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Berlinale 2020. Recensione: FIRST COW, un film di Kelly Reichardt. Possibile Orso

Creato il 26 febbraio 2020 da Luigilocatelli

First Cow, un film di Kelly Reichardt. Con Orion Lee, John Magaro, Toby Jones, Scott Shepherd, Gary Farmer. Competition.
Berlinale 2020. Recensione: FIRST COW, film Kelly Reichardt. Possibile OrsoOnore a Kelly Reichardt che, pur nel massimo rigore formale e con una sobrietà quasi bressoniana, riesce a raccontara una storia coinvolgente come poche altre in questa Berlinale. Un western atipico, intimista, ristretto in pochi spazi, somersa da una natura padrona, con una strana coppia maschile (zero imoplicazioni omosessuali) legata da un’amicizia indistruttibile. Qualche (lontana) affinità con I compari di Altman. Tra i favoriti all’Orso d’oro. Voto 8+
A oggi, il più bel film del concorso e in my opinion il più serioc andidato all’Orso d’oro (seguono in ordine di bellezza Undine di Christian Petzold, assai apprezzato dalla critica tedesca e internazionale, e l’appena visto, squisitissimo The Woman Who Ran di Hong Sangsoo). Grande riuscita di Kelly Reichardt, una delle più talentuose e rispettate cineaste in circolazione (era in guria allo scorso Cannes), dal segno incisivo e personale, e darle l’Orso sarebbe un modo di riconoscere un’autrice senza cadere in politicalcorrettismi e smancerie metooiste. Perché Reichardt, semplicemente, è brava, molto, e se lo merita. Con questo film riesce anche a stabilire, forse per la prima volta, una comunicazione forte con lo spettatore, nonostante non rinunci al rigore, a una severità della messinscena quasi bressoniana. Sguardo contemplativo-osservativo. Camera fissa in formato classico 4:3 o, tutt’al più, qualche lento movimento di macchina a scandire la storia di una strana coppia maschile (senza, stavolta, implicazioni omosessuali), in una piccola epopea western tutta chiusa in spazi minimi, sommersa dalla natura, volutamente priva di paesaggi maestosi e ruffiani e concentrata invece sui personaggi, i loro gesti, i corpi, le facce, l’agire. Intimismo da Frontiera, con un qualcosa, solo un qualcosa, del western moderno di Ang Lee Brokeback Mountain. Con qualche sorprendente assonanza perfino con il capolavorissimo altmaniano I compari, cui assomiglia per l’introduzione nella cornice del West di un’ambizione imprenditoriale destinata alla sconfitta (poi, per carità, il resto da Altman si distanzia molto: se Reichardt tende all’osservazione minuziosa, quasi da naturalista, incapsulando la storia in frame strettissimi, Altman disegna con sontuosi movimenti di macchina lo spazio schermico e tende all’epica e all’affresco). E l’attenzione di Reichardt per il mondo animale e ancora di più vegetale, per il senso della natura onnipervasiva, non può non far pensare a Terrence Malickì. Ma, come da citazione di William Blake posta in esergo, First Cow è innanzitutto il racconto di un’amicia virile indistruttibile e leale. Sentimento ormai ignorato, inattuale, la cui riscoperta diventa uno degli elementi di forza del film.
Nell’Oregon del secondo Ottocento, tra trapper e cercatori d’oro, c’è anche un bravo ragazzo assai portato alla cucina con il sogno di aprire un ristorante lì nell’Ovest sempre più trafficato. Una notte scopre un uomo nel bosco, nudo, affamato, infreddolito, è un cinese capitato lì dopo parecchie disavventure e costretto a nascondersi da due russi che lo inseguono per regolare certi conti. Sarà l’inizio di una storia insieme. Metteranno su casa, una capanna tra le frasche, con il cuoco che naturalmente si occupa non solo della cucina ma della gestione domestica (e la scena in cui, appena arrivato, si mette a scopare il pavimento e a pulire e mettere in ordine è irresistibile, uno dei vertici del film: così nasce, secondo una divisione del lavoro legata ai tradizionali ruoli di genere, un solido rapporto a due tutto maschile).
Benché un prologo ai tempi nostri introduca un tema drammatico (prologo che troverà la sua spiegazione in finale di film), la storia ottocentesca di frontiera assume toni quasi picareschi, immediatamente temperati dalla vocazione alla sobrietà della regista. Quando il cuoco scopre l’esistenza di una mucca di proprietà di un vicino – la prima mucca del West, che vediamo arrivare su un chiatta in una sequenza surreal-herzoghiana – decide di rubarne il latte per cucinare delle fritelle da vendere al mercato. Sarà, in quella landa desolata priva di ogni piacere, un travolgente successo. Ogni giorno la fila dei clienti si ingrossa, ogni notte i due compari vanno a rubare il latte della mucca. Si fa strada l’idea di impiantare un’attivvità, di arricchirsi. Ma nn sarà così semplice.
Ci si affeziona ai due, soprattutto a quel bravo ragazzo del cuoco, si segue la loro parabola con partecipazione, ed è un enorme risultato per una regista in cui il filtro dello stile e della forma è tanto determinante. Un film segnato dalla grazia.


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