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Black Butterfly: le Farfalle Nere non hanno Coraggio

Creato il 17 luglio 2017 da Dietrolequinte @DlqMagazine
Black Butterfly: le Farfalle Nere non hanno Coraggio

Senza poter dare una datazione precisa a questa intuizione proprio per la sua natura epifanica pensiamo che il cinema commerciale negli ultimi vent'anni abbia abusato del thriller come un passepartout buono ad aprire le porte dell'autorialità a tanti artisti che decidevano di fare il salto della barricata passando dall'essere ripresi dalla cinecamera o dal sistemarne le luci al dirigere in proprio un'intera pellicola.

In questi perigliosi attraversamenti, per guadare il rischio della mediocrità servono almeno tre fattori: idea di base potente, attori famosi disposti a mettersi al completo servizio del novello regista, stuolo di professionisti nella crew tecnica. Black Butterfly, uscito nelle sale italiane lo scorso 13 luglio, beneficia di tutti questi elementi. Brian Goodman, attore che non disdegna la regia (questo è il suo secondo film: nel 2008 aveva diretto Boston Streets) sceglie di portare sullo schermo il remake di un TV movie francese del 2008, Papillon noir, che vedeva la presenza dell'ex calciatore Eric Cantona (ulteriore sostegno alla nostra tesi!).

Optando per un rifacimento di un prodotto già assemblato e che notevole successo di critica aveva raccolto in patria, Goodman può allora concentrarsi a corroborare il notevole spunto di base. A partire dalle location, splendidamente immerse nel verde della campagna laziale (probabile e fortunato diktat della produzione a guida italiana), egli si affida alla sceneggiatura rimpolpata di Marc Frydman e Justin Stanley per dare la propria impronta artistica al film. Black Butterfly mantiene la quasi totale unità di tempo e luogo caratteristica dell'originale (idea forte succitata), ma soprattutto punta sulla performance attoriale di un redivivo Antonio Banderas (interprete ossequioso di cui sopra) che dimostra di saper ancora reggere sulle sue spalle un lungometraggio.

Il divo spagnolo regala al personaggio di Paul vezzi narcisistici da consumato performer che ben si confanno all'idea che lo spettatore può farsi di uno sceneggiatore annebbiato dai fumi dell'alcool e da quelli, più esiziali, del rimpianto. Il primo atto, pur nella sua dichiarata psicologia, è il miglior segmento del film e seppur abbondantemente prevedibile l'ex scrittore famoso carpisce l'attenzione. L'ingresso dell'altro protagonista, il vagabondo Jack (interpretato da un Jonathan Rhys Meyers alle prese col tentativo di nascondere la sua efebica bellezza tramite un campionario di cattive strizzate d'occhio), avviene nei modi e nei tempi giusti, sottolineato da una componente misterica sussurrata pacatamente.

È però nel secondo atto che Goodman, alle prese con la volontà di voler fuorviare e contemporaneamente assecondare la sorpresa finale, perde un po' di ritmo. La crescente follia di Jack avviene per salti logici fin troppo sconnessi anche per un instabile ex detenuto. Inoltre, anche il marcare col pennarello grosso la componente metaletteraria, elemento peraltro a volte fuori fuoco, a volte fin troppo dettagliato, fa scemare la tensione di una situazione semi-claustrofobica. Si aggiunga l'incolore dramma (solita sexy mamma separata hollywoodiana che ammicca al senso di famiglia statunitense senza rinunciare alla virilità) di Laura, terza presenza nel cottage di montagna, che fa sì che la suspense non sia montante, ma montata in modo temerario.

Black Butterfly procede comunque in una sussiegosa dignità thriller decidendo nel finale di fare di un clamoroso twist la pietra angolare di una nuova lettura a ritroso e fin troppo debitamente spiegata con flashback rivelatori. Goodman, insomma, si inserisce nella corrente post-Shyamalan (il regista de Il sesto senso) demandando a una struttura narrativa tornata prepotentemente in auge il compito, quasi univoco, di far sussultare lo spettatore. Per quanto riguarda la parte più propriamente tecnica, il regista americano dimostra di avere un interessante bagaglio di soluzioni visive che, senza scadere in vituperati modernismi, fa della semplicità il suo mantra. Un film, in conclusione, che si accontenta di sé stesso e di un pubblico di bocca buona. Peccato, perché con qualche azzardo in più si poteva far di meglio.


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