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Arco di ferro – Prologo

Creato il 01 febbraio 2018 da Francesco Vitellini @vitellini

Tutto iniziò con la comparsa nel cielo di una stella infuocata.

Gon rimase immobile quando la vide. Mentre i suoi compagni nascondevano il volto tra le mani, il cacciatore rimase a fissare lo strano oggetto nel cielo.

Gon Senza Paura lo chiamavano, e non senza motivo. Gli altri dieci uomini con lui erano cacciatori coraggiosi, ma erano anche superstiziosi, il che giocava a loro svantaggio quando incontravano qualcosa di inconsueto.

Continuando a osservare l’oggetto, Gon si rese conto che il fuoco che lo avvolgeva si stava estinguendo e che sulla sua superficie c’erano macchie più chiare che lo facevano apparire come un gruppo di stelle, più che come una sola. Sembrava quasi che fosse una roccia cava illuminata all’interno. Fu, comunque, una visione molto breve, dato che ebbe solo il tempo di dare uno sguardo con il suo varq per osservarlo meglio e già l’oggetto era scomparso dietro le montagne. In quei pochi istanti a Gon sembrò di intravedere delle ombre muoversi dentro l’oggetto.

Quando i suoi compagni alzarono gli occhi il cacciatore stava cercando di capire cosa avesse appena visto, ma dopo un po’ si arrese. Tutte le sue supposizioni erano troppo fantastiche perché lui potesse accettarle e quello non era il momento per perdere altro tempo. Dovevano riportare la cacciagione a casa. Le scorte erano quasi terminate e la stagione fredda era alle porte.

Appena gli altri si furono ripresi dallo spavento il gruppo riprese il cammino. Pur tentando di non darlo a vedere, molti erano ancora scossi per quanto avevano visto. Nelle loro menti stavano riaffiorando le leggende che parlavano della caduta degli dei che i padri dei loro padri raccontavano quando essi erano ancora bambini.

Turbati  da questi pensieri arrivarono a Shywor, il loro villaggio, e si resero conto che anche lì era stato visto il prodigio. Ovunque passassero sentivano la gente mormorare degli dei.

«Sono tornati,» diceva Nidal, uno dei più anziani del villaggio, «vi dico che gli dei sono tornati. Anche quando arrivarono la prima volta si vide cadere una stella.»

Il cacciatore non badò al vecchio perché si stava avvicinando Tranor, il sacerdote, che non avrebbe visto di buon occhio il suo comportamento nei boschi. Al momento aveva altro a cui pensare e uno scontro sarebbe stato solo uno spreco di tempo. In altre occasioni se la sarebbe goduta, ma il portento a cui tutti avevano assistito aveva creato una tensione palpabile nel villaggio e quindi decise di non raccontare ciò che aveva notato. Gli altri avrebbero raccontato quello che avevano visto, almeno quel poco che potevano aver visto.

Il sacerdote era l’uomo più potente del villaggio, fintanto che sarebbe riuscito a tenere nel timore e nella superstizione gli altri. Soltanto Gon e pochi altri uomini dalla mente più aperta non provavano soggezione davanti a lui. Tranor questo lo sapeva bene e lo temeva.

Secondo lui, il cacciatore avrebbe potuto rappresentare un pericolo per il suo potere se non fosse riuscito a tenerlo sotto controllo. L’astuto sacerdote aveva giocato bene le sue carte e finché fosse rimasto il tutore del figlio di Gon, cioè per altri due anni, poteva restare tranquillo.

Avrebbe affrontato e risolto il problema al momento opportuno.

Gon tornò a casa sua e, dopo averlo scuoiato, mise uno dei conigli che aveva catturato ad arrostire sul fuoco.

Mentre mangiava si accorse che si era fatto buio e, dopo aver finito, andò a dormire, stanco e sfinito dalla lunga battuta di caccia. Tuttavia, non riuscì a prendere sonno per buona parte della notte, in preda a cupi pensieri legati alla stella caduta.

La notte era scesa da poco quando arrivarono gli emissari da Rankor, avvolti dalle loro tuniche scarlatte orlate d’oro.

Tranor li accolse con grandi manifestazioni di sottomissione, giacché a Rankor governavano i Dieci Saggi, capi supremi del Regno di Cremnar, e i colori degli emissari li identificavano come appartenenti a Melekat, Primo del Culto dei Culti.

«Che cosa vi porta a noi, Signori, a quest’ora della notte e con questo freddo?»

«Tranor, Quindicesimo nel Culto del Cielo, sei convocato a Rankor. Hai tre giorni a partire da ora.»

E mentre l’eco delle sue parole ancora non si era spenta se ne andarono come erano arrivati, in silenzio e in perfetto ordine, senza attendere una risposta e senza aggiungere nulla.

Tranor tornò al Tempio del Cielo e passò tutta la notte a chiedersi perché fosse stato convocato, anche se era sicuro che questa convocazione così improvvisa fosse legata alla caduta della stella.

Per tutta la notte la terra tremò e strani bagliori si vedevano all’orizzonte.

Solo Gon, ancora sveglio nel suo letto, sapeva che quelle luci provenivano esattamente dalla direzione in cui era caduto l’oggetto del cielo.

Decise che sarebbe andato a scoprire cosa era caduto dal cielo.


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