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Avere vent’anni: ottobre 1998

Creato il 31 ottobre 2018 da Cicciorusso

Avere vent’anni: ottobre 1998

BORKNAGAR – The Archaic Course

Trainspotting: Ultimo album con Ivar Bjornson alle tastiere e primo con Vortex alla voce, The Archaic Course fu un giro di boa piuttosto spiazzante nell’evoluzione dei Borknagar, perché segnò un cambio di direzione talmente netto da lasciare dubbiosi molti di coloro che ne avevano apprezzato i due primi dischi. Stilisticamente rappresentò l’addio alle velleità black metal di cui il precedente The Olden Domain rimane tuttora l’esempio insuperato; i Borknagar del 1998, certo anche grazie alla guida del produttore Waldemar Sorychta, iniziarono ad esplorare territori più melodici ed evocativi, rallentando i tempi, giocando sulle linee di chitarra solista e inserendo vaghi riferimenti progressive che, da lì in poi, diventarono sempre più preponderanti nella scena norvegese. In questo senso The Archaic Course fu indubbiamente pionieristico, anche se il risultato fu ancora troppo acerbo e confusionario: i Borknagar faranno decisamente meglio in alcuni dei dischi successivi, così come le intuizioni abbozzate nel presente album verranno sviluppate in maniera più compiuta da altri gruppi norvegesi. L’unico vero pezzo memorabile di The Archaic Course è l’apertura, Oceans Rise; per il resto si tratta di un disco gradevole da ascoltare in sottofondo con almeno un paio di sfondoni, tra cui l’incomprensibile Ad Noctum col suo ingiustificabile organo Hammond.

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NAPALM DEATH – Words from the Exit Wound

Ciccio Russo: Il disco del definitivo ritorno al passato sarebbe stato il successivo Enemy of the Music Business ma già qua gli inglesi avevano iniziato a rimettersi in carreggiata, lasciandosi alle spalle le imbarazzanti sperimentazioni di Diatribes e Inside the Torn Apart, ove il problema non erano tanto le suddette sperimentazioni, per quanto sballate e incomprensibili, ma i pezzi che proprio non c’erano. Words from the Exit Wound fu il classico lavoro di transizione, dove i Napalm Death da una parte cercavano di non far scappare a gambe levate tutti i vecchi fan, dall’altra insistevano nel provare a non fossilizzarsi sui vecchi schemi, con qualche interessante variazione sul tema nelle ritimiche (in Devouring Depraved, uno dei pezzi migliori, Danny Herrera sembra tenere presente il drumming di Igor Cavalera). Il gioco a volte riesce, a volte no. Quando Barney ritenta con il cantato pulito ci si mette spesso le mani nei capelli, ché davvero non era roba sua (Repression Out of Uniform). Niente male, invece, certi flirt con il post-hardcore (Next of Kin to Chaos), intuizioni che sarebbero state sviluppate in maniera coerente in opere più mature come The Code is Red… Long Live the Code.

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MACBETH – Romantic Tragedy’s Crescendo

Michele Romani: Quando si parla dei Macbeth risulta difficile non tirare in ballo i Lacuna Coil, vuoi per la stessa città di provenienza (Milano), vuoi per l’identico anno di formazione (1996) e il percorso musicale portato avanti nel corso degli anni: dal più classico gothic metal con venature doom del primo lavoro a una successiva evoluzione che ha portato i due gruppi a “semplificare” notevolmente la loro proposta. La differenza fondamentale è che la band di Cristina Scabbia è riuscita a fiutare prima il trend d’oltreceano di gruppi come Evanescence e simili, sfruttando il momento giusto e diventando la scialba alternative metal band che purtroppo ci dobbiamo sorbire ancora oggi, mentre i Macbeth (anche per continui cambi di formazione) sono andati un po’ più a rilento e comunque hanno continuato fondamentalmente a suonare gothic metal anche se molto più moderno, di certo molto lontano da quello proposto in questo debutto. Ascoltando Romantic Tragedy’s Crescendo infatti la mente non può non andare ai primi  Theatre of Tragedy, sia per la struttura delle canzoni che per il classico binomio voce cavernosa maschile vs voce eterea femminile, anche se purtroppo quest’ultima non è esattamente Liv Kristine e ce ne si accorge sin da subito. In realtà, riascoltandolo dopo svariati anni, ci si rende conto che, nonostante la sua derivatività, questo dischetto mostra comunque alcune idee interessanti, i brani sono sempre molto articolati e versatili con parti veloci e parti più rallentate che si alternano di continuo, non rendendo il tutto troppo monocorde. Tra questi da segnalare senza dubbio The Twilight Melancholy e la splendida ballata di pianoforte Moonlight Caress, anche se purtroppo appiattite da vocals femminili non proprio all’altezza della situazione… Per fortuna con il cambio di cantante le cose sarebbero andate decisamente meglio.

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NEGURA BUNGET – Sala Molksa

Trainspotting: A due anni dal debutto Zîrnindu-să, i  Negura Bunget ritornano sulle scene con questo EP che permette loro di compiere un deciso passo avanti dal punto di vista stilistico, avvicinandoli alla forma compiuta che raggiungeranno con il celebratissimo ‘n Crugu Bradului del 2002, il disco che li lancerà definitivamente. È quindi forse proprio in Sala Molksa che la band della Transilvania inizia a mettere le definitive radici delle proprie fortune future. Le fascinazioni di folk rumeno riecheggiano qui in maniera più omogenea, il suono si fa più corposo e la loro personalità comincia a risaltare davvero: e la differenza si sente tutta in Din Afundul Adincului Intrupat, già presente nel debutto e qui risuonata, di gran lunga la canzone più tradizionale e piatta dell’album. Da menzionare uno dei riff di Buried by Time and Dust dei Mayhem utilizzato nella traccia eponima.

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FATBOY SLIM – You’ve Come a Long Way, Baby

Stefano Greco: Nella seconda metà degli anni ’90 la musica dance o elettronica che dir si voglia era veramente ovunque. Dato che non ne capisco granché, non so se siano stati anni particolarmente floridi dal punto di vista creativo, però i pochi dischi che possiedo del genere (tutti relativi a quel periodo) sono in linea di massima cose piuttosto fiche (in alcuni casi anche clamorose). Tra questi un posto rilevante è occupato da quello di Fatboy Slim col titolo lungo; forse rispetto ad alcuni concorrenti era una versione un po’ semplificata, però si tratta di un album talmente carico di singoloni memorabili che alla fine è da considerarsi un disco quasi-generazionale per i circa ventenni dell’epoca.

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BLACK MESSIAH – Sceptre of Black Knowledge

Trainspotting: I tedeschi Black Messiah sono uno di quei gruppi che ti ritrovi nelle scalette dei festival improntati al folk/pagan/black metal e che tendi a confondere nel mucchio. Mi vengono in mente parecchi nomi del genere, ma la band di Gelsenkirchen non è assolutamente tra le peggiori, anzi. Questo Sceptre of Black Knowledge è il loro debutto, ed è ancora ancorato ad un sostrato black metal ortodosso con qualche giro da sagra del bratwurst qui e lì. Le cose migliori dei Black Messiah verranno successivamente; il dischetto in esame invece scorre in modo piuttosto innocuo, nonostante sia in generale abbastanza godibile e nonostante un’attenzione non comune per le linee di basso.

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HATEPLOW – Everybody Dies

Ciccio Russo: Se The Fine Art of Murder era tanto ben arrangiato e giocato sui mid-tempo era pure perché Phil Fasciana e il ritrovato Rob Barrett (appena uscito dai Cannibal Corpse, dove sarebbe tornato nel 2005) nel frattempo avevano sfogato testosterone e voglia di menare con questo ameno progettino, che sarebbe durato un altro disco ma, per qualche motivo, Metal Archives dà per riattivato con una nuova line-up. Il “death metal slayeriano” dei Malevolent Creation viene corroborato da pesanti dosi di grind. Il risultato, manco a dirlo, è una doccia di shrapnel. Randellate come Prison Bitch e The Gift Giver fanno ancora malissimo, con i loro echi di Terrorizer e Napalm Death, ed Everybody Dies, riascoltato oggi, è invecchiato meglio di quanto sarebbe stato lecito attendersi. L’album è dedicato alla memoria del batterista Larry Hawke, perito poco dopo l’incisione mentre cercava di salvare il suo cane da un incendio. Alla voce c’era invece Kyle Symons, che, in futuro, avrebbe sostituito per un certo periodo la buonanima di Brett Hoffmann negli stessi Malevolent Creation.

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ISIS – Mosquito Control

Trainspotting: Gli Isis sono stati uno dei gruppi metal più importanti e influenti degli ultimi vent’anni, a tal punto che, senza di loro, moltissima della musica che ascoltiamo oggi non suonerebbe allo stesso modo, o addirittura non esisterebbe. Si potrebbe dunque pensare che gli inizi di una band così innovativa e personale siano stati problematici, incerti o, quantomeno, che avessero solo in nuce gli elementi del proprio stile, che avrebbero sviluppato compiutamente solo più avanti; proprio per questo motivo l’ascolto a vent’anni di distanza di Mosquito Control, primo dei tre EP di debutto, è spiazzante, dato che non solo in esso è riconoscibilissimo il gruppo che avrebbe sconvolto il mondo della musica di lì a pochi anni, ma anche perché si parla di un EP splendido, perfettamente all’altezza dei loro album migliori. Certo l’approccio è più crudo, con l’assenza di voce pulita e una maggiore compressione delle chitarre, ma è già tutto qui: e pezzi come Poison Eggs o Relocation Swarm già fanno presagire la futura grandezza.

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ARGHOSLENT – Galloping Through the Battle Ruins

Ciccio Russo: Gli Arghoslent sono noti ai più soprattutto per le liriche non proprio politicamente corrette su colonialismo, schiavismo e affini. Va detto che all’epoca dell’esordio Galloping Through the Battle Ruins non ci andavano ancora troppo pesante, allo stesso modo in cui gli elementi death erano ancora limitati soprattutto alla voce, alla struttura nervosa dei brani e al grezzume primordiale di suoni e arrangiamenti. Uno, sentendo lo stacco centrale della title-track potrebbe pensare al death svedese ma – un po’ come avviene con gli Acheron – a immaginarsi certi pezzi con un registro pulito e una produzione decente, non saremmo poi lontanissimi da certo power thrash trucido all’americana con assoloni bombardoni. E il disco si regge soprattutto sulle buone trovate melodiche, di derivazione epic metal e Nwobhm. Geni non sono mai stati ma gli Arghoslent un loro fascino l’avevano, e stava proprio in questo approccio incongruo e viscerale, da 7″ polveroso di gruppo sudamericano con le cartuccere e i caproni in copertina. Ok, qua l’artwork è La caduta di Fetonte di Rubens ma il discorso non cambia troppo.

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ENID – Nachtgedanken

Trainspotting: I Summoning sono il gruppo più meraviglioso della Terra, dunque è normale che ne esistano dei cloni; o, quantomeno, gente completamente fulminata da Minas Morgul che nell’atto di comporre musica decide che non c’è assolutamente niente di più opportuno da fare che seguire le loro orme. Così nacquero gli Enid, one man band poi finita a fare altro ma che, agli esordi, era intesa come un omaggio viscerale al duo austriaco. Viene ripreso il lato più poetico ed onirico della band di Silenius e Protector, lasciando in secondo piano l’impostazione marziale, ma è tutto al proprio posto. Nachtgedanken è ancora parecchio ingenuo, e a volte gira intorno al punto invece di centrarlo direttamente, ma ha un fascino che vent’anni non sono riusciti a scalfire.

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NEBULA – Let it Burn

Stefano Greco: L’impressione iniziale sentendo un pezzo come Down The Highway fu quella che i Nebula fossero dei cloni dei Fu Manchu, per certi versi non poteva essere altrimenti dato che la formazione per tre quarti era proprio quella che aveva suonato su No One Rides For Free (l’esordio dei FM del ‘94). La tesi della perfetta sovrapponibilità delle due band è però sia falsa che vera, è falsa perché nel 1998 tra Let It Burn e The Action Is Go ci sono più differenze di quelle appaiono ad una prima occhiata, però è anche vera perché a tutti gli effetti i Nebula espandono e ampliano la parte di suono più liquida e psichedelica che era stata elemento portante dei Fu fino ad In Search Of. Ci troviamo infatti davanti ad un caso estremamente raro e lineare di aritmetica applicata al rock’n’roll, Eddie Glass esce dal gruppo e porta via con se un pezzo di suono preciso, questo non si trasforma in alcunché ma e va a finire da un’altra parte così com’era. Da lì in avanti le cose poi evolveranno per entrambi i gruppi, una scissione dalla quale per una volta possiamo dire di averci guadagnato.

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CAGE – Unveiled

Trainspotting: Esistono mille gruppi chiamati Cage, ma solo uno ha un posto speciale nel nostro cuore: quelli di Dave Garcia e Sean ‘The Hell Destroyer’ Pack da San Diego, autori tra le altre cose del micidiale Supremacy of Steel di qualche anno fa. Unveiled è il debutto, più legato ai Judas Priest e al powerthrash americano e meno blastone rispetto agli ultimi album. Lo spirito però è sempre quello: cazzimma messa in musica, riff come calci in bocca e acuti come testate sulle gengive finché non muori. Purtroppo la produzione è moscia, il che sgonfia parecchio le intenzioni bellicose dei Nostri, ma già il fatto che l’album si apra con la tamarrissima Shoot to Kill è un ottimo biglietto da visita. Con Unveiled i Cage iniziano a mettere sul tavolo le carte, ed è bello ascoltarlo già sapendo che razza di carri armati schiacciaossa sarebbero diventati con queste premesse.

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ANATA – The Infernal Depths of Hatred

Ciccio Russo: Entro un paio d’anni la scena estrema sarebbe stata invasa da ondate di cloni di The Haunted e Dark Tranquillity. L’esordio degli Anata, visto con il senno di poi, è una delle ultime testimonianze di quella splendida anarchia stilistica che regnava nella scena a fine anni ’90, quando i generi consolidati avevano detto quello che dovevano dire e si sperava in nuove rivoluzioni che, ahinoi, non sarebbero mai arrivate. In The Infernal Depths of Hatred c’è di tutto: i Morbid Angel, il death tecnico alla Pestilence, il black metal e il death melodico suonati secondo i canoni della madrepatria Svezia, sintetizzatori, stacchi acustici, senza mai cedere per un momento alla tentazione di affibbiarsi da soli un’etichetta. Non pensate a un patchwork scoordinato, una coerenza di fondo in questo apparente fritto misto c’è. E, soprattutto, ci sono le canzoni. Ennesimo caso di scuola di disco graziosissimo ma comunque troppo sfigato per spiccare all’epoca. La parola “Anata”, per stessa ammissione del gruppo, non voleva dire assolutamente nulla.

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R.E.M. – Up

Trainspotting: Poche volte nella storia della musica un evento apparentemente marginale (come, nello specifico, l’abbandono del batterista storico) ha dato inizio ad una slavina di merda così copiosa e abbondante come accaduto nei R.E.M. I quali, fino al precedente New Adventures in Hi-Fi di appena due anni prima, avevano inanellato una serie strabiliante di capolavori e che, a partire dal presente Up, diventarono un imbarazzante gruppetto lagnoso che per carità di Patria non chiameremo neanche la caricatura di sé stessi, perché la caricatura dei vecchi R.E.M. sarebbe stata comunque molto più dignitosa di così. Non si salva niente in quest’album, a partire dai tre disgustosi singoli Lotus, At My Most Beautiful e Daysleeper. Un declino talmente rapido e inaspettato da avere pochissimi pari nella storia della musica mondiale. Ah, e complimenti per la copertina, una bruttura di cui si sarebbe vergognato anche un bambino dell’asilo rimasto sotto con un oppioide a caso.


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