Magazine Cultura

Avere vent’anni: AMORPHIS – Elegy

Creato il 24 maggio 2016 da Cicciorusso

elegy

La vergine dell’aria, Ilmatar, discende nel mare e, fecondata dal vento e dalle onde, diventa madre delle acque. Un’aquila fa il nido e depone le uova su un ginocchio di Ilmatar. Le uova rotolano dal nido, si rompono e dai frammenti dei gusci si formano la terra, il cielo, il sole, la luna e le nuvole. (Kalevala)

In uno speciale sugli Amorphis di qualche anno fa, da cui è tratto questo pezzo su Elegy, esordii dicendo che gli anni ’90 sono stati per il metal quello che il secolo XVIII è stato per la musica classica. Ne sono ancora fermamente convinto, almeno per quanto riguarda me e forse la mia generazione. Tornando indietro con la mente a quegli anni si rischia veramente di aggravare la consapevolezza di quanta pochezza musicale ci circonda oggi, ma è così. Siamo circondati quasi sempre da robaccia, spesso sopravvalutata da noi stessi perché abbiamo dimenticato il termine di paragone. Per queste e altre cose esiste Avere vent’anni, la rubrica che vi farà sentire piccoli e inadeguati o vecchi e piagnoni, scegliete voi. Tornando, dicevo, con la mente a quegli anni, mi sveglio il sabato mattina, non c’è scuola, metto su Tales From the Thousand Lakes e parto per un viaggio bellissimo che non ha ancora avuto fine. Quel disco, insieme a Clouds, Lepaca Kliffoth e poche altre cose, mi ha formato e, per molto tempo, ha deformato la mia percezione della musica. Come se tutto ciò che non si ponesse a quei livelli fosse pura e semplice spazzatura. In Tales ancora si sente quel non so che di grezzo e fatto in casa, nelle chitarre gracchianti e nei growls bassi e cupissimi, ma spuntano fuori i primi inattesi richiami alla psichedelia, come nello stacco intermedio di The Castaway di 30’’ di atmosfere soffuse e iperboree che lasciano poi spazio ad un assolo di una perfezione allucinante. Per non parlare dei continui cambi di ritmo, del folk di Into Hiding che sfiora quasi l’orientalismo nei primi passaggi di chitarra fino al palesarsi definitivo del totale riferimento al folklore finnico, dell’utilizzo di tastiere e moog di Kasper Mårtenson, nonché delle prime sperimentazioni con voci pulite. Si era raggiunto l’apice della carriera, la perfezione… E invece, arriva Elegy e senza preavviso gli Amorphis ribaltano il tavolo.

Amorphis-Band-1996-474x500
Elegy è l’evoluzione di Tales, anni luce superiore a questo ma allo stesso tempo incomparabile data la enorme diversità. Il growling è ancora presente pur dandosi più spazio alle clean vocals – Tomi finirà per cantare sempre di meno dopo l’arrivo di Pasi Koskinen – e ci si allontana con sempre meno circospezione e rispetto dal classico death metal. Il valzer dei tastieristi è iniziato e Kim Rantala, che ci delizia anche di una splendida fisarmonica nella versione acustica di My Kantele, è un vero genio. Il batterista e membro fondatore del gruppo Jan Rechberger si concede una lunga pausa dalle scene. Lo ritroveremo solo nel 2003 con Far from the Sun e, probabilmente è solo un caso, il suo ritorno coincide con un certo riavvicinamento ai temi più classici del folk metal dopo la “sbandata” electro-progressive di Elegy fino a quel momento. Ad ogni modo il suo sostituto Pekka Kasari è uno tosto e bravo e sufficientemente flessibile ed ironico da concedersi persino agli svarioni pseudo-reggae e alle rapide raffiche simil-tecno di Cares. Gli Amorphis avevano già tentato la prova del suono orientaleggiante, con quei fugaci inserti di Tales, senza scatenare l’ira dei puristi. In Elegy questo suono è invece prepotente ed è ovunque: l’inizio, nonché lo sviluppo, di Better Unborn è addirittura scandito da riconoscibilissime note di sitar. La band è ormai matura ed ha imparato dal movimento progressive le possibilità della contaminazione musicale. Elegy è soprattutto l’album prog degli Amorphis, pur restando tematicamente legato al mondo di fiaba dove i protagonisti sono quegli esseri magici capaci di far “parlare” il Kantele, l’ammaliante strumento a 38 corde ricavato dalla mascella di un pesce gigante e dai crini di uno stallone. Che dire della title-track se non che è probabilmente il miglior pezzo mai scritto dagli Amorphis (per la precisione proprio da quel genio di Kim Rantala), dal ritornello di chitarre e tastiere assolutamente unico, ascoltato mille e mille volte senza mai stancare, e della sovrapposizione di echi e growls che si infrangono l’uno sull’altro. Il brano è un tutt’uno con Relief: una grande suite finlandese. Lo splendido periodo di cui si sta parlando si chiude divinamente con l’uscita di un EP, My Kantele, che scorre mellifluo seguendo le ondate della sperimentazione: un piccolo gioiellino quasi tutto clean vocals, organetto e sinth dove si gioca con le cover ma si straborda in un inatteso space rock. Levitation, cover degli Hawkwind, già parla la medesima lingua di Tuonela. E così, raggiunto un nuovo apice, gli Amorphis ribalteranno il tavolo ancora una volta. Ma questa è un’altra storia. (Charles)



Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :