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Biobibliografia dell’India. Tra Guido Gozzano e Almeida Faria

Creato il 01 luglio 2012 da Sulromanzo
Gozzano in IndiaEsattamente cent’anni fa, nel 1912, Guido Gozzano, forse uno dei nostri autori più occultamente influenti – nel senso che non sempre ci si rende conto del livello di penetrazione della sua scrittura in quella di altri autori coevi e successivi – intraprendeva un viaggio in India che avrebbe poi narrato nel libro Verso la cuna del mondo. A lusitanisti e lusofili vari sono forse note le pagine che il poeta torinese dedica alla sua visita a Goa, enclave portoghese nell’allora India britannica.   Gozzano, che per raggiungere Goa si stacca dalla comitiva dei compagni di viaggio, trova una terra in piena decadenza che gli stuzzica una “curiosità morbosa” per le “pietre morte” (parole sue). «Da due ore m’aggiro per la più strana, la più triste delle città morte», scrive. Certo la decadenza non è solo lì. Ma mentre nel resto dell’India è qualcosa che trascende la memoria storica di ogni europeo, perché risale indietro di millenni, nel disfacimento di Goa Gozzano intravede lo “spettro di cose nostre”, di una strada della Roma barocca o una piazza umbra, e non è difficile immaginare quanto un poeta “crepuscolare” possa aver amato la sensazione di essere entrato in una città abitata solo da guardiani di chiese sfatte e di una salma intatta, quella del missionario san Francesco Saverio, che i portoghesi avrebbero nominato, da defunto, Vicerè delle Indie («Il vero governatore che giungeva dal Portogallo doveva chiedere il permesso alla salma idolizzata»).   Mi ha fatto ripensare a Gozzano la lettura del recente (inedito in Italia) Il mormorio del mondo, breve diario di un viaggio in India che rappresenta anche il ritorno in libreria dopo tanto tempo – se non proprio di silenzio assoluto, certo di “mormorii” sporadici – di uno scrittore tra i più emblematici della letteratura portoghese degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, Almeida Faria, anche lui, a suo modo, occultamente influente in patria. Tutti quei giovani che negli ultimi anni hanno scritto martoriando la punteggiatura, in fondo, non facevano altro che bissare l’esordio iconoclasta di Rumore bianco, romanzo enigmatico che un ragazzo neanche ventenne aveva pubblicato nel ’62, scandalizzando l’ambiente letterario di casa sua. E tutti quegli scrittori, non solo tra i giovanissimi, che ancora oggi sono faulkneriani più o meno consapevoli, saranno probabilmente inconsapevoli di rivisitare uno stile che nella loro lingua trovò la prima espressione matura in un altro romanzo di quegli anni, La passione (edito in Italia da Passigli).   Almeida FariaAnche l’autore di questo diario di viaggio del XXI secolo trova lo stesso decadimento intravisto cent’anni prima. Ma un ulteriore strato di cinquant’anni di nuova vita nell’Unione Indiana (nel 1961 Nehru occupò in poche ore quel tratto di costa che era colonia portoghese da quattro secoli e mezzo) ha già iniziato a interrare le ultime vestigia portoghesi. Dunque bisogna praticare un’archeologia del sapere per scovare tracce di quel passato nascoste nell’etimologia, nella culinaria, nella varia nomenclatura, ovviamente ancora nell’architettura, ma soprattutto nei libri. Questo è infatti un viaggio che inizia e finisce sui libri, e più che un viaggio in India sembra un viaggio fra libri che parlano dell’India, dove l’osservazione diretta è sempre mediata, quasi abolita dalle stratificazioni letterarie che dirigono il nostro sguardo. L’autore sa di non saper più guardare la realtà senza la lente del bibliofilo compulsivo. Sa che ogni bibliografia è una biografia. “Biobibliografia”, come si suol dire in compendi letterari e manuali scolastici. Una chiesa, una casa o un incontro casuale non esistono fuori dalla cornice di secoli di letteratura che spazia dai sempre sorprendenti cronisti del ‘500/’600 a Octavio Paz, fino naturalmente a Borges, che di questa letteratura al quadrato è il santo patrono riconosciuto e venerato. Anche i luoghi sono dei classici. Li rileggiamo persino quando li apriamo per la prima volta. Non a caso il sottotitolo del libro è L’India rivisitata, espressione che in un autore portoghese rimanda meccanicamente a due testi omonimi di Álvaro de Campos, Lisbon revisited, due poesie sul viaggio mentale e sulla fine di ogni viaggio, estraneità a se stessi e distacco definitivo da qualsiasi luogo fisico e metafisico.   Va aggiunto, se mai ve ne fosse il bisogno, che la rivisitazione non ha nulla di nostalgico, nel senso politico che soprattutto in certe lingue può assumere la nostalgia. L’approccio di Almeida Faria è sempre erudito e razionale anche quando sfiora il registro onirico, forse perché l’esotico è il luogo reale dei nostri migliori o peggiori sogni. Media: Scegli un punteggio12345 Nessun voto finora

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