ha una nota superflua, che a differenza molti esempi di esperienze etnicheggianti successive, non perde mai un’oncia di precisione e rigore. L’autore segnala quindi un capolavoro a lungo dimenticato (ma recentemente ristampato da Die Schlachtel) del percussionista Lino Capra Vaccina, Antico Adagio (1978), dove il blues mediterraneo degli Aktuala viene rielaborato, in alcuni suoi tratti, in un’opera, a detta di Cresti,di musica  pre-umana e proveniente direttamente dal cosmo, con una proposta che è assoluta, archetipica, primordiale, ricca di una sorta di minimalismo spirituale, quasi geometrico, mai udito prima.

La psichedelia sembra attraversare quasi come una costante, magari latente o sottotraccia, l’interezza dell’opera. Ma Cresti si occupa ovviamente anche di gruppi eminentemente psichedelici:

i veterani No Strange affrontano, proprio nel loro recente doppio album, Armonia vivente tra analogie e contrasti (2014), un approccio totalizzante e onnicomprensivo (alla materia psichedelica), nell’unire in in un’unica forma espressiva sognanti lacerti acustici,lunghi raga orientalizzanti, tribalismi assortiti, asprezze krautrock, esplosioni di suono elettronico.

Universi e trasparenze (2015), album uscito per celebrare il loro trentennale, ha la peculiarità di riproporre momenti fondativi della propria Weltanshauung sonora, prevedendo brani di artisti come Riley e Lamonte Young piuttosto che Barrett o Beatles.

Tutt’altro il discorso per i Mamuthones, progetto di Alessio Gastaldello, ex batterista dei Jennifer Gentle che, soprattutto con il secondo, omonimo album del 2011 coniuga tribalismo e avanguardia psichedelica. L’opera, ricca di sprazzi estatici e incursioni metal, evoca l’epica grandiosità dei Pink Floyd di Ummagumma.

Non deve stupire più di tanto la collaborazione dell’ensemble con lo sperimentatore elettronico Fabio Orsi (oggettivatosi nel notevole split The First Born del 2008), la straordinaria opera del quale si situa solitamente (ma non esclusivamente) nelle vicinanze di temi e ambienti grey area.

E sono proprio l’industrial e il post-industrial italiani, non alieni, come quelli a livello internazionale, a vere e proprie ascendenze psichedeliche e free-form, anche in senso molto lato, a costituire terreno di proficua esplorazione per l’autore.

Impossibile non riflettere ora su qualche grande nome storico dell’industrial e post, sia in senso stretto che lato: I T.A.C. di Simon Balestrazzi (in realtà quelli più esterni a un discorso propriamente industrial; ma qui, come del resto lo stesso Cresti nel suo libro, ho dovere di sintesi), hanno conosciuto, per stessa ammissione dell’autore, un’evoluzione troppo vasta e complessa per essere  adeguatamente riassunta in una scheda. A parere di quest’ultimo la dimensione ritualistica, per quanto spesso implicita ed espressa in varie modalità più o meno palesi, potrebbe essere ipotizzata quale minimo comune denominatore della produzione del collettivo, forse sin dal primo omonimo album del 1983, intriso di no wave.

Se però io ne avverto una discontinua presenza solo a partire da Il Teatro Della Crudeltà (1987), fatico a trovarne tracce di sufficiente rilevanza nel cupo, arcano, minimale ma complesso A Circle of Limbs (1993), dagli spunti sinfonici e le molte intuizioni sviluppate come sottotraccia. Gli avrei preferito il più neoclassico La Nouvelle Art Du Deuil (1995) per stabilire un percorso evolutivo legato il capolavoro successivo.

Apotropaismo (1997), opera pienamente caratterizzata da un esoterismo sonoro a tutto campo, di cui Cresti intuisce l’importanza strutturale, è percorso da sonorità possenti e marziali, quasi neo-medievali, con le splendide parti vocali di Emilia Lo Jacono (che all’epoca canta anche nei Kirlian Camera) già presenti nell’album precedente, giungendo a evocare atmosfere e tematiche neoclassiche, pur all’interno di una cornice di raffinati droni ed elementi ipnotico-tribali. Tanto che la splendida La Notte di Pan ricorda la suite di Fingerprice dei Residents.

Il milanese Maurizio Bianchi, uno dei padri fondatori dell’industrial e del noise, è anche, cito Cresti, un profondo conoscitore di musica concreta, elettronica, di ricerca in genere. I suoi primi lavori, dopo la pionieristica esperienza Sacher Pelz, pur estremi e isolazionisti, risultano altamente complessi e cerebrali, e si susseguono quasi come un concept che si evolve per gradi. Poco in comune con pionieri del noise come Merzbow e Whitehouse, cui Bianchi è talora accomunato: la sua opera dei primi anni ’80 è una sorta di elettroencefalogramma cosmico in divenire delle emozioni e dei pensieri più riposti e indicibili dell’animo umano. Di questo primo percorso, Cresti isola quattro album che ritieni particolarmente significativi: lo scioccante documento di estremismo sonoro Symphony for a Genocyde (1981) e Mectpyo Bacterium (1982), lavoro,commenta Cresti, definito di musica bionica, che presenta lunghe e profonde frequenze sonore, intrecciate a disturbi ed effetti, iceberg di note che colpiscono per potenza espressiva, sia pur nel loro ascetico minimalismo. Quindi The Plain Truth (1983), più legato a suggestioni krautrock, e infine Armaghedon (1984), opera che propone un dark-ambient ipnotico, violentemente onirico, in una forma arcanamente strutturata. Ma basterebbe a malapena un libro intero per analizzare seriamente l’opera di questo genio pressoché auto-recluso.

Altro, più diretto, maestro del noise in Italia è stato Marco Corbelli, alias Atrax Morgue, la cui vastissima produzione di power electronics oscuro e caoticamente magmatico ha rimodellato le fondamenta del genere a partire dagli anni ’90. La sua musica senza redenzione è devastante, ma niente affatto banale. Il suo tragico suicidio, avvenuto a trentasette anni, è parso a più osservatori estremamente coerente con il corpus della sua opera.

I milanesi Sigillum S di Eraldo Benocchi e Paolo Bandera propongono, nella seconda metà degli ani Ottanta, una musica rituale vicina a quella dei Current 93, ma con una grande attitudine professionale verso il suono, che per Cresti rende i loro lavori più di classe delle stesse produzioni del progetto di David Tibet.

Dopo aver partorito il loro capolavoro tecnologico-ritualistico Bardo Thos-Grol (1987), una sorta di sonorizzazione del Libro Tibetano dei Morti, i Sigillum S percorreranno altre strade in un ambito più marcatamente industrial/power electronics, vicino a una rielaborazione di tematiche sonore appartenenti ai classici primordi del genere, sempre con una severa originalità. Ma la seconda fase della loro produzione è qui poco trattata,

Per Cresti (e per il sottoscritto), il doppio album – singolo cd 23/20 (2007), sorta di White Album del post-industrial, non può che apparire come una summa di un viaggio sonoro intrapreso oltre vent’anni prima e che è stato capace negli anni di rivestirsi di coloriture sempre differenti. Anche se c’è da sottolineare che l’opera risente molto dei lavori solistici di Bernocchi e del progetto Sshe Retina Stimulants di Bandera.

Altro grosso nome dell’industrial/grey area, troppo spesso dimenticato in passato, è quello dell’artista e scrittore savonese Federico De Caroli alias Deca.

La carriera densa e sfaccettata di Deca, che ha anche utilizzato differenti monicker, votata a elaborare tutte le declinazioni dell’elettronica, da Jarre al post-industrial, conosce secondo Cresti il suo primo vertice in Claustrophobia (1989), eccelsa opera di dark melodico dai contorni raffinatamente colti e sperimentali.

Ma è Simbionte (2002), a essere considerato dai più il suo capolavoro: abbandonata la melodia, l’artista costruisce una sorta di radiografia onirica, tutta elettronica, di zone mentali tra a vita e la morte, declinando con rigore e fluenza tutte le possibili sfumature dell’oscurità. Si tratta di un album, a detta di Cresti, in cui le consuete allusioni fantascientifiche si fanno suono in un mondo popolato di basse frequenze, strani riverberi, vocals robotiche e filtrate, ritmi sospesi in aloni incongrui di suono a fungere da collante tra l’enorme varietà di sonorità utilizzate.

De Caroli è anche un visionario narratore e artista figurativo, che attribuisce molta importanza a uno spazio parallelo di percezioni oniriche, tanto da considerarle condizione imprescindibile della conoscenza. Il recente Onirodrome Apocalypse (2014), pur conservando ed evolvendo tematiche presenti in Simbionte, è un’opera di maggior fruibilità e più vario respiro, consistente di un’elettronica conturbante e avvolgente, inquietante e dolcemente ipnotica allo stesso tempo. Ma costituisce anche una sorta di summa di un’intera, folgorante vicenda artistica, ormai trentennale.

La musica rituale degli anni ’80, ispirata dalla comunità  post-industrial inglese (Psychic Tv, Current 93, Coil), ha conosciuto una storia importante in Italia, dalla seconda metà degli Eighties: dal rigore esoterico, vicino alla musica concreta, dei romani Ain Soph, che troverà parzialmente sbocco in un percorso neofolk giudicato molto rilevante a livello internazionale, all’esperienza più fluida dei LAShTAL, al magma collagistico dei Rosemary’s Baby, dapprima, attraverso il Centro Studi Babalon, titolari della filiazione italiana del Temple Of Psychic Youth di Genesis P. Orrdige, poi addirittura convertitisi al cristianesimo, fino ai primi esperimenti esoterici dei Nightmare Lodge di Ivan Iusco, fondatore della label Minus Habens, progetto che evolverà verso un dark-ambient particolarmente originale. Si approda infine all’universo spirituale del flautista Gregorio Bardini, membro dapprima dei T.A.C., quindi dei modenesi Thelema, di cui però a Cresti non interessa la classica produzione dark-wave, ma la cassetta di musica rituale Rosa + Croce, diffusa ne 1985 in edizione limitata. Vi si può ascoltare il flautismo esoterico di Bardini, ascetico esploratore spirituale ispirato dalla Third Ear Band (e suonatore di svariati strumenti acustici), che si muoverà in seguito entro un microcosmo sonoro che andrà da un certo neo-classicismo, a forme di avanguardia, a una produzione vicina, prima di tutto concettualmente, al martial e al neofolk.

I toscani Limbo propongono una brillante sintesi del ritualismo e altre tendenze estreme dell’universo grey area (per citare Cresti: esoterismo, magia sexualis, provocazione anticristiana, estetica shock). Una sintesi sorretta dalla grande cultura e capacità di elaborazione filosofica del cantante Gianluca Becuzzi. Le loro svariate intuizione musicali saranno via via incanalate in un tessuto ritmico metronomico gelido e tribale,che sfocerà nella formidabile elettronica e nell’EBM illuminata del terzo album Vox Insana (1992).

Ma  il discorso post-industrial. è portato avanti proficuamente anche da più giovani generazioni, tra cui si distingue il poliedrico Daniele Santagiuliana, dalla produzione vasta e diversificata. Cresti ne isola due lavori che giudica probabilmente i più rappresentativi, primo dei quali è Jeremiad (2014), a suo nome, che propone un cupo e spoglio dark-folk rallentato fino a dare impressioni di sfasamento e alterità onirica. L’onirismo di Santagiuliana si sviluppa anche nel collage rumoristico-ipnotico di The Opal Sequence (2015), a nome Testing Vault (la seconda opera esaminata da Cresti), dalle sonorità sorprendenti. Peccato che Solchi Sperimentali Italia sia uscito troppo presto per segnalare il monumentale capolavoro Disintegrator (2015) di Testing Vault, un cofanetto di sei cdr in cui l’artista propone un lungo, appassionante viaggio tra percorsi onirici e sentori di pre-morte, a partire da una specie di dark/ambient che deve qualcosa a MZ. 412 e ad alcune intuizioni dei Controlled Bleeding, per approdare passo dopo passo a una sorta di originalissimo noise elettronico, in parte ispirato ai Premature Ejaculation di Rozz Williams.

Ma in realtà quasi l’intera area dell’industrial classico è in perenne movimento, spesso con progetti nuovi, mai nostalgici o revivalistici, e ciò la accomuna in qualche modo agli sperimentatori dei Seventies.

Eraldo Bernocchi, in particolare, ha conosciuto una carriera solistica folgorante: ha collaborato a più riprese con giganti quali Bill Laswell e il trombettista elettrico Toshinori Kondo per un progetto di dub sperimentale come Charged, ma non solo. Ha realizzato un sopraffino album post-ambient in compagnia di Robin Guthrie e Harold Budd, Winter Garden (2011). Infine ha fondato gli Obake, notevole progetto di metal mutante.

Gianluca Becuzzi, dopo lo scioglimento dei Limbo, ha avviato il sorprendente progetto Kinetix, il cui album White Rooms (2005) Cresti afferma essere un lavoro che abbandona qualsiasi riferimento a forme di composizione strutturate (ambient, ecc.) preferendo compiere una ricerca, ascetica e rigorosa, nell’ambito delle micro-sonorità, dei rumori di sottofondo, del glitch elettronico. Nel 2004 ha poi realizzato, insieme a Fabio Orsi, il fantastico Muddy Speaking Ghosts Through My Machines, un lavoro in cui il drone elettronico viene posto a basamento per una serie di registrazioni di canti blues e country-folk che sembrano affiorare dalle nebbie del tempo e diffondersi da una time capsule sonora, per poi consentire ad una visione più propriamente ambientale (con palpiti elettronici e chitarra) di prendersi il proscenio.

Un altro importante componente i Limbo del secondo periodo, Diego Loporcaro, ha dato vita all’EBM visionaria dei Kebabträume, mentre Simon Balestrazzi, tra le altre cose, ha fondato insieme a Corrado Altieri, il progetto Candor Chasma,il cui esordio Rings (2012), propone un’elettronica cupa e gelida, ma estremamente precisa e raffinata, dando vita a paesaggi di psichedelia post-industriale. Anche Maurizio Bianchi, dopo un lunghissimo periodo di pausa cominciato nel 1984, ha dato alla luce una cospicua serie di lavori molto distanti dai suoi esordi, spesso pervasi da sonorità ambient meno oppressive. Cresti dà risalto in particolare a Violichte (2010), raffinata opera collagistica in cui l’artista scompone e ricompone frasi di violini in un delicato flusso sonoro, riportando alla memoria i bordoni di Tony Conrad. E l’elenco potrebbe continuare.

Per quanto riguarda chi, ai confini dell’ universo industrial e post, si è dedicato a un tipo di proposta musicale più fruibile o classicheggiante, meritano un posto di rilievo i Kirlian Camera di Angelo Bergamini, estremo talento dell’elettronica, presente tra l’altro nell’organico degli ultimi tre album dei T.A.C. qui esaminati.

E’ un atto generoso e sicuramente appassionato, da parte di Cresti, includere una band dalla trentennale, variegatissima carriera, ma con una produzione perlopiù synth-pop (per quanto marziale, aulico, con arrangiamenti elettronici stupefacenti), in un libro sulla musica sperimentale. Specie dopo che l’ensemble è stato per anni bellamente ignorato dalla stampa musicale specializzata italiana, se non quella di marca prettamente dark-wave, nonostante la fama e l’estrema rilevanza. Ma la carriera dei Kirlian Camera.è troppo lunga e complessa per una semplice scheda, e Cresti si è dovuto limitare a segnalare Pictures For Eternity (1996) per la preponderanza di un’elettronica decostruita, elaborata e sinfonica e, in maniera più convincente, Still Air (2000), di cui intuisce la novità di un uso dell’elettronica assoluto e disumanizzante, pur nel mantenimento della forma canzone. Non comprendo invece l’inclusione di Eclipse (1988), uno degli album in assoluto più pop e meno sperimentali partoriti gruppo (se non per la lunga Tor Zwei), in luogo, ad esempio di Solaris – The Last Corridor (1995), soprattutto nella sua versione in doppio cd, o quantomeno di Todesengel – The Fall Of Life (1991).

Cresti individua infine nei side-project di Bergamini Andromeda Complex (che deve comunque molto a Celestino Pes, l’altro componente) e Stalingrad i due estremi opposti della  vena più sperimentale del fondatore dei Kirlian Camera: l’uno minimale e reiterativo, l’altro magniloquente e apocalittico, pregno di sinfonismo elettronico.

Se il milanese Stefano Musso, alias Alio Die, coniuga ambient e ritualismo per elaborare una musica dalla visione mistica e meditativa che per Cresti ha il suo apice nell’impalpabile Deconsacrated and Pure del 2012 (ma tra le svariate collaborazioni del musicista, è necessario ricordare almeno quella di Asparas del 2001, con l’eccezionale sperimentatrice vocale Amelia Cuni), con Runes Order (Claudio Dondo) progetto impregnato di misticismo nero, si approda a un ritual-ambient elettronico dai contorni inquietanti e le sfumature glaciali, di cui Cresti apprezza le evoluzioni verso coloriture dark-prog o black metal. Insieme a un altro maestro del dark-ambient più luciferino, Paolo Beltrame (Die Sonne Satans), Dondo realizza uno split album, Copula (1994), a nome Atom Infant Incubator, che conia una sorta di sleep music plumbea e semiconscia, che Cresti paragona a Coil e Robert Rich, e che contribuisce ad ampliare i confini del genere.

Sono presi in esame anche ensemble vicini al neofolk, come i Camerata Mediolanense, con il loro aristocratico ritorno a una musica antica, quasi medievale o rinascimentale e al mondo poetico che la ispirava, per dare vita a un folk raffinato e marziale, con suggestivi inserti di synth, tromba e vari strumenti acustici; oppure i più complessi, immaginifici, semi-avanguardistici e totali Ordo Equitum Solis.

L’autore prende in esame anche i più  rigorosi e filologici Ataraxia, rivisitatori di temi di musica medievale sacra e profana, che unendoli a spunti compositivi barocchi, non disdegnano incursioni in ambito etnico. Ci fa scoprire infine due piccoli gioielli come Né L’être… Eternel (2000) e Phalène D’onyx (2012) degli Autunna et sa Rose, sorta di Hugo Largo nostrani sospesi tra avanguardia semi-acustica, neocamerismo e dark-folk.

Cresti, inserendo tante schede (che io ho citato solo in parte) di ambito cosiddetto grey area, ha realizzato un’operazione di portata storica, contestualizzando i generi che vi fanno capo, dall’industrial al dark-ambient al neofolk più evoluto, in un ambito più ampio di musica sperimentale e d’avanguardia.

Ovvio che la new wave più classica lo abbia interessato meno, con significative eccezioni, che citerò solo in parte:i piacentini A.T.R.O.X, dalla forte vena sperimentale ispirata ora ai Tuxedomoon, ora al krautrock ora dai Residents, similari ai più zappiani Le Forbici di Manitù, apparentemente seguaci, in differenti misure, di Negativland, Residents, Half Japanese, che però appartengono più a un ambito post-industrial e conosceranno le loro fortune in anni un po’ più recenti.

Quindi due importanti gruppi di passaggio tra avanguardia Seventies e nuove tendenze new wave: i bolognesi Confusional Quartet, eredi degli Area ma suggestionati dalle nuove visioni proposte da Residents (soprattutto) e Devo, e i bresciani Art Fleury, eccellenti avanguardisti dal chitarrismo  post-psichedelico, ispirati soprattutto da Art Bears e Faust, ma che si evolveranno verso territori wave.

Potrei andare avanti per altre sei cartelle a segnalare, tra le centinaia di schede di Cresti, non solo nuove eccezionali scoperte di particolarissimi compositori e gruppi, ma anche di intere nuove micro-aree musicali.

Mi limiterò invece a segnalare due ensemble post-rock significativamente ben più celebrati all’estero che in Italia: i Larsen, che proiettano in un universo di droni e brandelli di suono concezioni sonore velvettiane, per poi, superato il post-rock, realizzare, con micro-suoni e flussi quasi immaginari, sinfonie minimali dall’afflato cosmico, e i prolificissimi My Cat is an Alien, che se ancora in Landscapes of an Electric City (1999), si dedicano perlopiù a delicate e rarefatte stratificazioni di suono che posseggono ancora una loro fisicità, in opere più tarde, come Cosmic Light of the Third Millennium (2006), conieranno un’astrazione del suono è ancora più deliberata (cosicché) tutto sembra assumere i contorni di un’arcana sideralità che, pur attraverso mezzi diversi, sembra rievocare certe opere elettroniche dei Coil.  

Similmente al primo volume di Solchi Sperimentali, questa monumentale opera di quasi cinquecento pagine, con centinaia di schede e interviste, non ha alcuna pretesa di completezza, limitandosi a suggerire dei percorsi. Ma il fatto che il campo scelto – la musica sperimentale italiana non accademica – sia più ristretto rispetto a quello dell’opera precedente e i rimandi siano ricchi e preziosi, fa sì che il libro riesca a tracciare lo stupefacente profilo di una musica alternativa italiana, trascorsa e attuale, lontana dall’indie nazionale, abulico e auto compiaciuto, drogato da certe riviste di settore.

Un’occasione più unica che rara di scoperta e/o approfondimento del tema.