Magazine Diario personale

Benedetta

Da Maddalena_pr

esistono fregature al contrario, che non gli avresti dato niente, e invece ti sorprendono

Benedetta

Il motivo per cui decido di andare all’ASL proprio un giorno di m. è che così non ne rovino un altro.

Isabelle si lascia sedurre dal viaggio in autobus, io dal signore che la guarda ammirato. I bambini accendono gli occhi dei buoni, anche senza fare nulla. Comunque dietro di noi viene a sedersi Sofia. Il suo nome arriva con lei, in differita lievissima: «Come ti chiami? Io mi chiamo Sofia». Una donna sta in piedi al suo fianco, le scoppietta baci e poi torna sterile in uno sguardo attento: «No, non lì che è sporco». Il sedile aveva due scritte di qualche vandalo, pennarelli di altre ere storiche e ormai seccati dal tempo e da chissà quanti culi.  Sì, è per forza sua madre. Intercala amore-amore-amore, è il suo giorno di riposo dal bar in cui lavora, zona Zara, dall’altra parte dell’emisfero milanese. Se la vuole prendere tutta, questa piccola di tre anni. Scendono con noi, vanno dove andiamo noi, attraversano con noi. La donna stritola la figlia in slanci di entusiasmo e poi le cade addosso, perché togli il sandalo, Sofi? Nemmeno il nome, lo dice intero. A me certi momenti sembra tutto a metà, il nome, le cure, la voglia. La bambina ha estratto la sua nuova bambola, la madre si precipita a dirmi che è costata cinque euro. «No, Sofi, smettila, lasciale i vestiti se no la do a un’altra bambina! La regalo, la tua bambola».

Siamo seduti, c’è questa stanza fitta di gente come un puntaspilli. Ci è andata bene che qualche sedia ancora aspettava solo noi. Isabelle tace sulle mie ginocchia. Lei, la sua pecora che s’è fatta tutto il bus, che si farà tutta l’attesa, la mattinata. Le ho bisbigliato all’orecchio «è un po’ cattiva, questa mamma». Non voglio che la miccia di quella arrivi fino a qui, le incrini questi occhi pieni di fede nel mondo.

Così la donna fa spola, una gentilezza esuberante, prima ha fatto strada a un’anziana, sull’attraversamento pedonale, voleva rassicurarla dal grande sfiato caldo dell’autobus, dalle macchine che rallentano e non sai mai se è per te o magari poi sgasano un’accelerata a un palmo dai tuoi sabot. Adesso allarga una schiera di denti in linea però molto squadrati, a ogni chicchessia, al ragazzo col cane, alla madre alla sua sinistra. A me, compagna di mattina. E poi d’un tratto è un redarguire senza uscite. Sofia non dice, ha quel naso morbido delle bambine di colore, ha la faccia da pubblicità. Anche quando toglie il cappellino di rafia colorato le resta quella luna piena e scura che gli occhi sono due soli: neri, accesi. Guarda un video sullo smartphone, dondola la bambolina vestita, allacciata.

Forse diventa matta, dentro. Come diventa ognuno dei nostri figli: l’amore e poi la regola. Posso essere quello che sono, però mi correggi. Amore amore, però lascia quei vestiti alla bambola, non farmi incazzare.

Dalle guardiole un’impiegata grida sopra al nostro popolo oppresso dall’attesa e dalla dittatura della burocrazia: «Fate silenzio!» Nessuno parla forte, ma cinquanta sottovoce fanno un coro. Forse le mancano le nozioni base di acustica. Faccio bene a non ribattere, mentre altri tre sportelli chiudono per il pranzo e ne restano due aperti su sei: sarà proprio quella, la mia addetta. A tenermi buona ci ha pensato la mamma di Sofi: sfoglia un libro che mi accorgo presto essere la Bibbia. Mi dice di non alterarmi, ha capito al volo che sono più alta che paziente. Ma io borbotto, non è che faccio poi tutto questo sciopero. E il silenzio alla fine lo rispetto solo perché più rallentiamo la procedura e più mi tocca aspettare.

Mi mette una mano sul braccio, mi chiede come mi chiamo. Mi benedice. Davvero: esala qualche parola, la Bibbia in grembo, le sue dita sulla mia pelle, che Gesù vegli su di me. Sappiate anche che a breve venderò migliaia di copie dei miei libri: «Proteggi Maddalena, che i suoi libri si diffondano…» Se divento famosa è (anche) merito suo.
La folla intorno raddoppia e sbiadisce nella mia timidezza del momento.

«Molti non credono» sorride quadrata.
«No, io nemmeno».
Dice che magari è perché sono stati cresciuti anche troppo nella fede e poi hanno mollato.
«Infatti. Io ho abbandonato».
«Però Gesù non ci abbandona mai».
«Buon per lui».

Ride.

Sono ancora venticinque numeri davanti. Offro a Isabelle un giro fuori, basta che il bigliettino ce lo teniamo da conto: «Isa, tienilo un attimo che devo scrivere una cosa. Tienilo bene, eh? Che vale oro». Ma a lei va bene stare lì. A casa si annoia tra badilate di giochi dopo due minuti. Qui sta bene con le mie gambe e una pecora. Per un attimo ho pensato di organizzare un servizio recall: tipo io faccio da sentinella mentre quella donna stanca che ho davanti va a prendersi un panino e io le mando un messaggio quando tocca quasi a lei. Facciamo una piccola rete solidale. Di salvataggio. Ogni tanto entra un altro vecchio. Ogni tanto entra una mamma con un neonato di quelli che sono ancora larve, corpi posati sul torace che colano nelle mani a conchiglia della mamma, tutti interi. Qualcuno dice a un’anziana vada, voi avete priorità, ma io penso che anche queste col neonato dovrebbero passare avanti. E anche quella con quattro monelli al seguito. E anche quello sulla sedia a rotelle. Qui tutti dovrebbero avere priorità e per questo nessuno ce l’ha.

Benedetta dalla donna, l’attesa si fa comunque più snella.

Sugli ultimi tornanti delle ore rinasce una breve scintilla. Siamo il 306: sul 299 il corpo già scarica la sua adrenalina. Cazzo, non distraetemi, nessuno fiati.

Un’altra volta ne prendo almeno quattro, di numeri. Ché se ne perdo uno c’ho la riserva. Magari li piglio a distanza di dieci minuti, così poi esco, vado a perder tempo, e se mi hanno chiamata io sfodero il numero seguente.

Al 304 sono in piedi. Agito la gamba come i cavalli alla partenza, Isabelle ride. 305: bruum, bruum, per questo numero scelgo l’auto da corsa allo start. 306: ed è gooooal!

Che mattinata. «Isa sei stata bravissima, grazie». In qualche modo ci siamo perfino divertite.

È una di quelle fregature al contrario: che tu non le avresti dato niente,

l’hai buttata per caso nel bidone dell’umido. E invece vedi che ti nascono i fiori.

[Foto di Myriam Zilles da Pixabay]


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