Batman e la cultura reaganiana

Creato il 07 ottobre 2014 da Lospaziobianco.it @lospaziobianco


Il contesto storico

La storia politica degli Stati Uniti d’America negli anni Ottanta fu segnata da un uomo, Ronald Reagan. Attore da tempo in pensione, non dimentico della lezione attoriale appresa sul set e riadattata sul palco dei comizi e nei salotti dei talk show (uno dei suoi soprannomi fu The Great Communicator), Reagan ebbe una graduale ascesa politica che lo portò nell’arco di quarant’anni (trascorsi per lo più nel Partito Repubblicano) dall’attività sindacale, al governo di uno degli stati più importanti del paese (la California), a due mandati presidenziali tra il 1981 e il 1989. L’impatto di Reagan sulla politica statunitense è difficile da sottovalutare: in un decennio di epocali cambiamenti geopolitici su scala mondiale, Reagan lasciò tracce sul sentire politico a destra come a sinistra, obbligando entrambe le parti a ripensare le proprie strategie politiche, costringendo la destra a un riorientamento dei programmi politici in senso neoliberista e portando la sinistra a una minimalizzazione della sua componente socialdemocratica. Reagan incise indelebilmente sugli sviluppi politico-economici futuri e, infine, sulla cultura del proprio paese e dell’occidente.

La cultura reaganiana

La parola reaganesimo indica soprattutto l’insieme delle politiche economiche adottate durante gli otto anni della presidenza di Ronal Reagan. In questa sede, sarà invece utilizzata come categoria culturale. Termini come categoria culturale, mentalità, paradigma culturale, di ampio utilizzo nelle scienze sociali e storiche, sono tuttavia concetti spinosi, le cui implicazioni – se assolutizzate nel tentativo di schematizzare la realtà – rischiano piuttosto di farsela sfuggire. Quando dunque si cerca di cogliere lo Zeitgeist (spirito del tempo) di un’epoca lo si deve fare tenendo presente che si sta operando una riduzione delle infinite sfumature della realtà. Riduzione che non può restituire un’immagine fedele e completa dell’oggetto d’analisi ma è ugualmente, con le dovute premesse, strumento potente e utile.

Il celebre sceneggiatore Antonio Segura scrisse una volta che “gli aneddoti sono per gli esseri umani quello che odore e colore sono per il vino: il modo migliore di apprezzarne le qualità prima di farne l’assaggio”. Le fonti involontarie1 possono essere considerate gli aneddoti della storia. L’analisi di un singolo prodotto della cultura di interesse può costituire una preziosa occasione di sintesi, utile a mettere in evidenza le caratteristiche culturali principali di un’epoca. Nel nostro caso, l’entrata sul ring di Hulk Hogan a partire dal 1986. Immaginate (o più semplicemente guardate su youtube): un nerboruto wrestler biondo di origini italiane cammina verso il ring, gonfia i muscoli e li mostra al pubblico che, adornato di ogni immaginabile gadget, impazzisce alla loro vista; una canotta sgargiante a stento li contiene, di essa presto resteranno solo brandelli, il buio del palazzetto viene dilaniato dai flash, dalle casse parte la sua canzone, Real American di Rick Derringer. Ascoltate la canzone, ascoltate cosa dicono le strofe centrali:

I am a real American, fight for the rights of every man. I am a real American, fight for what’s right, fight for your life. I feel strong about right and wrong and I don’t take trouble for very long, I’ve got something deep inside of me, courage is the thing that keeps us free.

Hulk Hogan, l’erculeo “vero americano”, il pubblico, i gadget, la musica, le luci. Un complesso di elementi che incarna l’essenza della cultura americana degli anni Ottanta, del reaganesimo culturale: una cultura oggetto di una continua opera di spettacolarizzazione, caciarona, dove tutto è commercializzabile, in un Mercato che sempre più forgia e governa le vite dei singoli, ha un ruolo predominante nell’edificazione dell’immaginario collettivo, in cui il consumo è alla base dei meccanismi di costruzione dell’identità, dove le possibilità individuali e delle masse vanno ridefinendosi, una nazione etnicamente eterogenea unita dal sogno americano, dal sogno economico, incline al leaderismo, al virilismo anche gretto, alle soluzioni forti, che ama i muscoli sul ring come in politica, convinta di avere una sorta di missione nel mondo e nella storia che culminerà nell’esportazione universale dell’american way of life; ma soprattutto siamo di fronte a una cultura dove, a livello di massa, tra giusto e sbagliato corre una netta linea di demarcazione che impedisce la prolificazione di dubbi e funge da filtro, da metro di giudizio e strumento di classificazione del mondo e della vita.

E cosa ha a che fare Batman con tutto ciò, con Hulk Hogan, Reagan e via dicendo? Durante gli anni Ottanta viene prodotta una serie di storie, tra le migliori e le più importanti della storia del cavaliere oscuro (e del fumetto in generale), che si confrontano con la cultura americana nella sua declinazione reaganiana, scontrandosi con essa, con autori che partono da posizioni ideologiche diverse, o al contrario aderendo a essa.

La critica da destra

Come detto in apertura dell’articolo, Reagan ebbe un forte impatto sulla politica e sulla cultura della destra americana. Cos’è la destra negli Stati Uniti d’America? Possiamo parlare di una destra pre-Reagan e di una destra post-Reagan. La prima ha i suoi padri fondatori in due uomini, i cui volti sono letteralmente incisi nella storia e nella cultura americana, sul monte Rushmore: sono Abraham Lincoln e Theodore Roosevelt. Il primo fu il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America (1861-1865), guidò il suo paese durante gli anni della guerra di secessione, dalla quale uscì vittorioso il nord e con esso il progetto di un paese con una forte vocazione industriale e commerciale che costruì l’America che conosciamo. Theodore Roosevelt fu invece presidente per due mandati tra il 1901 e il 1909. Roosevelt è passato alla storia per la cosiddetta Big Stick policy, la politica del grosso bastone (il cui motto era “Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”), che legittimava l’uso delle maniere forti in politica estera a salvaguardia degli interessi statunitensi; mentre per quanto riguarda la politica interna il suo mandato fu contraddistinto da un riformismo a tratti evergetico ascrivibile a una ideologia paternalistica-populista tipica di una certa cultura repubblicana di stampo calvinista. Un duplice registro d’azione, fatto di metodi forti contro quanti si ritiene attentino al bene comune e di un capitalismo filantropico per il progresso della comunità, che volendo giocare sul confine tra realtà e fantasia ricorda l’azione di Batman/Bruce Wayne nei confronti rispettivamente della criminalità e della comunità gothamita. La cultura repubblicana pre-Reaganiana così come si è formata a partire dalla metà dell’800 è inoltre attraversata dal mito della frontiera, dal mito della possibilità del singolo uomo di costruire il proprio futuro con le proprie forze, con le proprie qualità e virtù, di trasformare il selvaggio, il caos, il conflitto sociale in civiltà, ordine, pace sociale. Anelito che caratterizza anche l’azione di Batman e la sua battaglia contro i vari Joker, Spaventapasseri ecc. Il mito della possibilità di un’azione palingenica da parte del singolo sopravvive a lungo nella cultura americana, basti pensare alla forza, fino a quel momento inedita, con cui viene propagandato nella

Mickey Spillane (1918-2006) è stato un autore fondamentale per la nascita e la definizione del genere hard-boiled. Frank Miller lo ha indicato come uno degli autori che più lo hanno influenzato.

cinematografia americana per circa un quarto di secolo nell’età del western classico (a grandi linee 1939-1963). È un mito che viene declinato in varie modalità, tra cui quella anarcoide dell’ (anti)eroe della letteratura pulp, che machiavellicamente sa transitare nel male quando la necessità lo richiede senza andare nietzschianamente al di là del bene e del male: pur essendo caratterizzato dal disincanto e dal cinismo, pur macchiandosi di gesta non propriamente ineccepibili dal punto di vista morale, ha come fine il compimento della giustizia, anche se questa talvolta ha un volto fin troppo simile a quello della vendetta. Il Mike Hammer di Mickey Spillane è l’esempio perfetto di un (anti)eroe dalla cultura individualista, repubblicana, declinata in salsa anarcoide. Il nome di Mickey Spillane non è richiamato a caso, ci sono dei motivi ben precisi: è l’autore statunitense più venduto nel secondo dopoguerra, a riprova della diffusione di una certa cultura; prima di esordire come romanziere nel 1947 con Io ti ucciderò, negli anni Trenta aveva fatto parte di quella generazione di autori di riviste pulp, che avranno grande influenza sui fumetti nati alla fine del decennio, ed era stato autore di molti fumetti, tra cui Batman; oltre ad aver fatto parte di quella prima generazione di autori pulp, è nel secondo dopoguerra tra i padri fondatori del figlioccio di quella stagione letteraria, l’hard-boiled nella sua declinazione degli anni Quaranta-Cinquanta, che tanto ha influenzato l’autore che più ci interessa in questo paragrafo: Frank Miller.

La destra reaganiana e post-reaganiana è invece intrisa di cultura neo-liberista. Il celebre motto thatcheriano “la società non esiste, esiste solo l’individuo” è riassuntivo della cultura neo-liberista e delle conseguenze socio-politiche di essa. Da un punto di vista ideologico, la demolizione del concetto di società cambia radicalmente la categoria dell’individualismo, facendole perdere ogni obbligo sociale. Da un punto di vista pratico, si risolve nel primato del Mercato, nella multinazionalizzazione definitiva dell’economia, nella nascita di oligopoli di settore, nella definitiva affermazione del consumo quale strumento dell’individuo per l’ingresso e l’interazione con la collettività, nello strapotere dei mass-media: nello sprigionamento, in breve, di forze che inevitabilmente sovrastano e addirittura rischiano di annullare le possibilità individuali di azione sociale e programmazione del proprio agire.

La critica di Frank Miller a tale cultura è forte ed evidente in particolare in Il ritorno del cavaliere oscuro, forse il fumetto più importante nella storia editoriale di Batman. La miniserie in quattro numeri di Miller vede la luce negli States tra febbraio e giugno 1986. Premettiamo una cosa importante: Frank Miller è un convinto repubblicano, intriso di una cultura di destra che emerge senza possibilità di equivoci anche in altre opere successive come 300 o Holy Terror e da alcune dichiarazioni rilasciate negli anni a commento di fatti d’attualità. Frank Miller culturalmente è ascrivibile a quella cultura repubblicana individualista pre-reaganiana descritta in precedenza ed è da questa sua posizione che sferra il suo attacco al reaganesimo, quale cultura che di fatto lascia comprime le possibilità d’azione dell’individuo da forze a esso superiori. Aprite la vostra copia de Il ritorno del cavaliere oscuro e cominciate a sfogliarne le pagine. La presenza della televisione è costante, invadente, impegnata nel tentativo costante di indirizzare l’opinione pubblica, di creare un sentire comune, di stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato, dividendo il mondo in queste due categorie, cosa è reale e cosa non lo è. Propina reiteratamente concetti e parole, giocando sulla loro ambiguità, sulla loro soggettività, plasmandone il significato e attraverso esse plasmando la realtà. Continuamente, dunque, il piccolo schermo bombarda il telespettatore e gracchia parole come fascista sociale, comportamento psicotico, atto antisociale, pulsioni antisociali, problema politico. Il primo villain con cui si scontra Batman è sintomatico di questo assottigliarsi della linea di divisione tra realtà e percezione. Il redento Due Facce viene reinserito nella società, camuffando la sua vera natura malefica rappresentata dalle cicatrici attraverso la finzione di un’operazione di chirurgia estetica.

Il giudizio sulle istituzioni non è migliore di quello dei media: il governo americano a vari livelli è rappresentato da corrotti, esaltati, pavidi, persone che giocano allo scaricabarile venendo meno alle proprie responsabilità e al livello più alto vi è un presidente, chiaramente rappresentato con le fattezze di Reagan, che si presenta abbigliato come un buffone, che parla in maniera enfatica ricorrendo agli strumenti retorici più abusati (Dio, libertà, patria ecc.), interessato unicamente allo showbiz e alla conservazione del suo potere. Ma soprattutto, il presidente per fermare Batman gioca la sua carta migliore: Superman. Clark Kent è un “gigante che cammina sulla terra” come egli stesso ben sa e si definisce, è una forza che sfugge a ogni controllo umano, che ha deciso di asservire sé stesso allo status quo, alla conservazione e al governo degli Stati Uniti. Questo Clark Kent, che Bruce Wayne definisce “barzelletta” del Clark Kent delle origini, rappresenta quell’insieme di forze degenerate che, dopo un lungo processo culminato negli States negli anni Ottanta, da strumenti di opportunità si sono trasformate in strumenti di oppressione dell’individuo: l’economia, l’informazione, addirittura il sistema democratico americano che giunge a eleggere un presidente-pagliaccio che, come l’Atene ai tempi di Socrate, utilizza ogni sua arma per fermare il suo uomo più saggio, colui che coglie le criticità del sistema, accusandolo di corrompere il sistema sociale, le nuove generazioni. E Bruce Wayne, novello Socrate dotato di una cicuta “con il trucco”, inscenata la sua morte, decide di continuare per il resto dei suoi giorni a “corrompere” la nuova generazione.

L’altra faccia della critica

Altro grande autore fortemente critico verso la cultura e il potere neoliberista, ma su un versante ideologico diametralmente opposto a quello di Frank Miller e della destra americana, fu Alan Moore. L’autore inglese conobbe il neoliberismo anche nella declinazione tatcheriana di tale corrente politico-culturale, per molti versi simile a quella reaganiana. Quasi tutte le opere di Alan Moore degli anni Ottanta e dei primissimi anni Novanta sono attraversate dal confronto con tale cultura e con i suoi prodotti, da V for Vendetta a Un piccolo omicidio, in maniera più o meno evidente e con un peso variabile sullo sviluppo delle trame. Lo stesso vale per le due storie avente protagonista Batman scritte dall’autore di Northampton: Batman Annual #11 – Mortal Clay del 1987 e Batman: The Killing Joke del 1988.

Nel primo fumetto, con un espediente narrativo che ricorda quello utilizzato un decennio prima da George A. Romero nel film Dawn of the Dead (1978, in italiano il titolo è Zombi), Alan Moore satireggia le pratiche consumiste. Nella pellicola sopraccitata, uomini ridotti allo stato di zombie combattevano per entrare in un centro commerciale per saziare la loro fame di cervelli e allegoricamente di prodotti; nella storia di Moore, invece, Clayface, nemico di Batman fatto d’argilla, con la possibilità di assumere l’aspetto che egli desidera, la cui identità non è mai definitiva ma continuamente ridisegnata, confina sé stesso in un centro commerciale, spinto dall’amore per un manichino. È una situazione grottesca in cui Clayface comincia ad attribuire a un oggetto inanimato simbolo del consumismo sentimenti forti, come l’amore e l’odio, e comincia a provare altrettanto nei suoi confronti. Sarà proprio questa “relazione” con un oggetto a definire nel corso della breve storia la natura delle azioni e l’essere di Clayface.

Il contributo più importante dell’autore inglese al personaggio e al mondo di Batman è senza ombra di dubbio Batman: The Killing Joke. Protagonista di questa storia è Joker, il più noto tra i nemici dell’Uomo Pipistrello. Nell’analizzare questa storia, spesso i riflettori sono stati puntati sul rapporto che emerge tra Batman e il suo arcinemico, ma è altrettanto interessante il rapporto tra Joker e il commissario Gordon. Il commissario è fatto oggetto di ripetute violenze fisiche e psicologiche: il Joker spara la figlia riducendola in fin di vita, lo sequestra, lo denuda, lo maltratta, lo costringe a guardare le foto della figlia ferita con l’unico scopo di dimostrare al mondo che “basta una brutta giornata per ridurre alla follia l’uomo più assennato del pianeta”. La follia è interna al sistema, il mondo che viene descritto è “una barzelletta crudele” che è oramai sfuggita al controllo degli individui, fuori dalle loro possibilità: ha portato il Joker alla follia, trasformando l’uomo qualunque in difficoltà in balia degli eventi, qual era stato un tempo, in “un’agente del caos”; non riesce a fare altrettanto con il commissario Gordon, che però, nonostante la sua forza e la sua determinazione a dimostrare “che il nostro sistema funziona”, è comunque costretto a subire inerme le conseguenze della follia; e infine Batman il cui goffo tentativo di reinserimento del Joker nella società non può che frantumarsi contro le parole del Joker – «No. Ormai è tardi. Troppo, troppo tardi» – e la barzelletta più famosa della storia del fumetto.

Batman: The Killing Joke è una storia in cui non ci sono vincitori, ci sono solo tre sconfitti costretti ad arrendersi contro una forza troppo grande per gli individui, la follia; è una storia che affonda prepotentemente le sue radici nelle paure dei neoliberisti anni Ottanta, decennio palesemente reazionario rispetto a quello precedente, culla di quelle spinte economiche, sociali, politiche che nei decenni successivi sempre più avrebbero ridotto le possibilità e il raggio d’azione degli individui. Sono paure che attraversano tutta l’opera di Moore degli anni Ottanta-inizio Novanta e che hanno come conseguenze estreme sui suoi personaggi la rinuncia inconscia o meno al proprio dovere supereroico (Superman in Per l’uomo che ha tutto e Che cosa è successo all’Uomo del Domani?), la consapevolezza dell’impossibilità di conseguire il bene (Rorschach con le sue lacrime e il suo “Fallo!” rivolto al Dr Manhattan, una delle scene più profonde, a livello etico, in Watchmen), la resa alla follia:

«Signore e signori! L’avete letto sui giornali! Ora rabbrividirete guardando con i vostri occhi il più tragico degli errori commessi dalla natura! Ecco a voi l’uomo medio! Fisicamente è piuttosto banale, ma i suoi valori sono assolutamente deformi. Guardate quant’è rigonfio il senso dell’importanza umana. Notate il piede equino della coscienza sociale e il suo ottimismo rattrappito. Uno spettacolo impressionante, nevvero? Ma davvero ripugnanti sono le sue fragili e disastrose idee di ordine e sanità mentale. Applicando loro una forza eccessiva… si spezzano. “Come fa a vivere?”, voi mi chiederete. Come sopravvive questo misero, patetico esemplare nel mondo crudele e irrazionale di oggi? Purtroppo la risposta è “non molto bene”. Di fronte all’inoppugnabile dato di fatto che l’esistenza umana è folle, vana e casuale, a un esemplare su otto dà di volta il cervello! E come fargliene una colpa? In un mondo psicotico come questo… ogni altra reazione sarebbe una pazzia!»

Da Batman: The Killing Joke    

Il prezzo del reaganesimo

Sia ben chiara una cosa: l’era reaganiana, al di là delle critiche di singole personalità, fu un’era di consenso di massa. Dal punto di vista politico basti pensare a come Reagan vinse le elezioni del 1980 con 44 milioni di voti, quelle successive del 1984 con 54 milioni di voti e il suo operato fu talmente apprezzato che il partito repubblicano trionfò per la terza volta consecutiva nel 1988 con un assai meno carismatico George Bush come candidato. Le elezioni del 1992 i repubblicani le persero per un soffio e un candidato di troppo, l’indipendente Ross Perot che rubò ai repubblicani un potenziale bacino elettorale di 20 milioni di voti. Pur nella sconfitta della parte repubblicana, il voto del popolo americano fu particolarmente indicativo del cambiamento culturale avvenuto, in quanto premiò un partito democratico più che mai interventista in politica estera e con una politica economica che pose la definitiva pietra tombale sul keynesismo economico di impronta rooseveltiana. È naturale, dunque, che a tale consenso di massa alla cultura reaganiana la produzione fumettistica non poté essere estranea: i fumetti di Batman pubblicati durante gli anni Ottante sono dunque pieni zeppi di apparizioni di Reagan, di riferimenti all’attualità politica, ai successi della politica reaganiana, di nemici provenienti dai rogue state (gli stati canaglia, il modo in cui Reagan definì  Cuba, Iran, Sudan, Siria, Corea del Nord, Afghanistan, Iraq, Jugoslavia, Libia). Pensate ad esempio a Joker che divenne ambasciatore ONU per conto dell’Iran. Nuovi nemici contro cui difendere l’ordine costituito.

C’è una storia particolarmente controversa, apparsa su Batman #417-420, tra marzo e giugno 1988, sul finire del reaganesimo, scritta da Jim Starlin e disegnata da Jim Aparo, intitolata Le dieci notti della Bestia. La trama è delle più classiche e più abusate negli anni della guerra fredda: un nemico venuto dall’esterno (l’URSS) mira a colpire le difese e le alte sfere americane. Il nemico è il micidiale soldato KGBeast, sfuggito al controllo dei sovietici e con un curriculum di oltre duecento omicidi. Nelle prime pagine viene introdotto l’antagonista di turno e sciorinati alcuni dei principali successi politici e dei temi maggiormente propagandati della gestione reaganiana, come il miglioramento dei rapporti tra URSS e USA e il programma di difesa “scudo spaziale” (SDI). L’assistente della Bestia è, manco a dirlo, un terrorista iraniano di nome Nabih Salari. L’obiettivo della Bestia è distruggere il programma di difesa americana e uccidere Ronald Reagan in persona. Se due anni prima Batman ne Il ritorno del cavaliere oscuro era un problema politico, in questa storia (come in tante altre del periodo) Batman è invece la soluzione a protezione del sistema politico americano e collabora oltre che con il fidato commissario Gordon anche con la CIA. L’FBI, invece, è un problema: un gruppo di sei agenti federali, capitanati da tale Keith Parker, partecipa all’indagine e sono gli unici a opporsi al coinvolgimento di Batman nella vicenda; quando a un certo punto della storia è chiaro che il temibile KGBeast ha un infiltrato nelle forze dell’ordine, i sospetti ricadono sugli agenti dell’FBI e in particolare su Keith Parker. Robin è fermamente convinto che sia quest’ultimo la spia e motiva i suoi sospetti in tal modo: «le ricerche su Parker hanno svelato che quand’era al college, frequentava studenti della società democratica. Il gruppo da cui è nato quello dei weathermen».

Keith Parker è di sinistra e il semplice fatto che abbia frequentato un gruppo di sinistra venti anni prima fa di lui un potenziale traditore. Batman è meno categorico di Robin e dà a Parker i benefici del dubbio. Alla fine della storia si scoprirà che non è il Parker il traditore, bensì un suo agente: l’unico uomo di sinistra del fumetto non è quindi un traditore ma resta comunque il più incompetente tra gli agenti, privo di doti di comando, ostile a Batman e che mette più volte in pericolo l’intero gruppo. Compaiono nella storia anche i repubblicani: sono essi le vittime di KGBeast, che ne uccide a decine colpendoli durante una cena per una raccolta fondi per la imminente campagna elettorale. Sempre i repubblicani sono i sostenitori accaniti del SDI, programma che viene presentato nella seconda parte del fumetto come l’unico strumento in grado di fermare il nucleare rendendolo un’arma obsoleta, salvando in tal modo il mondo da un possibile olocausto atomico. All’inizio della quarta parte fa la sua comparsa un raggiante Ronald Reagan, che deve tenere un importante discorso a Gotham City. Del presidente si parla anche nella penultima pagina della terza parte, dove tra le righe veniamo informati del suo coraggio: la CIA informa Batman di aver provato, dato il pericolo, a dissuadere il presidente, costui non ha voluto sentir ragioni. Reagan dunque giunge a Gotham City, dove immediatamente riconosce il valore di Batman e dà alla sua azione il proprio beneplacito: «Mi piacciono i professionisti. Da quello che sento, sei il migliore. Continueremo a seguire i tuoi consigli». È nelle pagine finali del quarto numero che la storia, fino a questo momento canonica, prende una piega insolita e per questo interessante. Prima dello scontro finale con KGBeast, Batman ha un dialogo con Ralph Bundy, agente della CIA: a Batman viene suggerito di non lasciare vivo il suo nemico, la giustizia non farebbe il suo corso, il pluriassassino rimarrebbe impunito e il problema ritornerebbe di lì a poco. Batman reagisce indignato a tali parole. Resta il fatto che fino a quel momento Batman le ha grosso modo prese e pur giocando “in casa” non è riuscito a impedire al suo avversario di uccidere oltre cento persone. Nelle pagine finali si consuma dunque lo scontro tra i due, nelle fogne di Gotham. Batman sfruttando la sua conoscenza del territorio riesce a portare l’avversario in una stanza dalla quale si entra e si esce attraverso un’unica porta blindata. Batman è sull’uscio e la Bestia per la prima volta gli rivolge la parola:

«Be’, mio degno rivale… siamo alla resa dei conti. È ora di vedere chi è il migliore tra noi… in questo gioco di vita e di morte. Che stai aspettando? Avanti! Facciamola finita!»

«E perché dovrei? Qualche anno fa non avrei perso l’occasione per mettermi alla prova contro di te. Ma il tempo mi ha insegnato un sacco di cose importanti. Non c’è ragione che io rischi la mia vita, venendoti appresso. Non ne vale proprio la pena»

Batman chiude la porta. Non accetta lo scontro. Chiude la Bestia in una gabbia dalla quale non potrà uscire, condannandolo a morte certa. Tradendo la sua unica regola: non uccidere.

A volte devi cambiare le regole. A volte le circostanze sono tali che le regole travisano la giustizia. Non faccio questo “lavoro” per proteggere le regole. Io servo la giustizia.”

L’unica regola di Batman decade in nome di un bene superiore, il mezzo è giustificato dal fine. Batman ha salvato il paese, la politica reaganiana, il partito, Reagan in persona, dimostrandosi un perfetto soldato asservito al suo governo e alla sua ideologia. Ha pagato, però, un prezzo altissimo: ha ucciso Batman.


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