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BLUE JEANS: una affascinante storia

Creato il 05 settembre 2011 da Rames.gaiba @GaibaRames

Il mondo cambia i blue jeans no... ... e se non esistessero, bisognerebbe inventarli
(Jean Baudrillard) [1]
1. La storia BLUE JEANS: una affascinante storia
I mercanti nel '700 conoscevano già il tessuto: una stoffa proveniente da Nimes, utilizzata per coprire le mercanzie navali. Si trattava di un ruvido tessuto di cotone che veniva fino ad allora fabbricato in un area molto ben individuata, vale a dire la bassa valle del Rodano, in Francia (Tissus de Nimes), ed il comprensorio marittimo della Riviera ligure italiana (Blèu de Gène), con lo scopo di fornire in particolare i marinai liguri e della costa francese.
Nel 1853 Morris Levis Strauss, un mercante bavarese (fallito), arrivò in California, intruppandosi nella moltitudine di avventurieri disperati, coraggiosi, ribaldi che costituivano la massa di individui attratti irresistibilmente dalla "febbre dell'oro", circa vent'anni dopo (1873), trasferitisi in Nevada sempre in cerca di fortuna, conobbe un sarto locale, certo Jacob Davis, il quale aveva cominciato a cucire robusti capi da lavoro (giubbotti, pantaloni, grembiuli, ecc.) impiegando quel particolare tessuto. Il merito di Levi Strauss fu di comprendere l'universalità delle destinazioni d'uso di manufatti di tal genere, e quindi l'enorme potenzialità di diffusione a livello popolare di quei capi grezzi quanto funzionali. Pertanto brevettò l'idea, ed i vari prodotti jeans in tessuto Denim, in particolare i pantaloni, divennero la divisa degli operai della ferrovia transamericana, dei "miners", dei cowboy; i pantaloni ebbero un immediato successo: il modello originale aveva cinque tasche. Saranno i cercatori d'oro (per avere un pantalone che evitasse la perdita d'oro dalle tasche consunte di quelli di lana) ad utilizzare per primi i pantaloni a cinque tasche prodotti a San Francisco da Levi Strass: è l' "overall" sin da allora contrassegnato dal mitico codice 501, da un numero di lotto di tessuto. Il nuovo robustissimo pantalone viene presto adottato dagli agricoltori e dai cowboy; è molto alto in vita, senza tasche dietro né passanti, è in tela marrone, presto sostituita dal caratteristico blu indaco: l'etichetta con due cavalli ("two horse brand") che tirano un paio di jeans interpreta bene il concetto di resistenza. Successivamente vennero introdotti i rivetti di rame per rinforzalo ulteriormente, seguiti dalle caratteristiche cuciture ad arco sulle tasche posteriori.
BLUE JEANS: una affascinante storia
Agli inizi del 1900 altre due aziende, Lee e Wrangler, producono "overall", contendendo a Levi's l'intero mercato. Nel 1926 la «zip» sostituì i tradizionali bottoni. Negli anni '30 il blue jeans (che finalmente si chiama così) si impone negli Stati Uniti come indumento del tempo libero. Nel 1935 viene lanciato il primo jeans da donna. Nel 1937 appare per la prima volta sulle pagine di Vogue, entrando così nella storia della moda. 2. Lo stile «jeans»
Nell' Europa occidentale i blue jeans giungono per la prima volta agli inizii degli anni '50 indossati dai turisti americani, e, in particolare, si affermò nelle subculture giovanili fortemente influenzate dal mito americano e dai suoi prodotti (i jeans come immagine dell'american style). In questo periodo non potevano ancora essere considerati quel prodotto di massa. L'abbigliamento realizzato in tessuto jeans è stato per circa un secolo un tipico capo da indosso proletario, in quanto robusto, economico, resistente ai lavaggi; insomma ideale per quanti avevano poco da spendere all'acquisto, e l'esigenza di un uso prolungato in condizioni d'impiego spesso critiche per un materiale tessile.
BLUE JEANS: una affascinante storia Marlon Brando in una foto promozionale per il film "Il selvaggio", del 1954 vestito di giubbotto e jeans in sella ad una potente motocicletta
E ciò fino (all'incirca) al periodo storico a cavallo tra gli anni '60 e '70, allorché alcuni miti del cinema d'allora (James Dean, Marlon Brando, ed il musicista Bob Dylan), ed in seguito la gioventù "hippy" californiana del tempo ("i figli dei fiori"), ne fecero essi pure una divisa per gli spiriti anticonformisti, stimolando folle di ammiratori. I blue-jeans iniziano una nuova fase che li portò ad essere un indumento associato con il tempo libero e come tale impiegato da un gran numero di persone, soprattutto, ma non solo giovani. "Le industrie produttrici dei blue-jeans che nel frattempo si erano moltiplicate (oltre ai Levi's si posono ricordare altre marche molto famose di blue-jeans: i Lee, i Wrangler, i Rifle, ecc.) si impegnano a publicizzare il prodotto e a rimuovere in qualche modo quell'associazione negativa tra blue-jeans e il mondo eversivo delle subculture giovanili che li rendevano non accettabili agli occhi delle fasce medie, borghesi dei consumatori. Tuttavia la valenza politica dei blue-jeans non si estinse del tutto, ma si ripresentò, come una sorta di valore aggiunto, in determinate occasioni. Negli anni della «contestazione globale» - dalle rivolte studentesche del 1968, cioè, in poi - i blue-jeans, anche per la semplicità e l'essenzialità delle loro forme, espressero in maniera concreta il rifiuto, da parte soprattutto del mondo giovanile, delle convenzioni sociali, dell'abbigliamento formale e alla moda che rispecchiava le differenzeesistenti fra le diverse classi sociali e i differenti ruoli sociali: i blue-jeans si trasformarono quasi in un un'uniforme del mondo giovanile e divennero il simbolo per eccellenza dell''«antimoda», della spinta egualitaria presente nelle nuove generazioni e che univa in un progetto ideale comune tanto gli studenti che gli operai.[...] Tuttavia i blue-jeans non rappresentarono mai, neanche nei momenti in cui fu più viva la contestazione studentesca, una vera e propria uniforme, tipo quella delle guardie rosse cinesi che avevano dato vita alla rivoluzione culturale; man mano, infatti, che i blue-jeans divennero un indumento di massa persero in parte le originarie caratteristiche di comodi capi di abbigliamento da usare durante faticosi lavori manuali e seguirono, pur essendo simboli dell'«antimoda», i dettami della moda che, come è noto, non sempre coincidono con le esigenze di praticità e comodità dell'abbigliamento."  (R. Caterina, I blue-jeans: storia e vicissitudini di un mito collettivo, pp. 116-117). Alla fine degli anni '60 i blue-jeans divennero attillati, molto aderenti al corpo, quasi una seconda pelle tesa ad evidenziare i contorni degli organi sessuali mentre negli anni '70 assunsero la caratteristica forma «a zampa di elefante» che era allora preferita nel campo dell'abbigliamento. Vi è stato poi un periodo di relativo oblio negli anni dal 1975 al 1985, coincidenti al crollo dei valori e dell'ideologia che avevano accompagnato le rivolte studentesche dalla fine degli anni '60 alla metà degli anni '70. Tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 i blue-jeans vengono riscoperti ed assumono sempre più le caratteristiche di un prodotto, o meglio di un materiale, il denim, che riveste concretamente in tutte le sue sfumature il tempo libero individuale e che può essere interpretato in maniera personalizzata, con l'aggiunta di decorazioni, materiale di vario tipo (perline, brillantini, spille, ecc.). I «jeans», tuttavia, in un certo senso sono già nati «personalizzati» o «firmati» (con il marchio di un noto stilista): il consumatore era abituato (si pensi ai pantaloni) all'etichetta cucita sulla tasca posteriore destra dei blue-jeans di produzione Levi-Strauss. Con il passare degli anni  l'etichetta è diventata un elemento caratteristico, imprescindibile, di quel capo; applicare un'etichetta firmata di uno stilista ai blue-jeans, quindi, può essere considerato, un uso coerente con l'immagine tradizionale di questi pantaloni. 
Più che di blue-jeans oggi bisogna parlare di «stile» oppure di «abbigliamento jeans»; non solo i pantaloni sono «jeans»: il tessuto denim ora è impiegato per camicie, gonne, giacche, cappelli, borse, scarpe, ecc., ed ormai lo possiamo pensare anche per oggetti non di abbigliamento (esiste persino una versione di automobile «jeans»). Il suo colore blue indaco (anche se oggi l'abbigliamento jeans può essere coniugato con altri colori) e il tessuto denim (un binomio inscindiblile) sono diventati un marchio caratteristico ed esclusivo che al pari delle «griffes» o dei nomi commerciali famosi conferisce un significato speciale, quasi mitico ad oggetti normalmente presenti nella comune vita quotidiana.
BLUE JEANS: una affascinante storia
Dal 1989, con la crisi del sistema sovietico, il mercato dei paesi dell'est si è apero in maniera ufficiale e non solo clandestina all'influenza dello stile «jeans» e così è stato anche per i mercati asiatici ed africani. Oggi è il primo capo globalizzato (e non solo in senso geografico ma totale), con un graduale eppur costante declinazione del Denim in forme stilistiche accettabili. All'abbigliamento differenziato per classi sociali, per età e per sesso, il jeans ha sostituito un capo unico assolutamente indifferenziato e omogeneo, cioè uguale per tutti. Trasversalmente è valido per tutte le classi sociali e tutte le età, è utilizzato con la stessa disinvoltura dalla star del cinema o dello spettacolo, dal dirigente della multinazionale, e dall'operaio, dal professore e dallo studente. Si è sostituito all'abbigliamento differenziato per sesso, quale capo sicuramente unisex. Ha infine superato la diversificazione dell'abbigliamento per culture nazionali per diventare l'abbigliamento trans-nazionale per eccellenza.      BLUE JEANS: una affascinante storia
Esiste una analogia, un rapporto complementare, tra blue-jeans e T-shirts: queste ultime rappresentono la parte superiore, dalla vita in su, dell'abbigliamento casual, mentre i blue-jeans vestono di solito, la parte inferiore del corpo. Le T-shirts (magliette di cotone) possono anche loro essere personalizzate attraverso la stampa o l'iscrizione sul tessuto di slogans, disegni, logos e firme di noti stilisti. Questa è però un altra storia che, in un altro post, varrà la pena raccontare.  
---- [1] Filosofo francese, citazione tratta dal breve saggio "Il mondo cambia, i blue jeans no". Secondo Baudrillard, i jeans hanno si cambiato la vita, "ma se hanno potuto registrare un tale sfolgorante successo, è perché la vita era già cambiata". "I jeans sono il grado zero dell'abito, o il non-abito universale, senza bisogno di abbinamenti né accessori". E dove quel grado zero, avverte il filosofo, "non è una definizione peggiorativa" ma l'esatto contrario. "Se i contadini portano i jeans - continua il filosofo - è perché non sono più contadini. Se le donne portano i jeans è perché il loro corpo non è più lo stesso, è meno aderente alle costrizioni dell'essere donna, alla messa in scena della loro femminilità". Solo una questione di unisex? No, approfondisce Baudrillard, "i jeans, dopo aver livellato le caratteristiche sessuali, possono ridiventare un oggetto sensuale, sottolineando fino all'oscenità le forme del corpo". 
BIBLIOGRAFIA
  • Roberto Caterina e Pier Luigi GarottiI,  Blue-Jeans: storia e vicissitudini di un mito collettivo; in Moda Relazioni sociali e comunicazione, Ed. zanichelli (1995)  
  • Claudio Moltani, Guida essenziale al Denim, Ed. Quine (2005)
  • Ugo Volpi, Jeans, Ed. Lupetti (1991)  

LINK CORRELETI
STICKY FINGERS - STORIA DI UNA COPERTINA
http://trama-e-ordito.blogspot.com/2010/02/una-cerniera-lampo-sulla-copertina-di.html
VOCE "JEANS" NEL COMMENTARIO DIZIONARIO DELLA MODA:Jhttp://trama-e-ordito.blogspot.com/2010/01/commentario-parole-della-moda-j.html  

Le T-shirts di Vivienne Westwood
http://trama-e-ordito.blogspot.com/2011/04/la-t-shirt-di-vivienne-westwood.html
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