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BLOOD INCANTATION – Hidden History of the Human Race

Creato il 03 dicembre 2019 da Cicciorusso

BLOOD INCANTATION – Hidden History of the Human Race

Come molte altre persone, mi sono ritrovato nella condizione di attendere quest’album per diverso tempo. La storia dietro ai Blood Incantation non sarà certamente paragonabile a quella di Immolation o altri nomi storici, ma Starspawn è stato in grado di scatenare un’onda d’urto che, nel death metal, avevo potuto osservare poche altre volte. Dall’estate 2016 tutti si sono messi in lista d’attesa per il futuro album dei Blood Incantation, e dalle prime anticipazioni di Hidden History of the Human Race, tutto quanto è finito con l’essere amplificato. Esagerazione?

Hidden History of the Human Race mi piace molto più del loro debutto, ve lo scrivo subito. L’alta marea del death metal alla Incantation forse aveva iniziato a ritirarsi appena, eppure Starspawn in qualche modo riuscì a trarne giovamento. Devo però ammettere che furono le parti ai limiti del death’n’roll di Vitrification Of Blood (part I), la sua prima traccia lunga un quarto d’ora, a sembrarmi le più interessanti e personali dell’intero lavoro. I Blood Incantation seppero mescolare due aspetti del death metal che non è detto debbano per forza coesistere. Il resto dell’album lo ricordo ottimo, ma non mi si è impresso in testa. Dalle anticipazioni del suo successore ho subito capito che stavolta i Blood Incantation avevano capito in quale direzione andare a parare, incrementando così la propria efficacia.

Sento molto spesso paragonare la band originaria del Colorado ai Timeghoul, e qui devo improvvisamente fare un giro di quelli larghi perché un paio di recensioni estere, ispirate da ampi giri su Metal Archives anziché sul più istruttivo PornHub, mi hanno quasi causato un travaso di bile. I Timeghoul suonavano questa musica particolarmente oscura, in cui l’atmosfera passava molto vicina al concetto di teatralità. Voci pulite che improvvisamente prendevano il controllo della situazione, e che poi lo restituivano. Sembrano aspetti un po’ paradossali a rammentarli oggigiorno, ma in entrambe le demo – rispettivamente datate 1992 e 1994 – ci stavano benissimo, ed erano gli anni in cui i Nocturnus già risultavano alla frutta poiché catapultati alla mercé delle logiche di mercato indotte dai tempi che furono.

I Timeghoul, appena autori di due demotape, trascendevano appunto da ogni logica di mercato e incisero un death metal che mai si era sentito prima: era il loro, e di nessun altro. I Blood Incantation vedono la luce vent’anni più tardi, un lasso di tempo nel quale il genere ha mutato ed evoluto la sua forma svariate volte attraverso ciò che solitamente definiamo ondate. Onestamente non capisco quest’insistenza nel paragonare i due nomi, più o meno reciprocamente. A metà di The Giza Power Plant fa capolino questa melodia orientale che, anziché costituire un vero e proprio break, ci introduce ai pattern portanti della seconda metà del pezzo, laddove una linea vocale che potrebbe ricordare le usanze di Jeff Hayden entra in scena e ne esce, all’istante. È lì che potrei pensare per un attimo ai Timeghoul, ma non sarebbe molto più semplice aver pensato ai Nile senza finire con lo scomodare il passato remoto? Starspawn per mezzo della sua oscurità dilagante sparava sì una pallonata nel campo da gioco dei Timeghoul, ma da quale distanza? I Blood Incantation non sono i Timeghoul del Duemila, né sono la loro cover band.

BLOOD INCANTATION – Hidden History of the Human Race

Piuttosto hanno maturato le stralunate atmosfere del visionario Formulas Fatal To The Flesh e avuto l’intelligenza di provare a suonare il death metal come veniva concepito nei dintorni del 1991, massimo 1993. A differenza dei Mortal Scepter, i quali suoneranno inevitabilmente alla maniera dei primi Destruction, i Blood Incantation sono un gruppo che risulterà allo stesso tempo attuale e personale, quanto legato alle usanze – di tecnica e di produzione – tipiche dell’epoca d’oro. Anzi vorrei ne recuperassero una porzione ancor maggiore, perché, se al giorno d’oggi ti tuffi nel filone lovecraftiano dei Sulphur Aeon o in quello degli Incantation, farai i conti con un’inflazione tale da nascondere il tuo operato. Bravo, sì, ma difficile da distinguere dai bravini o dagli appena all’altezza della situazione: è una mera questione di numeri, di sovraffollamento. È quando in Slave Species of the Gods partono quelle accelerazioni in levare tipiche di uno Spiritual Healing, un album che qua dentro si fa sentire in più di un’occasione a piccolissime ma ben percettibili dosi, che mi rendo conto di quanto la personalità dei Blood Incantation sia maturata rispetto a tre anni fa. Meno oscuri? Forse, ma con un senso melodico che, probabilmente, stavolta mi permetterà di memorizzare un lavoro intero e non alcune sue parti salienti.

Altro aspetto lodevole di Hidden History of the Human Race è la riproposizione di un formato già considerabile vincente: dura due minuti in più di Starspawn, e conta un numero simile di tracce sulle quali si staglia questa suite pazzesca, la cui durata non ci spaventerà se siamo già passati per Pleiades’ Dust. Anche stavolta il brano che preferisco è il più dilatato, come se i Blood Incantation si trovassero perfettamente a proprio agio nell’affrontare le dinamiche piuttosto che la banalità stessa della forma canzone. In tutto fanno circa 35 minuti di musica. Per quanto intricata e tecnica possa essere la tua proposta, con un simile minutaggio non annoierai mai nessuno, figuriamoci con un album di questo livello. Un’ora di musica, d’altro canto, ti costringerebbe a forzare il processo di compositivo, e i Blood Incantation l’hanno capito prima ancora di debuttare che forzare il processo compositivo – pur di dare qualcosa in pasto ai maiali – è una porcata senza precedenti in cui troppi si tuffano senza rivelare il minimo bagliore di giudizio o raziocinio.

Isteria di massa? Esagerazione? Come stanno le cose con questi Blood Incantation? Provo a spiegarmi per come la sto vivendo in prima persona. Qualche settimana fa ho ascoltato l’ultimo Hour of Penance e l’ho apprezzato. Adesso ricordo che il titolo iniziava per “M” e che effettivamente si tratta di un prodotto ben confezionato e suonato, ma che probabilmente non riascolterò più. All’ottima preparazione tecnica che nel death metal possiamo individuare un po’ ovunque,e che impedisce a molti – come accennato sopra – di distinguersi, i Blood Incantation aggiungono anima. Distorta, malsana, che nessun growl effettuato nella maniera più corretta potrà mai replicare. Si tratta di quel genere di cose che hai, oppure non hai, e i Blood Incantation ce l’hanno a tal punto che trovo difficoltà nel togliere Hidden History Of The Human Race dal punto, qualunque esso sia, dove è stato premuto il tasto Play. E smettiamola di rompere il cazzo con questi Timeghoul, che erano ganzissimi, ma non erano di certo i loro babbi. (Marco Belardi)


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