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Avere vent’anni: SPIRITUAL BEGGARS – Ad Astra

Creato il 25 marzo 2020 da Cicciorusso

Avere vent’anni: SPIRITUAL BEGGARS – Ad Astra

Quando Jeff Loomis entrò negli Arch Enemy verso la fine del 2014 alcuni pensarono, me compreso, che fosse uno spreco di talento enorme, non solo per le capacità di Loomis ma soprattutto per la condizione degli Arch Enemy, un gruppo di cartone morto da almeno vent’anni di cui salvo, post-Burning Bridges del 1999, giusto qualcosa dal successivo Wages of Sin, ma proprio poco. Come durino ormai da tutti questi anni è per me un mistero, francamente: dischi fatti appunto di cartone, in serie, uno uguale all’altro con minime variazioni (giusto la copertina e i titoli dei pezzi, toh), iper-prodotti, iper-pompati dalla critica, che poi nell’80% dei casi è composta da quindicenni/ventenni col cazzo in una mano e una foto di Alissa White-Gluz (e prima ancora di Angela Gossow) nell’altra, e impegnati dieci mesi all’anno in tour su tour per fare cassa, visto che di cd non se ne vendono più e Spotify, come gli altri servizi in streaming da internet, paga poco gli artisti. È un mondo difficile. Ciò detto, quello che sfugge a molti è che Loomis non è l’unico ad essere sprecato negli Arch Enemy, anzi il caso di spreco più eclatante secondo me non è manco lui ma Michael Amott. La cosa sfugge perché Amott è da sempre identificato con gli Arch Enemy, essendone lui, più che il fratello Chris, l’anima fondante ed imprescindibile.

Avere vent’anni: SPIRITUAL BEGGARS – Ad Astra

Non di meno negli Arch Enemy, negli Arch Enemy odierni intendo, è assai sprecato e basta ascoltare uno qualsiasi dei dischi degli Spiritual Beggars per rendersene conto immediatamente. Chiaro, non ha la tecnica di Loomis, e se e per questo nemmeno di Chris Amott, ma la tecnica mica è tutto: Michael Amott ha un senso della melodia, un tocco, un suono che sono inconfondibili e riconoscibilissimi, addirittura l’unico elemento ancora distintivo e che volendo si salva degli Arch Enemy, ammesso che ci sia poi qualcosa da salvare. Ad Astra da questo punto è esemplare, ogni canzone ha un angoletto di melodia, un assolo o un riff che è apprezzabile e che proviene inequivocabilmente da Amott, anche qui l’anima della festa. Peccato che gli Spiritual Beggars non sono neanche lontanamente popolari come gli Arch Enemy e che quindi non ci camperebbe affatto perché, davvero Mike, sarebbe il caso di buttare gli Arch Enemy in un fosso e continuare solo con gli Spiritual Beggars, e al limite qualcos’altro di nuovo. Evvabbuo’. Comunque in questi giorni di quarantena approfittatene per riascolare Ad Astra, che ne vale la pena. Magari un po’ fumati, se ne avete ancora da parte, drogati demmerda. (Cesare Carrozzi)


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