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Creato il 29 ottobre 2017 da Francosenia

reddito di base 1

L’idea, ardita e controversa, di riconoscere un reddito di base a ogni individuo, ricco o povero, senza chiedere in cambio contropartite lavorative, non è nuova, risale alla fine del ’700. Sostenuta in passato da pensatori di diverso orientamento politico, come Paine, Stuart Mill, Galbraith o Hayek, è tornata alla ribalta con la crisi del welfare tradizionale ed è oggi la proposta di politica sociale più dibattuta al mondo. Nella loro appassionata difesa del reddito di base, gli autori si confrontano con le principali misure alternative di contrasto della povertà e rispondono alle obiezioni di natura etica, economica e politica rivolte a tale proposta, per mostrarne la sostenibilità. Nella convinzione che un’idea così radicale possa essere la soluzione politica più efficace per affrontare l’insicurezza economica e l’esclusione sociale del nostro tempo.

(dal risvolto di copertina di: Philippe Van Parijs,Yannick Vanderborght, "Il reddito di base. Una proposta radicale", Il Mulino.)

Reddito a tutti, anche ai surfisti
- conversazione di Maurizio Ferrera con Philippe Van Parijs -

Il vecchio Stato sociale, pensato per il tradizionale lavoro dipendente, non funziona più. Non riesce a combattere la povertà né a ridurre le disuguaglianze, priorità per le quali si stanno studiando nuove proposte. L’idea più radicale, che prevede un reddito di base da erogare a tutti i cittadini, è sostenuta dal filosofo ed economista Philippe Van Parijs (Bruxelles, 1951), professore emerito dell’Università cattolica di Lovanio (in Belgio), che qui si confronta sul tema con Maurizio Ferrera, politologo esperto di welfare e firma del «Corriere». Van Parijs sarà a Bologna sabato 28 ottobre per tenere l’annuale lettura del Mulino: l’appuntamento è alle 11.30 presso l’Aula Magna di Santa Lucia, dove lo studioso belga interverrà sul tema «Il reddito di base. Tramonto della società del lavoro?». Una illustrazione organica della sua proposta, con varie risposte alle possibili obiezioni, si trova nel libro scritto da Van Parijs con Yannick Vanderborght (docente dell’Università Saint-Louis di Bruxelles) «Il reddito di base», in uscita per il Mulino giovedì 26 ottobre.

MAURIZIO FERRERA — La prima formulazione completa della tua teoria sul reddito di base è contenuta nel volume Real Freedom for All del 1995. Sulla copertina c’è l’immagine di un giovane surfista. Mi hai raccontato che lo spunto ti venne da John Rawls. Qualche anno prima lui ti aveva chiesto: perché i surfisti di Malibu dovrebbero ricevere un sussidio dallo Stato? Inizierei rivolgendoti la stessa domanda.

PHILIPPE VAN PARIJSIl reddito di base è un trasferimento monetario periodico erogato a ogni membro della comunità politica su base individuale, senza verifica della situazione economica o della disponibilità al lavoro. Non si tratta, in altre parole, di una prestazione riservata a chi è inabile o in cerca di lavoro. Dopo avere letto Una teoria della giustizia di Rawls, io pensavo in effetti che i suoi capisaldi potessero giustificare l’idea di un reddito di base incondizionato. Il «principio di differenza» richiede infatti di massimizzare non solo il reddito, ma anche la ricchezza e i «poteri» dei più sfavoriti, assicurando a tutti «le basi sociali del rispetto di sé». A me sembrava che ciò fornisse una base robusta in favore di un reddito di base incondizionato.

MAURIZIO FERRERA — Ma Rawls non era d’accordo con te…

PHILIPPE VAN PARIJSNo, e ne fui molto sorpreso e anche deluso. Gliene parlai durante una prima colazione a Parigi nel 1987. Rawls mi obiettò: chi passa tutto il giorno a fare surf sulla spiaggia di Malibu non dovrebbe avere diritto a ricevere un trasferimento incondizionato.

MAURIZIO FERRERA — Così il dibattito con Rawls ha dato al tuo editore lo spunto per la copertina del libro…

PHILIPPE VAN PARIJSGià. Poi però Rawls cercò di neutralizzare il mio ragionamento in questo modo: il tempo libero e la gratificazione dei surfisti equivalgono al salario minimo di un operaio a tempo pieno. Introducendo questo elemento nella teoria, il surfista non può più rivendicare di appartenere ai più sfavoriti.

MAURIZIO FERRERA — Partita chiusa, allora?

PHILIPPE VAN PARIJS No, in una conferenza che feci a Harvard ( Perché dar da mangiare ai surfisti?) e poi nel libro Real Freedom for All, ho sostenuto che il punto di vista «liberale» adottato da Rawls consente di giustificare il reddito incondizionato. Per capirlo, bisogna passare attraverso la seguente considerazione. Gran parte del reddito di cui ciascuno di noi dispone non è in realtà il frutto del nostro sforzo, ma del capitale e delle conoscenze complessive «incorporate», per così dire, nella società, quelle che rendono il suo funzionamento efficiente. Il reddito di base non estorce risorse da chi lavora duramente per darle a chi è pigro. Si limita a redistribuire in maniera più equa una colossale «rendita» che la società ci mette a disposizione e che nessuno di noi, individualmente, ha contribuito nel passato ad accumulare.

MAURIZIO FERRERA — Nella tua teoria, il reddito di base andrebbe a tutti, anche ai ricchi. Eppure tu sostieni che ad esserne avvantaggiati sarebbero soprattutto i poveri. Potresti chiarire meglio il punto?

PHILIPPE VAN PARIJSA meno che non siano disponibili trasferimenti esogeni (per esempio aiuti internazionali) o risorse naturali abbondanti e pregiate, il reddito di base deve essere finanziato da una forma di tassazione. Di norma, le imposte sono progressive, dunque i ricchi contribuiranno al finanziamento più dei poveri. Praticamente, chi ha di più pagherà per il proprio reddito di base e per almeno una parte dei redditi di base che vanno ai poveri. Il reddito di base quindi non renderà i ricchi ancora più ricchi. Invece porterà i poveri più in alto verso la soglia di povertà o al di sopra di essa, a seconda del tipo e dell’importo delle prestazioni assistenziali preesistenti. Ancora più importante: esso aumenterà la sicurezza dei poveri. Un reddito che si riceve senza nulla in cambio è meglio di una rete di sussidi con dei buchi attraverso i quali si può cadere. Oppure che genera delle trappole.

MAURIZIO FERRERA — Vediamo meglio queste trappole. Qui il tuo argomento è che i trasferimenti condizionati alla verifica della situazione economica e alla disponibilità al lavoro sono molto spesso intrusivi e repressivi. La ricerca empirica ha documentato questi effetti. Mi viene in mente il titolo di un bel libro a cura di Ivar Lodemel e Heather Trickey: An Offer you Can’t Refuse («Un’offerta che non puoi rifiutare»). In molti Paesi, sostengono gli autori, i disoccupati devono accettare lavori che vengono loro offerti con una specie di pistola alla tempia (come nel film Il Padrino): se non accetti, ti tolgo il sussidio. È anche la storia raccontata da Ken Loach nel bel film Daniel Blake. Ma il reddito di base è davvero l’unica soluzione? Dopo tutto, i Paesi scandinavi sono riusciti a costruire un welfare «attivo», insieme equo ed efficace: ai giovani e ai disoccupati non si offre un lavoro qualsiasi, prima li si aiuta a migliorare il proprio capitale umano. Il principio non è work first (priorità al lavoro), ma learn first (priorità alla formazione). Rimane un po’ di paternalismo, è vero, ma attento alla dignità e ai bisogni delle persone.

PHILIPPE VAN PARIJSCredo che i soggetti più adatti a giudicare quanto un lavoro sia buono o cattivo — e per molti questo include quanto sia utile o dannoso per gli altri — siano i lavoratori stessi. Essendo senza condizioni, il reddito di base rende più facile abbandonare o non accettare impieghi poco promettenti, a cominciare da quelli che non prevedono una formazione utile. Poiché può essere combinato con guadagni bassi o irregolari, il reddito di base rende più facile accettare stage, o posti di lavoro che si pensa possano migliorare il proprio capitale umano o anche, e più semplicemente, posti corrispondenti a ciò che le persone desiderano e pensano di poter fare bene. Si amplia così la gamma di attività accessibili, retribuite e non. Si dà alle persone più potere di scegliere. Il reddito di base attrae chi si fida delle persone, più che dello Stato, come migliori giudici dei loro interessi.

MAURIZIO FERRERA — Restiamo sul tema del lavoro. Nell’apertura del nuovo libro, tu sei molto pessimista circa gli effetti delle nuove tecnologie e della globalizzazione sui posti di lavoro, sembri rassegnato alla cosiddetta «stagnazione secolare». E giustifichi la proposta del reddito di base anche come risposta a questo scenario. Ci sono però studiosi che la pensano diversamente. Il lavoro non scomparirà. L’invecchiamento della popolazione e l’espansione di famiglie in cui entrambi i partner lavorano amplierà notevolmente la richiesta di servizi sociali «di prossimità» (assistenza personale, cura dei bambini, in generale «facilitazione della vita quotidiana»), i quali non potranno essere svolti dalle macchine né delocalizzati. Sanità, istruzione, ricerca, formazione, intrattenimento, turismo: anche in questi settori l’occupazione potrà crescere. E l’«internet delle cose» sposterà in avanti la frontiera dei rapporti fra umani e macchine, senza annullare (e forse nemmeno comprimere in modo drastico) ruolo e impiego attivo degli umani. Citando una profezia di Keynes, tu dici che l’innovazione tecnologica consente oggi di risparmiare forza lavoro a un ritmo tale che diventa impossibile ricollocare i disoccupati altrove. Siamo sicuri che le cose stiano così? Ci sono Paesi in Europa che si situano alla frontiera dello sviluppo tecnologico eppure mantengono altissimi livelli di occupazione, anche giovanile e femminile. Si tratta, di nuovo, dei Paesi nordici, che hanno riorientato il proprio welfare nella direzione dell’investimento sociale, senza aver (ancora?) introdotto il reddito di base.

PHILIPPE VAN PARIJSIn realtà non credo in una rarefazione irreversibile dei posti di lavoro. Ritengo che il cambiamento tecnologico labour saving, che riduce gli impieghi, in congiunzione con la mobilità globale del capitale, delle merci, dei servizi e delle persone, generi una polarizzazione del potere di guadagno. I proprietari di capitali, dei diritti di proprietà intellettuale, coloro che hanno competenze altamente richieste dal mercato saranno in grado di appropriarsi di una quota crescente di valore aggiunto. Allo stesso tempo, per molti lavoratori il potere di guadagno si riduce (o rischia di ridursi) al di sotto di quello necessario per una vita dignitosa. Se si vuole impedire che un numero sempre maggiore di persone resti bloccato all'interno delle tradizionali reti di assistenza sociale, si possono immaginare due strategie, due versioni della stessa nozione di welfare attivo. La strategia «lavorista» consiste nel sovvenzionare i posti di lavoro, esplicitamente o implicitamente; la strategia «emancipatrice» consiste nel capacitare le persone. Chi crede che il ruolo centrale del sistema economico non sia quello di creare occupazione, ma di liberare le persone, si orienterà (come me) verso la seconda strategia, che ha come nucleo centrale il reddito di base. Ma la prima strategia ha a sua volta molte varianti, non tutte ugualmente repressive o ossessionate dal lavoro, né quindi ugualmente lontane dalla seconda.

MAURIZIO FERRERA — Veniamo alla vexata quaestio dei costi. Quale dovrebbe essere l'importo del reddito di base? Nella ambigua proposta del Movimento Cinque Stelle per un reddito di cittadinanza si parlava di 700 euro al mese. All'inizio si pensava a un reddito universale, molti italiani ancora credono che sia cosi In realtà i Cinque Stelle propongono un reddito minimo garantito, anche se molto generoso e costoso (più di 20 miliardi di euro l'armo). In base a quali criteri va definito l'importo del reddito di base?

PHILIPPE VAN PARIJSI promotori del referendum svizzero del giugno 2016 sul reddito di base hanno proposto un importo mensile di 2.300 franchi (quasi duemila euro), pari al 39% del Pil pro capite elvetico. L'argomento era che tale livello fosse necessario per portare Ogni famiglia al di sopra della linea di povertà, compresi i single residenti in aree urbane. Nel prossimo futuro, ogni proposta ragionevole per un reddito di base incondizionato, e quindi strettamente individuale, dovrà rimanere molto più modesta, ad esempio tra 12 e 25% del Pil prò capite (per l'Italia, la forbice sarebbe fra 270 e 560 euro al mese, ndr). Dovranno essere quindi mantenuti alcuni sussidi aggiuntivi di tipo condizionato per far sì che nessuna famiglia povera ci perda.

MAURIZIO FERRERA — Tu stesso ammetti come autoevidente il fatto che l'università comporta un alto livello di spesa pubblica. Come si finanzierebbe il reddito di base?

PHILIPPE VAN PARIJS Partire dal costo lordo (reddito di base moltiplicato per i beneficiari) è fuorviante. Se gli importi sono modesti, la maggior parte dei costi si «autofinanziano» da due fonti. In primo luogo, tutte le prestazioni monetarie inferiori all'importo del reddito di base vengono eliminate e tutte le prestazioni più elevate verrebbero ridotte dello stesso importo.

MAURIZIO FERRERA — Fammi capire bene. Poniamo che il reddito dibase sia fissato a 400 euro mensili. Per qualcuno che avesse un sussidio permanente pari a questo importo cambierebbe solo il nome. Per chi ce lo avesse più basso, il sussidio verrebbe sostituito dal reddito di base: dunque un guadagno netto. Per chi gode invece di una prestazione più alta (poniamo una pensione minima di 800 euro), il trasferimento scenderebbe a 400, si aggiungerebbe però il reddito di base e il reddito totale non cambierebbe (800 euro in totale).

PHILIPPE VAN PARIJSEsattamente. La seconda fonte sarebbe questa: tutti i redditi sono tassati dal primo euro all'aliquota oggi applicabile ai redditi marginali di un lavoratore dipendente a tempo pieno con bassa retribuzione.

MAURIZIO FERRERA — Tutti i redditi, dunque anche quelli da patrimonio e investimenti finanziari, senza distinzioni 0 franchigie? Basterebbe per autofinanziare il reddito di base?

PHILIPPE VAN PARIJSLe due fonti congiunte assicurerebbero l'autofinanziamento di gran parte del costo lordo. Naturalmente, ogni Paese ha il suo mix regolativo di imposte e trasferimenti, e da questo dipenderebbe l'ammontare complessivo del gettito che si renderebbe disponibile.

MAURIZIO FERRERA — Nel libro sottolinei l'importanza di concepire il reddito di base come trasferimento monetario, ma chiarisci che esso non sostituirebbe tatti i servizi erogati 0 finanziati dallo Stato. Supponiamo che un immaginario Stato dei nostri tempi, privo di qualsiasi politica di protezione sociale, ti desse carta bianca per progettargli un sistema pubblico di welfare. Oltre al reddito di base, che cosa ci metteresti?

PHILIPPE VAN PARIJSDovrebbero esserci prestazioni per i figli, esse stesse congegnate come reddito di base pagato ai genitori per ogni bambino, a un livello che può variare con l'età ma non con il numero di figli. Dovrebbero restare sistemi pubblici educativi e sanitari efficienti, obbligatori e poco costosi e dovrebbero esserci schemi di assicurazione integrativa di tipo contributivo per malattia, disoccupazione e vecchiaia. Va da sé che lo Stato continuerebbe a fornire beni come la sicurezza fisica, la mobilità sostenibile e, mettiamola così, una «piacevole immobilità» negli spazi pubblici.

MAURIZIO FERRERA — I Paesi europei hanno oggi estesi welfare state, che assorbono fra il 25 e il 30% del Pil. Come vedresti la transizione verso il reddito di base? Immagino che si dovrebbero prevedere dei tagli alle prestazioni esistenti. Come affrontare il problema dei «diritti acquisiti», che in molti Paesi (primo fra tutti l'Italia) sono considerati inviolabili dalle Corti costituzionali?

PHILIPPE VAN PARIJSLa proposta di un reddito di base non presuppone che si parta da zero, da una tabula rasa. Al di sopra di importi estremamente modesti, è chiaro che vi dovrà essere una ridistribuzione a spese dei redditi più elevati, forse anche a spese delle pensioni più generose. Senza dubbio, alcune categorie si sentiranno minacciate, chiederanno forme di compensazione implicita 0 esplicita. Quanto ai diritti acquisiti: se la transizione avviene facendo leva sul sistema fiscale, non vedo perché debba incontrare ostacoli costituzionali insormontabili.

MAURIZIO FERRERA — Non oso pensare alle difficoltà politiche che si incontrerebbero...

PHILIPPE VAN PARIJS Sì, ma fortunatamente il calcolo fra perdite e vantaggi finanziari immediati non è l'unico fattore da prendere in considerazione per valutare la fattibilità delle riforme. Se fosse così, dubito che avrei passato gran parte della miavita a occuparmi di filosofia politica.

MAURIZIO FERRERA — In effetti, noi scienziati politici siamo avolte troppo realisti. Ma siamo anche convinti che le idee e i valori contino nel plasmare il cambiamento. E che la politica non sia solo gestione dell'esistente, ma anche «visione», elaborazione di utopie realizzabili (anche se suona come un ossimoro).

PHILIPPE VAN PARIJSIl reddito di base incondizionato è in qualche modo un'utopia. Ma lo erano, fino a non moltissimo tempo fa, anche l'abolizione della schiavitù 0 il suffragio universale. <dl possibile non verrebbe mai raggiunto nel mondo se non si ritentasse, ancora e poi ancora, l'impossibile». Così scrisse Max Weber nel suo famoso testo La politica come professione. Un'esortazione da condividere in pieno. Avanti!

GLOSSARIO:

Reddito di base o di cittadinanza (RB): è la proposta di Van Parijs, una prestazione monetaria, regolare, incondizionata, universale, permanente, a importo fisso,
erogata a tutti i cittadini, incluso chi non lavora.

Reddito di partecipazione (RP): come il RB, ma solo a chi contribuisce, con il lavoro o altre attività, ad aumentare benessere della comunità.

Reddito minimo garantito (RMG): prestazione monetaria regolare, temporanea e condizionata. Si stabilisce una soglia e si verifica il reddito del richiedente, Se questo è più basso (o nullo) si eroga la differenza. Prevede la disponibilità al lavoro.

Reddito d'inserimento o d'inclusione (REI): come il RMG, ma prevede accordi specifici nei quali il beneficiario s'impegna a intraprendere percorsi di formazione o inserimento lavorativo.

Imposta negativa sul reddito: trasferimento diretto dallo Stato agli «incapienti», coloro che hanno redditi più bassi della soglia oltre la quale si pagano le imposte.

Salario minimo: soglia minima fissata dalla legge per le retribuzioni orarie dei lavoratori. Non comporta l'uso di risorse pubbliche.


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