Black Gold, il film

Da Marcofre

Gironzolo per il centro di Savona, ieri sera, in attesa di recarmi al Nuovofilmstudio per il film “Black gold”. Si respira un’aria fresca, il cielo coperto sembra minacciare persino pioggia, mentre i gabbiani lanciano i loro versacci, appollaiati chissà dove.

C’è animazione sul tratto di piazza chiusa al traffico, davanti al teatro Chiabrera. Polizia, Carabinieri, mi pare anche vigili del fuoco. Persino uno spazzino (sono le otto e mezza di sera), che raccoglie con cura le cartacce attorno all’edicola del giornale. Poco oltre il piccolo mezzo che spazza, i lampeggianti lanciano attorno segnali giallognoli.
C’è la presentazione dei candidati alla poltrona di sindaco, a Savona è tempo di elezioni.

Il Nuovofilmstudio è lì accanto. In tutto ad assistere alla proiezione del film una cinquantina di persone (nell’attesa, un vecchio legge la rivista “L’ateo”). Non guardo molto la televisione, ma possibile che trasmetta cose talmente interessanti da indurre i savonesi a restare inchiodati sul divano di casa?

In breve. Si parla di caffè, di Etiopia (il più importante produttore di questo prodotto in Africa). La qualità Harar è la migliore in assoluto, segnatevela. Naturalmente, è un film che spiega come sia possibile uccidere la vita di qualche milione di persone che vorrebbero solo vivere meglio, standosene seduti da qualche parte a New York.

Vivere meglio: vale a dire mandare i figli a scuola, avere acqua pulita, vestiti puliti. Le scene più interessanti? I contadini che farebbero salti di gioia se un chilo di caffè venisse pagato loro 0,75 Dollari il chilo (spero di ricordare bene le cifre), mentre siamo ben al di sotto di quel prezzo. Perché da qualche anno ai produttori viene pagato sempre di meno, e sono spinti alla fame.

C’è chi distrugge le coltivazioni di caffè per sostituire quella coltura con la chat: un’erba narcotizzante, proibita nel mondo occidentale, molto diffusa in Africa orientale, e che viene pagata molto bene.
C’è chi prega Dio perché aumenti il prezzo del caffè (ma quello dipende ormai da Sara Lee, Kraft, Nestle, Procter & Gamble).
Tra l’altro queste formidabili aziende hanno rifiutato di rispondere e/o collaborare in qualche modo al film. Hanno galattici uffici stampa che servono a spargere attorno chiacchiere, ma quando c’è da spiegare perché i loro profitti aumentano a dismisura, mentre chi coltiva è alla disperazione, perdono la lingua.

La soluzione: il commercio equo e solidale. Paga di più, offre un prodotto di qualità, garantisce a chi piega la schiena nei campi un giusto compenso.
Ancora una volta, il libero mercato dimostra tutta la sua ipocrisia. Ai produttori africani, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno imposto l’abolizione di ogni sussidio. Ma si guardano bene dal pretendere la stessa politica dai governi europei e statunitense. Ogni commento mi pare superfluo.

Sono temi che conosco abbastanza, e da anni. A chi legge dico: usa Google, cerca una bottega del commercio equo e solidale nella tua città, e comincia a frequentarla. Fai domande, documentati, non fidarti di quello che leggi sui giornali o sul Web (nemmeno di questo blog, certo).
Ma piantala di star lì a dire che tanto non cambia niente.

A Savona, la Bottega della Solidarietà si trova in via Manzoni 54 r. Il telefono: 019802178.
(No, io non ci lavoro).


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