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Avere vent’anni: RHAPSODY – Symphony of Enchanted Lands

Creato il 25 ottobre 2018 da Cicciorusso

Avere vent’anni: RHAPSODY – Symphony of Enchanted Lands

Quanti di quelli che seguono con costanza questa rubrica non aspettavano altro che la recensione di Symphony of Enchanted Lands? Di certo è una delle recensioni che più aspettavo io, anche se è a me che tocca l’ingrato compito di scriverla e cercare di spiegare in queste poche righe l’enorme portata che questo disco ebbe sulle nostre vite. Io avevo diciassette anni da poco compiuti, e all’epoca, dopo pranzo, andavo con lo scooter a studiare da un mio compagno di classe che abitava a qualche centinaio di metri da me. La mattina di quel lunedì 5 ottobre, però, avevo preso Symphony of Enchanted Lands nel mio negozietto di fiducia, ordinato per tempo e aspettato come una suora aspetta la visita del papa nella propria parrocchia; saltai quindi l’appuntamento col mio amico e, nei giorni successivi, mi portai sempre dietro il booklet, così da impararne a memoria i testi anche lontano dallo stereo. Da allora tutto è cambiato, e intendo proprio tutto: l’unica cosa che è rimasta uguale a sé stessa è la fascinazione adolescenziale che provo per Symphony of Enchanted Lands, una tra le pochissime costanti che nella mia vita, in mezzo a mille cambiamenti più o meno radicali, mi tiene attaccato allo scoglio di verghiana memoria staccato dal quale cesserei di esistere come individuo. Ora ditemi che non è anche per voi così. Ditemi che voi, che lo avete amato ai tempi, non ne avete la stessa identica affezione cieca anche oggi. 

Avere vent’anni: RHAPSODY – Symphony of Enchanted Lands

Del resto, se lo splendido Legendary Tales era stilisticamente ancora un abbozzo di ciò che i Rhapsody avrebbero voluto fare, con Symphony Turilli e Staropoli hanno iniziato ad avere i mezzi per provare davvero a dare corpo alla propria idea di musica. Che è un’idea che veniva accusata di essere grossolana, pacchiana e ridondante, e probabilmente è anche vero: ma era la loro idea. Il fatto che nessuno avesse mai suonato come i Rhapsody prima di allora è una nozione che adesso può apparire scolastica, ma all’epoca si abbattè su di noi fino a lasciarci storditi. Non si era mai sentito nulla del genere, e per questo abbiamo lasciato passare in cavalleria le asperità più pecorecce della loro musica. Un pezzo come The Dark Tower of Abyss suonava pretenzioso e velleitario? Beh, però almeno loro ci avevano provato; e il risultato, al netto dei suoni plasticosi, delle parti narrate, dei campionamenti alla pasta e fagioli, era così sentito e appassionato che ci rapì il cuore. Anche perché sotto tutta la gigantesca mole di arrangiamenti e barocchismi c’erano delle melodie che avrebbero costituito il nostro immaginario musicale negli anni a venire.

Una su tutti: Emerald Sword. Una melodia che non se ne sarebbe mai più andata via, un inno generazionale, per quelli come noi l’unico vero possibile equivalente di Azzurro o Nel Blu Dipinto di Blu. Penso che anche chi odia i Rhapsody, sotto sotto, si sia ritrovato a canticchiarla senza neanche pensarci. E poi Eternal Glory, o Wisdom of the Kings, la mia preferita, con quegli intrecci tra chitarra e orchestrazioni; e ancora il climax nel ritornello di Riding the Winds of Eternity, e la magnificenza ridondante della traccia eponima in chiusura, in cui ci sono spunti per un altro mezzo album.

Avere vent’anni: RHAPSODY – Symphony of Enchanted Lands

Symphony of Enchanted Lands, comunque, tra i dischi classici dei Rhapsody sarà considerato quello maggiormente vicino alla sensibilità di Alex Staropoli, da sempre dietro arrangiamenti ed orchestrazioni del gruppo. La mano di Luca Turilli si sente, ma è difficile non associare Symphony alla personalità del tastierista. Da qui il carattere più cerebrale e oscuro dell’album, e la sua differenza profonda con il precedente e i due successivi, musicalmente più diretti e concettualmente più semplici. Non so se sia Symphony of Enchanted Lands il mio preferito dei Rhapsody (anzi no, lo so: il mio preferito è Dawn of Victory), ma quello di cui sono assolutamente certo è che, senza i Rhapsody e tutto quello che hanno significato, la mia vita sarebbe stata diversa. Io stesso sarei stato diverso: più grigio, triste, disincantato. E anche oggi, da adulto, con tutti i problemi, le responsabilità, le delusioni, i grossi pali di cemento armato che la vita ti accatasta nel sedere, riascoltare i vecchi dischi dei Rhapsody riaccende in me una scintilla di quel periodo luminoso della mia esistenza in cui ai draghi, forse, in fondo, un po’ ci credevo sul serio. Grazie, Alex e Luca, grazie davvero. (barg)


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