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Appartenenza sfocata

Creato il 12 febbraio 2019 da Gadilu

Appartenenza sfocata

Qualche giorno fa ho avuto il privilegio di avere ospite Giuliano Vettorato – il nuovo assessore provinciale alla cultura e scuola italiana – nell’ultima puntata della mia “Lampada Verde”, la serata di discussione che modero ogni due mesi a Merano al Club OstWest. Mi ha fatto l’impressione di una persona modesta (non necessariamente nell’accezione più negativa del termine), disposta a confrontarsi seriamente con il compito non facile che lo aspetta, ma tutto sommato ancora molto all’oscuro per quanto concerne l’idea principale che dovrebbe guidarlo nel suo lavoro. All’oscuro, dicevo, proprio per l’oscurità intrinseca, la sfocatezza del concetto che egli vorrebbe programmaticamente mettere a fuoco, ovvero un “focus” sull’appartenenza degli altoatesini a questa terra. Parlando di fuoco e di “focus” mi viene in mente il giochino dell’indovinello che si faceva da piccoli. Ricordate? Qualcuno doveva pensare una cosa (un oggetto, per esempio) e poi rispondere a delle domande che gli altri gli (o le) ponevano per scoprire a cosa aveva pensato. È grande? Acqua. È piccolo? Fuoco. Si trova in casa? Acqua. Sta in giardino? Ecco, fuochino. E così via. Quando le domande si apprestavano a farsi sempre più circoscritte, e per così dire a puntare senza indugi l’oggetto cercato, si poteva finalmente dire fuoco, fuochissimo, brucia tutto, e il mistero andava presto in fumo. Anche la ricerca dell’appartenenza degli altoatesini a questa terra potrebbe assomigliare al giochino dell’indovinello, e ci si potrebbero immaginare quei raduni di persone che si siedono in tondo, tutti con dei cartoncini colorati, dei pennarelli. Poi si formano i gruppi, ogni gruppo va a discutere in un angolo, o in un’altra stanza, quindi si torna tutti insieme e si presenta il risultato di questo cercare: acqua, fuochino, fuoco. In genere ciò che si trova sono banalità luoghi, comuni, frasi fatte. In una formula: pessima psicologia sociale. Cosa troverebbero ricercatori siffatti? Certamente non la robusta e sapida identità che essi ingenuamente invidiano ai “tedeschi” (neppure i “tedeschi”, peraltro, possono contare su quel piatto prelibatissimo, ma loro non hanno bisogno di imbastire faticose ricerche, giacché pensano di mangiarselo tutti i giorni), ma al contrario troverebbero l’acqua insulsa di qualche frase di circostanza sulla bellezza delle “nostre” montagne, l’imprescindibile richiamo ai “nostri” simboli confessionali e una grandissima lode dell’autonomia “più bella del mondo”, una lode che agli italiani di qui (ma anche a non pochi “tedeschi”, quelli più indipendentisti) è sempre risultata quasi impronunciabile o pronunciabile solo dopo molti gargarismi di grappa. L’appartenenza, vorrei timidamente suggerire all’assessore e ai suoi focalizzanti ricercatori, molto spesso è una trappola cognitiva e sentimentale: se abbiamo bisogno di cercarla vuol dire che non ce l’abbiamo (e non la troveremo), se invece ci riconosciamo come appartenenti a qualcuno, a qualcosa, allora è sicuro che non stiamo lì a spendere tante parole per chiederci in cosa consista, ad alzarci il maglione per controllare l’ombelico, e magari anche il cordone ombelicale con tutto quello che ci starebbe ancora attaccato.

#maltrattamenti

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