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Biologico, evitiamo le guerre

Creato il 12 febbraio 2020 da Gadilu

Biologico, evitiamo le guerre

Potessimo fotografare il contorno di un concetto che appare alla mente, è probabile che la maggioranza di noi, udendo l’espressione «agricoltura biologica», si immagini cose di questo tipo: un campo, di piccole dimensioni, in cui un contadino sano e robusto produce frutta e verdura senza usare veleni. Allargando il quadro, possiamo farci entrare anche alcuni vicini di casa felici, che vanno a comprare da questo contadino, ovviamente a piedi, ovviamente usando cesti di vimini prodotti a mano, e poi magari si fermano anche per una partitina a carte sotto a un castagno. Non avrebbe torto chi dicesse che qui saremmo di fronte a una narrazione caricaturale.

Lo scrittore Antonio Pascale, che come primo lavoro fa l’ispettore del Ministero delle Politiche Agricole, ha cercato di suggerire alcune questioni di merito: «Ho questo amico che mi dice: vieni nella mia azienda bio, non ci metto niente. In effetti, frutteto misto, animali liberi. Erbe da raccogliere e farne insalate. E lo faccio, passo una bella giornata, e tuttavia proprio perché sono stato bene, penso: vabbé, ora invito i miei amici di Facebook nell’azienda bio. Se facessi così, quelli in poche ore farebbero fuori mele, pere, e tante erbe da insalate. Il coltivatore bio dovrebbe intensificare la produzione, standardizzarla, altrimenti io prendo la pera buona (so come fare) e l’altro mio amico quella cattiva. Ci si mette un attimo ad assumere la mentalità fordista non appena cambiano i numeri». Per sterilizzare la mentalità fordista, continuando comunque a puntare sull’agricoltura biologica (ma dovremmo anche cominciare a capire di «quale» biologico si parli, visto che ne esistono molteplici sfumature), è chiaro che si dovrebbero allora adottare parecchi accorgimenti complementari.

Uno degli accorgimenti potrebbe essere forse l’istituzione di un «distretto biologico»? In Trentino è stata presentata una richiesta di referendum (si stanno già raccogliendo le firme, ce ne vogliono 8000) che, secondo l’opinione di Fabio Giuliani, l’ambientalista che l’ha promosso, dovrebbe portarci verso l’introduzione di un protocollo di produzione esteso a tutto il territorio regionale (quindi interessa anche l’Alto Adige). L’obiettivo è quello di «arrivare a un’agricoltura il più possibile sostenibile senza nessuna guerra, senza contrasti fra popolazione e agricoltori» (chi è interessato ad approfondire può leggersi la sua intervista, apparsa il 2 di febbraio sul portale online salto.bz).

Per evitare guerre e contrasti è chiaro che non si dovrebbe però operare solo sul piano normativo, vale a dire senza parimenti favorire su scala quanto più larga un cambiamento dei comportamenti e delle abitudini. Come notava Pascale, il punto è gestire la trasformazione badando ai «numeri». A Giuliani ha ribattuto l’assessore all’agricoltura altoatesino Arnold Schuler, il quale apparentemente fa mostra di andare incontro a esigenze più larghe e condivise: «Produzione agraria, sicurezza alimentare e le abitudini dei consumatori devono svilupparsi insieme in maniera armoniosa». Ma ciò vuol dire che ci deve pensare la politica, l’ente pubblico, ossia l’unica istituzione in grado di mediare quei conflitti, perché, altrimenti, un referendum «unilaterale» (così pensa Schuler) non potrebbe far altro che esasperarli?

Magari i quesiti referendari tradiscono una base «populistica», ma sono anche uno strumento democratico di partecipazione, che può indurre la politica a fare scelte altrimenti ostruite da interessi o tradizioni sclerotizzate. Ricordiamoci sempre una cosa: alla fine l’efficacia di un referendum non va scorta tanto nell’esito che lo decide, ma nella qualità del dibattito che saremo nel frattempo riusciti a sviluppare.

Corriere dell’Alto Adige/Corriere del Trentino, 12 febbraio 2020


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