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Avere vent’anni: novembre 1999

Creato il 30 novembre 2019 da Cicciorusso

Avere vent’anni: novembre 1999

MANOWAR – Hell on Stage Live

Trainspotting: Nel 1999 i Manowar erano sul tetto del mondo. Dopo anni passati tra difficoltà e incomprensioni, attraverso epoche in cui i falsi avevano cercato di schiacciarli diffondendo i propri inganni e le proprie astuzie, alla fine degli anni Novanta non c’era rimasto più nessuno. Il glam era morto, ucciso dal grunge, che a sua volta aveva ucciso sé stesso con l’eroina e i fucili a pallettoni. Era arrivato il nu metal, ma dopo cinque anni dall’omonimo dei Korn si poteva già prevedere con sufficiente certezza che sarebbe stato un fuoco di paglia. L’ennesimo. E mentre tutto intorno a loro veniva spazzato via, i Manowar torreggiavano impassibili e massicci, portatori di verità in un mondo di menzogne, pronti finalmente a riscuotere il giusto tributo che la Terra doveva loro. La verità vince sempre, e la vittoria è più dolce se ad accompagnarla c’è la risata di Eric Adams che risuona tra le macerie. Con Hell of Stage Joey deMaio e compagni di battaglia ripercorrono cronologicamente tutta la discografia, ad eccezione di Fighting the World: la prima metà è dedicata ai primi quattro album, la seconda alla, chiamiamola così, svolta bombardona con Kings of Metal, The Triumph of Steel e Louder than Hell. Nient’altro da dire, solo silenzio e gratitudine per coloro che ci hanno indicato la via per il Valhalla. Those who laugh and crowd the path and cut each other’s throats will fall like melting snow.

Avere vent’anni: novembre 1999

KORN – Issues

Marco Belardi: Il motivo per cui preferisco i Korn di Follow The Leader e soprattutto di Issues a quelli di Life is Peachy, è che avevano iniziato a darsi un tono e a calcolare la musica un po’ più a tavolino, ripiegando in favore della riuscita delle canzoni. Meno creatività, meno briglia sciolta e non più una sola A.D.I.D.A.S. contro tutte, ma finalmente un sacco di buonissimi pezzi. Questa cosa fece incazzare tantissimo David Silveria, poiché la libertà ritmica degli esordi gli aveva in un certo senso riservato una posizione centrale all’interno del progetto: si trattò pur sempre di rinunciare a un qualcosa di vitale, ma nei confronti dei Korn fu come terapeutico. Non diedero, per un altro po’ di tempo, l’impressione di ripetersi o di girare sempre intorno allo stesso punto. Il loro primo album rimane e rimarrà il migliore, eppure con Issues finirono di plasmare la loro forma definitiva: uscita dopo uscita i Korn si concessero un tono sempre più oscuro, inserendo partiture elettroniche nel pacchetto e rendendo più lineare, oltre che consono alla forma canzone, il loro formatFreak on a Leash aveva spianato una strada, e ora toccava a due Caterpillar come Falling Away From MeMake Me Bad. Il confronto con il successivo Untouchables sarà impietoso: non ho mai apprezzato quell’album nonostante le spese di produzione dichiarate e la notorietà che ne conseguì, e ritengo Issues l’ultimo gradino in salita prima di una discesa inarrestabile verso gli abissi dello squallore.

Avere vent’anni: novembre 1999

PECCATUM – Strangling From Within

Trainspotting: È il momento di fare una confessione. Ero piccolo, adoravo gli Emperor e quando uscì Strangling From Within mi convinsi che i Peccatum fossero un gruppo della madonna per menti raffinate ed elitarie. Ascoltarli era una fatica bestiale, e ogni volta che rimettevo il disco soffrivo e guardavo l’orologio calcolando i minuti che rimanevano alla fine, ma non mi sarei mai sognato di criticare un lavoro di Ihsahn. Certo, lo facevo con IX Equilibrium e Prometheus, ma lì era un altro discorso, perché si trattava di uno dei più grandi gruppi della Storia mandato in vacca dalla megalomania dei suoi componenti; con i Peccatum era diverso, perché era un progetto creato apposta per un certo tipo di musica. Quindi mi bevevo tutte le paturnie sulla musica classica e sull’avantgarde, autoconvincendomi che quell’orribile batteria elettronica fosse una buona idea o che un pezzo come The Change (che sarebbe stato meglio intitolare The Cringe) fosse un sublime esempio di rivisitazione adulta e raffinata del black metal, o ancora che gli altri due personaggi coinvolti (moglie e cognato di Ihsahn) fossero dei sensibili e raffinati animi superiori. Faccio dunque ammenda e specifico, nel modo più perentorio possibile, che i Peccatum erano nient’altro che un’abbondante pallonata di merda in piena faccia, perniciosa manifestazione plastica della tronfia prosopopea di Ihsahn, il cui genio musicale aveva iniziato ad andarsene alle cozze, come si dice dalle mie parti. Peraltro concludere un disco del genere con una strumentale di simil-musica classica intitolata An Ovation to Art non può che avere come unica reazione possibile un bel pernacchione. Finalmente lo posso dire, e non immaginate quanto sia liberatorio: STRANGLING FROM WITHIN È UNA CACATA PAZZESCA.

AMON AMARTH – The Avenger

Marco Belardi: È la settimana della pioggia a martello, l’Arno è uscito fuori e ha invaso qualche strada a sud della città. Inoltre è lunedì mattina. Infine, devo rimettere su gli Amon Amarth per Avere vent’anni. Che vita di merda. Non tutto il male viene per nuocere, ma una buona parte sì. The Avenger è il secondo miglior disco degli Amon Amarth, subito dopo Once Sent from the Golden Hall; e mi sento di menzionare pure Versus the World del 2002 e Twilight of the Thunder God di poco più di dieci anni fa. In The Avenger la musica degli svedesi si fa più diretta, acchiappona e calcolata rispetto al debutto. Once Sent from the Golden Hall era solenne, era epicità pura. Non che il suo successore non lo sia: le linee melodiche si assestano all’incirca sullo stesso livello, ma sarà il desiderio di rendere il prodotto altamente scapoccione a limitarne il potenziale. La pesantezza di The Crusher, poi, metterà la pietra tombale sui primi Amon Amarth. Che altro? Johan Hegg canterà meglio qualche anno più tardi, mentre qua urla e si sgola, e ogni suo accento o cadenza vi farà ripensare ad altri nomi illustri del death metal svedese. Quello melodico, naturalmente: con la dovuta attenzione riscontrerete qualcosa che vi farà pensare a Peter Tagtgren ed al Mikael Stanne di The Gallery. Si tratta di piccoli dettagli sparsi che ti fanno rendere conto quanto sia derivativa tutta questa roba a partire dall’atteggiamento del cantante. The Avenger è anche l’album in cui gli Amon Amarth ancora non erano una roba da prima serata, e quindi si concedevano il lusso di buttarla in cristi e madonne come in God, His Son and Holy Whore. Il problema è che non sono neanche arrivato a lavoro: a metà del tragitto, dopo aver constatato quanto partisse bene l’album, lo avevo già tolto ed ero rimasto molto vagamente in tema col clamoroso Blood, Fire, Death dei Bathory. E capisci la differenza tra l’Icona e i businessmen del giorno d’oggi, qui con il faccione da giovincelli dalle belle intenzioni, ma le idee piuttosto chiare su quanto in merda sarebbe finita l’intera faccenda.

Avere vent’anni: novembre 1999

SAXON – Metalhead

Il Messicano: È venerdì sera ed io come al solito mi riduco all’ultimo. È stata una settimana intensa e le prossime probabilmente lo saranno ancora di più, sino alle agognate ferie. Stavo giocando a True Crime – New York City, che è un gioco vintage esattamente come i Saxon. Non voglio fare un cazzo fino a lunedì. Vaffanculo. Avete capito? Roberto, tu hai capito? Io davvero non vedo l’ora che arrivi il 21, l’ultimo giorno di lavoro, così mando a cacare l’universo. Avevo pensato di scrivere altre cose, ma non me le ricordo. Questa settimana ho anche perso un’asta su ebay e ne sto perdendo un’altra proprio in queste ore, come se già non bastasse tutto il resto. Non mi sembra affatto giusto. Metalhead era un discreto disco dei Saxon uscito, appunto, vent’anni fa. Il precedente era molto meglio, ma anche questo comunque è carino. Mentre scrivevo mi si è scaricata la batteria e chiaramente il pc si è spento, ma per fortuna il file era stato salvato in automatico. Mi sono appena accorto, però, che comunque ho perso una parte considerevole di ciò che avevo scritto, sia maledetta la signora Ciccone. Tra poco mi esplode la testa. Odio ogni molecola dei vostri corpi. Dieci, cento, mille Saxon. Buon fine settimana e per favore morite tutti.

Avere vent’anni: novembre 1999

BRUCE DICKINSON – Scream For Me Brazil

Trainspotting: Uscito appena un anno dopo lo spettacolare The Chemical Wedding, il disco dal vivo Scream For Me Brazil è l’ultima testimonianza di Bruce Dickinson solista prima della rimpatriata con gli Iron Maiden. L’album ci restituisce il nostro amatissimo nanetto scimmiesco al massimo della forma, con alle spalle una formazione rodata ed affiatata che in quel preciso momento storico sembrava poter spaccare il mondo. E il Brasile lo ha spaccato sicuro: il pubblico canta a squarciagola dal primo all’ultimo minuto, impreziosendo i pezzi e raggiungendo il sublime nella più bella versione di Tears of the Dragon mai incisa. Quest’album fu il mio primo approccio alla discografia solista di Bruce Bruce, e non poteva essercene uno migliore, nonostante la scaletta peschi solo da Accident of Birth, Balls to Picasso e The Chemical Wedding, tralasciando completamente i controversi Skunkworks e Tattooed Millionaire. Ma la vera meraviglia dell’album è la voce del nanetto, qui forse anche meglio di Live After Death. Sarà il valore affettivo, ma mi viene la pelle d’oca ogni volta che lo riascolto.

Cesare Carrozzi: Un disco dal vivo fantastico registrato in quel Sudamerica dove, si sa, il nano con la voce a sirena (e i più in generale i Maiden) è stra-amato, a torto o ragione. In questo caso è comunque a ragione, perché questo lavoro dal vivo fotografa un Bruce Dickinson in stato di grazia, e con lui tutto il gruppo che lo accompagnava, Roy Z, Adrian Smith ed i restanti due quinti dei Trybe of Gypsies. Purtroppo, come sappiamo, è arrivata la reunion coi Maiden a rovinare tutto, ma le cose belle per un motivo o per l’altro difficilmente durano.  Tra l’altro la scaletta è perfettamente equilibrata nel pescare tra i pezzi migliori di Accidenth of Birth e The Chemical Wedding, più qualcosa da Balls to Picasso (e se pensate all’abusatissima Tears of the Dragon, pensate bene). Riascoltatelo.

Avere vent’anni: novembre 1999

OCTOBER TIDE – Grey Dawn

Michele Romani: Secondo e per certi versi ultimo capitolo della “prima” parte di esistenza degli October Tide, progetto nato da una costola dei Katatonia con l’intento di continuare sulla scia di quanto gli svedesi avevano prodotto nella prima parte della loro carriera, ossia un doom-death metal di matrice melodica. Rispetto al meraviglioso esordio Rain Without End si riscontrano alcuni cambiamenti, primo fra tutti l’ingresso al microfono di Marten Hansen dei A Canarous Quintet al posto di Jonas Renkse, oramai in piena difficoltà nell’usare il growl (Brave Murder Day docet) e che in questo frangente si occupa solo delle parte di batteria e chitarra ritmica. Il disco ricalca piuttosto fedelmente le sonorità dell’esordio, anche se ascoltandolo attentamente si può notare una componente death metal più marcata rispetto a quella doom, con brani più snelli e immediati rispetto al precedente, la title track e Sweetness Dies su tutti. Grey Dawn in definitiva è un disco che si lascia ascoltare piacevolmente, senza però i picchi di Rain Without End, colpa soprattutto di un cantato che non regge il confronto con quello del precedente lavoro. La band dopo 13 anni di silenzio è tornata stabilmente a produrre dischi e ad esibirsi in sede live, confermando comunque quanto di buono prodotto in passato. 

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MORTIIS – The Stargate

Trainspotting: Se devo essere sincero non ho mai saputo orientarmi perfettamente nella sterminata discografia di Mortiis, che tra vari progetti e progettini a un certo punto sembrava essersi fuso con una di quelle sue tastierine su cui ha basato tutta la sua produzione. L’unico suo lavoro che mi piacque davvero tanto era un disco a nome Vond di cui non ricordo assolutamente il titolo, ma che a un certo punto ho dovuto smettere di ascoltare perché mi prendeva troppo male. Tutto questo per dire che il nostro folletto preferito vent’anni fa dava alle stampe questo The Stargate, di cui ricordo benissimo le recensioni unicamente incentrate sul suo aspetto grottesco in copertina e sull’inutilità di produrre l’ennesimo album di pianole Bontempi e sporadica voce femminile. E del resto di che cosa vuoi parlare, trattando di The Stargate? Che lui è conciato in modo ridicolo e che il disco è uno stracciamento di palle pari solo alla visione di una partita della Juve dell’era Max Allegri. L’unico motivo valido per ascoltarlo sarebbe usarlo come sottofondo a qualche sessione di gioco di ruolo ma io, ahimè, non gioco di ruolo. Un saluto a Lorenzo, affezionato lettore che gioca di ruolo, e tanta cacca a Mortiis che si è bevuto Jon Nodtveidt alla polizia.

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BOB CATLEY – The Tower

Piero Tola: Ammetto di avere una predilezione per i Magnum, e, se ci aggiungete un tocco di Ten, altro grandissimo gruppo della scena inglese della generazione successiva, allora raddoppia la goduria, almeno in teoria. Gary Hughes infatti è protagonista della consolidata tradizione britannica di autori di grandi canzoni, un cavallo di razza che ha scritto indimenticabili inni class/AOR anni Novanta come The Name of the Rose, la stupenda The Loneliest Place in the World o The Torch, e che va qua a formare una sorta di supergruppo della musica dura ma melodica allo stesso tempo, portandosi dietro anche il bravissimo Vinny Burns, allora chitarrista dei Ten (nonché ex Asia, Ultravox e FM tra gli altri).
Peccato però che il tutto si assesti nella media della godibilità per il genere. Senza infamia né lode. Se si pensa che Hughes e i Ten, nello stesso anno, se ne uscivano con l’ennesimo bellissimo disco dal sapore vagamente celtico, ovvero Spellbound, allora viene spontaneo arrivare alla conclusione che il materiale di scarto sia stato destinato a questo Legends, il quale dimostra che anche un Gary Hughes a mezzo servizio è comunque capace, per noia, di scrivere bei pezzi come l’introduttiva The Pain, con un occhio ai Magnum e la loro vena tipicamente epica da una parte ed uno alla melodia accattivante o strappalacrime dall’altra. Ottimi i suoni e buona la performance del vecchio leone Bob Catley, come può essere per gente che comunque respira rock da quando è nata, praticamente. Peccato perché poteva essere meglio.

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MYRIADS – In Spheres Without Time

Trainspotting: Provenienti da Stavanger come i Theatre of Tragedy, i Myriads suonavano una specie di gothic/doom metal con qualche punto di contatto con i loro più noti compaesani. Non troppi però: a parte l’accoppiata di cantanti in stile beauty & the beast e qualche riff che sarebbe potuto andar bene in Velvet Darkness They Fear, qui manca tutto quell’immaginario di pizzi, merletti e goticume sparso e, inoltre, l’uso delle tastiere ricorda molto di più i primi Arcturus che la band di Liv Kristine. I Myriads si sciolsero dopo due album, cioè dopo il successore di In Spheres Without Time. Riascoltati adesso lasciano una sensazione di confusione e di mancanza di punti di riferimento, non aiutata dalla produzione inadeguata e dalle voci fastidiose di Mona Skottene ed Alexander Twiss.

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HELLOWEEN – Metal Jukebox

Charles: Una volta presa la patente B, nell’estate di vent’anni fa, visto che ho sempre preferito buttare i miei soldi (ai tempi quelli dei miei genitori) in moto e che di avere un’auto mia non me ne fregava un cazzo, mi ero adattato a guidare la Opel Corsa di mammà, che per le necessità contingenti bastava e avanzava. Purtroppo andava ancora a cassettine. L’unica cortesia che chiesi, quindi, fu di installare il caricatore di cd, che all’epoca consisteva in una scatoletta che si metteva nel portabagagli e che poteva contenere fino ad una ventina di dischi. Ogni volta che si prendeva una buchetta il lettore zompava e bestemmiavo la madonna e padre Pio per qualche secondo, ma non fa niente perché avevo comunque un jukebox mobile buono per tutte le occasioni di convivialità. A tal fine, il turn over era frequente mentre alcuni cd non li toglievo mai. Tra questi: The Best – The Rest – The Rare e, in un secondo momento, quell’amabile cazzeggio a nome Metal Jukebox. In tal modo 1) non dovevo portarmi appresso la discografia delle zucche di Amburgo (dovendo ottimizzare gli slot del succitato caricatore) per l’ascolto durante le serate con gli esimi colleghi di metallo e 2) quando giravo con “le persone normali” potevo vantarmi di quanto fossero bravi ed eclettici i miei gruppi preferiti, che coverizzavano pezzi famosi migliorandoli pure, nonché ribadire il concetto, valido in ogni tempo e in ogni luogo, che la gente non sa cosa si perde a non essere metallari.

Cesare Carrozzi: Continuo a ritenere la cacciata di Roland Grapow ed Uli Kusch dagli Helloween uno dei più gravi crimini perpetrati dall’ego di Michael Weikath (degli immani casini con i ritrovati Kiske/Hansen, poi, non ne parliamo proprio) , tant’è vero che i dischi successivi a The Dark Ride fanno tutti più o meno invariabilmente cacare, tranne qualcosina. Metal Jukebox è un disco di riproposizioni in chiave metal di vecchi pezzi rock, hard rock o anche pop di gruppi tipo Scorpions, Abba, Jethro Tull, Cream, David Bowie ecc. È molto carino, affatto pretenzioso, e Lay Your Love On Me degli Abba rifatta in chiave power metal zuccherino vale il prezzo del biglietto. Consigliato per queste fredde serate novembrine.

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FOO FIGHTERS – There is Nothing Left to Lose

Marco Belardi: Reduci da un album tutto sommato gradevole come The Colour and the Shape, i Foo Fighters mi diedero qui conferma d’essere un gruppo da buoni singoli e nient’altro. La continuità di The Colour and the Shape l’avrebbero vista due volte in carriera, e la seconda si sarebbe chiamata Wasting Light. Per il resto i Foo Fighters erano e rimarranno un buon gruppo di rock radiofonico, troppo efficace per essere sdoganato a famigliole e prole sin dagli anni Novanta, troppo leggerino perché lo prendessimo sul serio dopo essere passati per Dave Grohl che distruggeva la batteria di In UteroThere is Nothing Left to Lose lo ricorderò per il simpatico videoclip di Learn to Fly e per un paio d’altre canzoncine discrete come la celebre Breakout, uno di quei ritornelli che ti si stampano in testa alternando l’esaltazione al dominante fastidio. La mia preferita era però la prima, Stacked Actors: bellissimo groove, produzione patinata ma potente e una vaga aggressività di fondo. Presentava tutti i requisiti necessari a convincermi che avrei ascoltato l’album della loro definitiva consacrazione, ma poi arrivava Generator con i suoi effetti di merda, e tutto ritornava sotto al livello del mare. Solo i singoli consacrarono i Foo Fighters, e in seguito piazzarne un paio di decenti in ciascuna uscita si trasformò nella loro massima ambizione: in tre o quattro album avrebbero accumulato oltre un’ora di musica conosciuta da far urlare ai concerti. Non so se Dave Grohl abbia riconosciuto i propri limiti o stabilito cosa gli bastasse per fare un mucchio di quattrini, ma è andata più o meno in questo modo.

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MORIFADE – Possession of Power

Trainspotting: La merda vera. Avete presente quando si fa riferimento alle millemila uscite di dischi power tutti uguali e orribili che uscivano a cavallo tra i due secoli? Questo debutto dei Morifade ne è un perfetto esempio. Perché, amici del vero metal, spesso si fa un po’ di confusione e si pensa che i suddetti gruppacci della merda che intasavano gli scaffali all’epoca fossero Rhapsody, Edguy, Stratovarius, Nocturnal Rites e compagnia, quando è l’esatto contrario: questi ultimi sono quelli che hanno resistito al passare del tempo e quindi ce ne ricordiamo tutti – anche chi non ascoltava power all’epoca – mentre la vera massa di inutilità era composta da personaggi come i Morifade, che magari nel 1999 venivano esaltati sulle riviste ma che poi erano merda, per l’appunto. Ci sono tutti gli stereotipi: vocino sottilissimo e inespressivo da castrato in punto di morte, chitarrina a basso volume, doppio pedale a elicottero e barocchismi stucchevoli. Capirete che con Somewhere Out in Space c’è qualche leggerissima differenza.

Avere vent’anni: novembre 1999

COPROFAGO – Images of Despair

Marco Belardi: Per qualche motivo i miei amici mi attaccarono addosso il bollino del fan del death metal tecnico, ma in realtà si trattava di un inglorioso scambio di persona. Sì, seguivo con evidente curiosità il filone, Atheist in particolar modo, ma non ero il tipo di persona a cui andare a consigliare perfino i Coprofago. Il primo impatto con un gruppo del genere fu spiazzante. Innanzitutto erano cileni, e i sudamericani sono popoli a netta dominanza religiosa, i cui elementi orientati all’heavy metal, inevitabilmente, bestemmieranno più di un qualunque veneto o toscano con due bicchieri di rosso in corpo. Dovunque tu vada, dal Brasile dei Sextrash e dei Sarcofago, fino al Cile dei Dorso, troverai solo crocifissi adoperati alla maniera della copertina di To Mega Therion, o forse anche peggio. Loro si rivelarono una voce fuori dal coro con titoli come Contemplacion, il che mi procurò alcune fitte al costato. Il secondo malinteso riguardo i Coprofago ebbe origine nel loro nome, e io, sul finire degli anni Novanta, con un moniker del genere non potevo immaginare di certo gente che suona il fretless bass e che cita il jazz in più di un’occasione. Le cose stavano esattamente così, ma non ci vedevo assolutamente i Cynic come in molti tentarono di farmi intendere. Tuttavia, se quelli di Unorthodox Creative Criteria si sarebbero collocati sulla scia dei Meshuggah, peraltro con risultati accettabili, i Coprofago degli esordi mantennero un filo realmente diretto con il death metal tecnico di inizio Novanta. Ma non con i Cynic, se si escludono gli arrangiamenti e tutte quelle cazzate che un mio amico abilmente descrisse come il basso che suona di gomma. Images Of Despair ebbe un periodo di gestazione lunghissimo (le registrazioni presero il via due anni prima della definitiva distribuzione), e soprattutto aprì e chiuse immediatamente la loro parentesi legata a quel determinato modo di pensare e suonare il death metal tecnico: nonostante una voce un po’ debole e nonostante l’oggettiva bontà dei successivi lavori, in seguito sarei rimasto affezionato solamente a questo.

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