
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Batman, un supereroe atipico
Batman è un supereroe atipico almeno per un paio di motivi. Il primo è che si tratta di un super eroe senza superpoteri. In questo dimostra una diretta derivazione dal padre di tutti i super eroi, L’Uomo Mascherato di Lee Falk (disegnato, all’inizio, da Ray Moore), con il quale condivide l’origine sanguinosa della sua vocazione e l’intento di porsi come fautore di una “giusta” vendetta contro il crimine. Con l’Uomo Mascherato condivide anche il tono violento e dark delle avventure dei suoi primi anni, anche se non possiede l’alone mitico ed esotico che caratterizzava il primo eroe in calzamaglia.
Il secondo dei motivi è la presenza di Robin, il ragazzo meraviglia con cui forma il cosiddetto duo dinamico. Normalmente, i super eroi lavorano da soli o formano team più (Marvel) o meno (DC) litigiosi con altri loro pari. Difficilmente si associano a ragazzetti e il fatto che il costume di Robin sia uno dei più impresentabili e kitsch del pur vasto e improbabile campionario del mondo supereroistico ha dato la stura a ipotesi e commenti della più varia natura1. Tanto è vero che in epoche più recenti, quando ha cercato di recuperare una dimensione più lugubre e seriosa, Batman si è spesso separato da Robin, anche lui sottoposto (nei fumetti) a diversi lifting caratteriali.
Ma un’analisi di questo e degli altri aspetti intrinseci del fumetto la lascio ai batmaniani che, per la verità, se ne sono già occupati parecchio. A me, qui, interessa soprattutto, a mo’ di premessa, porre l’accento sulla relativa diversità che contraddistingue Batman nell’alveo dei supereroi. Batman supplisce alle sue carenze di potenza – è solo molto allenato e non ha, come detto, neanche lo straccio di un super potere – con una serie di gadget tecnico-pratici divenuti oggetto di svariate gag da più parti, compresi gli in-jokes del periodo light sullo schermo piccolo e grande (gli anni ‘60). Dal batarang alla batmobile alla batcaverna, sappiamo che tutto ciò che è di Batman potrebbe essere caratterizzato dall’apposizione del prefisso bat. La similitudine bondiana è stata largamente percorsa dagli anni ’60 in poi, ma questa caratteristica del personaggio era preesistente e per certi versi originale.
Al cinema, Batman ha inizialmente avuto un destino non dissimile da quello di altri personaggi dei fumetti, ma poi si è distinto per due serie ad alto budget e alto gradimento del pubblico che hanno in sostanza ridefinito il cinema supereroistico: ciò lo rende un personaggio di particolare interesse per un’analisi critica dal punto di vista cinematografico.
Batman: i serial
La presentazione del personaggio è adeguatamente tonitruante ed esplicativa, con la stentorea voce narrante a illustrare le qualità del duo dinamico (Batman e Robin), che collabora con la polizia presentandole criminali impacchettati e pronti per la galera (con tanto di logo batmaniano impresso in fronte, a imitazione del segno del teschio dell’Uomo Mascherato). Bruce Wayne simula d’essere un pigro playboy in stile don Diego de la Vega (più che Clark Kent) per non indurre sospetti sulla sua persona, ma in realtà, come Batman, ingaggia una serrata lotta contro il temibile dottor Daka, il primo cattivo cinematografico batmaniano.
Dopo una lunga pausa il trionfo del pop: la serie televisiva e il film
Batman ritorna sugli schermi, questa volta televisivi, con una serie che si dimostra subito azzeccata nei toni e negli esiti. Colorata e vivace, ottiene un buon successo e si protrae per tre stagioni (dal 1966 al 1968): una durata non straordinaria, ma comunque significativa dell’appeal dimostrato dal personaggio.
Il successo è tale da generare anche un lungometraggio che viene distribuito al cinema, con il medesimo cast della serie televisiva. Batman (1966) di Leslie H. Martinson è un film pienamente figlio dei suoi tempi, caratterizzato da un simpatico gusto pop e dalla predominanza di un’ironia che tutto domina e sovrasta.
Realizzato, come detto, sulla scia della serie televisiva6 con gli stessi interpreti, il film è una sarabanda pop caratterizzata da uno spirito anarchico e libertario – rispetto alle forme e agli stilemi del cinema super eroico – che lo rende ancora oggi unico. L’ironia e l’umorismo la fanno da padroni, prendendosi gioco dei personaggi, di ciò che rappresentano e del genere cui appartengono. I dialoghi sottolineano senza sforzo l’enfasi, l’idiozia e l’assurdo che vengono invece normalmente presi sul serio nelle avventure supereroistiche. I super criminali sono tratteggiati con una vivacità esasperata e decisamente sopra le righe da un cast che sembra spassarsela alla grande. Burgess Meredith7) è perfetto nel ruolo del Pinguino, mentre Lee Meriwether8 sparge sensualità in quello di una Catwoman del tutto inutile dal punto di vista dell’efficacia. Più di maniera, ma comunque efficaci, un irriconoscibile Cesar Romero (di solito sobrio e serio) nel ruolo del Jolly e Frank Gorshin in quello di un esagitato e inetto Enigmista. Di fronte a tanta gigioneria, Adam West è impagabilmente compassato nella parte di Batman, seguito con solo un tantino di eccesso da Burt Ward in quella di Robin. Certe trovate sono irresistibili, come quando Batman decide di compiere di corsa il tragitto sino alle Nazioni Unite per evitare di rimanere bloccato nel traffico con l’auto e Robin lo segue a malincuore tradendo ben presto dolori alla
Per inciso, vale la pena di ricordare che la serie televisiva, in piccolo, ha le medesime caratteristiche ed è ricca di un’ironia venata di simpatica demenzialità: per fare solo un esempio, nell’episodio The Cat and the Fiddle (1966) diretto da Don Weis, Batman e Robin arrivano a spron battuto con la batmobile e parcheggiano davanti a una banca all’interno della quale devono sventare il complotto di Catwoman. Robin fa per precipitarsi dentro, ma Batman lo ferma: c’è da mettere la moneta nel parchimetro. Robin obietta che nessuno metterebbe la multa alla batmobile, ma il probo Batman ricorda che loro devono comportarsi sempre da bravi cittadini.
Dopo il grande buio, il grande ritorno: l’epopea burtoniana
Per lunghi anni Batman resta lontano dal grande e dal piccolo schermo, a parte i cartoni animati (che restano fuori da questa indagine). I super eroi della Marvel hanno preso piede in campo fumettistico relegando i più classici personaggi della DC in un angolo dell’immaginario collettivo. Inoltre, quando si tratta di tentare la trasposizione in grande stile sugli schermi cinematografici a essere scelto è Superman, il super eroe per antonomasia9. Ma nel corso degli anni i fumetti di Batman vivono periodi di grande trasformazione. In particolare, significativo per il mood e il look del personaggio è l’intervento di Frank Miller che, anche cronologicamente, può essere visto come presupposto per il grande ritorno al cinema di Batman, che avviene nel 1989 con un kolossal affidato alle mani per nulla avvezze alla “normalità” di Tim Burton.
Grissom (Jack Palance) è il boss della mala di Gotham City che il Sindaco e il procuratore distrettuale Harvey Dent (Billy Dee Williams)10 vogliono incastrare. Jack, il futuro Joker (Jack Nicholson), è il malevolo e ambizioso socio di Grissom. Quando il vecchio gangster, geloso delle attenzioni di Jack nei confronti della sua amante e preoccupato di mantenere il proprio potere, fa finire in trappola il socio, questi resta sfigurato da composti chimici e si trasforma nel Joker, capace in breve di eliminare Grissom, diventare il boss di tutta la mala cittadina e costituire un avversario che solo Batman può affrontare.
Il contesto riporta al Batman più classico, con una batmobile all’altezza, bondiana al punto giusto, e la presenza di Alfred, il sempiterno e deferente maggiordomo interpretato con gusto da Michael Gough, attore di lungo corso che gli appassionati dell’horror ricorderanno per le sue molte caratterizzazioni flamboyant nel genere (da Konga a Diario proibito di un collegio femminile). Alcune gag (non troppe, per la verità) sono irresistibili, come il look dimesso e trascurato dei giornalisti televisivi che non osano usare cosmetici e conseguentemente perdono ogni glamour.
La dimostrazione che i soldi sono tutto in una società senza valori è data graficamente nel corso della distribuzione pubblica di denaro con cui il Joker vuole sostituirsi alle autorità per dare al pubblico – malato e avido – la festa che richiede. I pupazzi gonfiabili di questa festa finale sono molto godibili e anch’essi tipicamente burtoniani. Le autorità sono del tutto imbelli, sempre trincerate dietro insulsi e codardi no comment a dimostrare la necessità di Batman. Il quadro che emerge è quindi quello di un conglomerato sociale decadente e privo di qualità, nel quale si trova ad agire un personaggio cui tutti affidano volentieri il compito del mantenimento di uno status quo che fa soprattutto comodo a chi detiene il potere.
è questo in pratica il primo film di un nuovo corso del genere supereroistico che troverà sviluppo completo solo qualche anno dopo con il primo episodio della saga degli X-Men, che lancerà definitivamente gli eroi in calzamaglia nell’empireo cinematografico rifacendosi in gran parte al pantheon della Marvel.
Anche in questo caso, come già nel precedente film, gli intrecci tra criminalità e politica sono in primo piano, fondati sulla credulità degli elettori che si bevono tutte le panzane che vengono loro propinate. Di questo connubio politico-criminale, Schreck è l’emblema tipico, interpretato con adeguata esagerazione da Christopher Walken. Il Pinguino, invece, è un personaggio sin troppo sgradevole, alieno e inquietante: non riesce mai a essere realmente comprensibile nei motivi e, anche per questo, mette soprattutto a disagio. In questo senso l’interpretazione di Danny De Vito è insieme funzionale e disfunzionale.
In mezzo a tanto esasperato grottesco il personaggio di Batman rischia di scomparire, di passare per incolore, come un osservatore cui sia richiesto di tanto in tanto di fungere da deus ex machina per interrompere i piani criminosi altrui. Bruce Wayne si conferma personaggio relativamente interessante nell’interpretazione sobria di un Michael Keaton più padrone del personaggio, ma Batman resta monocorde e vuoto.
Anche la storia non brilla di logica e il rapporto tra Schreck e il Pinguino è costruito e risolto in modo troppo sbrigativo. Lo stesso può dirsi, a livello di sbrigatività, per il ritratto psicologico di Catwoman/Selina, che, affidata a un’attrice sin troppo affascinante come Michelle Pfeiffer, non risulta troppo credibile nella sua parte di grigia impiegata e non si capisce bene come acquisisca lo scatto per diventare una super eroina sadomaso né che cosa in realtà intenda fare12.
Colori, scenografie e messa in scena sono squisitamente burtoniani e contribuiscono a creare un’estetica dark molto affascinante e ricca visivamente. I risultati commerciali non premiano la svolta burtoniana: il budget cresce esponenzialmente giungendo a 80 milioni di dollari, mentre gli incassi lordi mondiali scendono a circa 266 milioni. La franchise resta profittevole, ma il margine si riduce.
Fine prima parte