BOSNIA: 20 anni di Republika Srpska: dal sogno di Karadžić alla realtà di Dodik

Creato il 13 febbraio 2012 da Eastjournal @EaSTJournal

di Giorgio Fruscione

Lo scorso 9 gennaio, a Banja Luka, si sono celebrati i vent’anni della proclamazione della Republika Srpska: una proclamazione anticostituzionale e criminale.

La nascita della Republika Srpska risale al 9 gennaio 1992, quando le guerre balcaniche erano agli albori e quel mito chiamato Jugoslavia cominciava il proprio suicidio. Radovan Karadžić – criminale di guerra sotto processo all’Aia – proclamò la nascita della Repubblica Serba di Bosnia, divenendone presidente (non eletto) ed avocando a sè la maggior parte del territorio bosniaco. Karadžić, in qualità di presidente della RS, non aveva altre funzioni se non di “vicario di Bosnia” delle politiche nazionaliste orchestrate da Milošević: l’unione di tutte le terre serbe sotto l’ala della Madrepatria, in accordo al motto Samo Sloga Srbina Spašava (solo l’unione salverà i serbi) le cui 4 S – in cirillico C – sono tutt’ora uno dei vessilli nazionali dell’odierna Republika.

Era allora l’inizio della fine. Appena due mesi più tardi, il primo marzo ’92, il referendum per l’indipendenza della Bosnia Erzegovina venne boicottato dalla popolazione serba e nell’arco di poche settimane la guerra cominciò ufficialmente.

Come si sa, l’esercito della Srpska godette dell’indispensabile appoggio di Milošević e il disegno nazionalista di Karadžić, destinato a „ripulire“ i territori rivendicati, si fece realtà.

Gli accordi di Dayton del ’95 misero fine agli scorrimenti di sangue e al mandato di Karadžić (latitante fino al 2008),  dando vita ad un sistema istituzionale che di fatto persegue la pulizia etnica sotto altre forme. Il riconoscimento internazionale dell’esistenza delle due entità non è altro che la congelazione del fronte di guerra; ed una legittimazione delle politiche e delle retoriche che l’avevano scatenata; inoltre, il trattato di pace mina alla base le possibilità di una Bosnia Erzegovina realmente unita e funzionale per tutti i suoi cittadini, avendo lo stato centrale competenza esclusiva solo su poche materie.

L’errore principale a Dayton fu proprio quello di non aver dato a Sarajevo, in qualità di Stato centrale, l’autorità politico-governativa necessaria a qualunque paese sovrano, riconoscendo invece l’autorità „disgregativa“ delle fazioni uscite dal conflitto, incarnate nella struttura delle due entità. Altro errore fu la mancata condanna dei tre partiti etnonazionali – SDA, HDZ e SDS –, causa e conseguenza reale della guerra.

Pale, 1993: Radovan Karadžić, Biljana Plavšić e l'accademico Nikola Koljević

Dal ’96 al ’98, presidente della RS fu Biljana Plavšić. Una signora di sessant’anni, biologa e docente universitaria, compagna di partito e stretta collaboratrice dello stesso Karadžić. Annoverata tra i più accesi nazionalisti serbi, famosa per le sue innumerevoli dichiarazioni e condotte ultranazionaliste: come „il bacio all’eroe“, quando nel marzo ’92 si recò a Bijeljina per complimentarsi con la „Tigre Arkan“, responsabile del primo massacro contro la popolazione musulmana; o ancora, quando a proposito dei bosgnacchi dichiarò che erano „originariamente serbi, geneticamente deformati in quanto convertiti all’Islam“. Nel 2001 viene incriminata per crimini di guerra e contro l’umanità dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY), al quale ammette parte delle colpe solo per ottenere uno sconto della pena (11 anni): giudicata colpevole, esce dopo 6 anni per buona condotta.

 Con la presidenza Plavšić, termina anche l’era del SDS ed inizia l’ascesa politica di Milorad Dodik. La storia della Republika Srpska è infatti intrecciata con la figura di quest’uomo, nato nelle campagne di Banja Luka: passato dall’aratro al contrabbando, per poi finire in Parlamento e divenire quindi „Presidente-padrone“ della RS.

Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska

Milorad Dodik, di estrazione contadina, con lo scoppio delle guerre si dedica al contrabbando di nafta e tabacco dalla Serbia e dalla Krajna. Nel ’90, viene eletto nel parlamento della Repubblica Socialista di Bosnia Erzegovina tra le fila dei riformisti. I legami stretti con gli uomini chiave di quell’élite composta da signori e profittatori di guerra, gli consentono di farsi una posizione politica ed economica di tutto rispetto, pur non rimanendo invischiato nel vortice criminale di Karadžić e compagnia. La Plavšić lo raccomanda calorosamente quando nel ’98 diviene Primo Ministro e Madeleine Albright (ex segretario di Stato USA) lo saluta come una „ventata d’aria fresca“. Cambia il partito di governo (Unione dei socialdemocratici indipendenti – SNSD) ma l’aria non cambia: i suoi sforzi politici si concentrano in una serie di privatizzazioni a base clientelare e nepotista, nell’area occidentale, sviluppata ed urbanizzata, per limitarsi alle consuete promesse indipendentiste panserbe nelle depresse e rurali regioni orientali. Alcuni anni fa, lo scandalo più celebre: un fondo di 3 milioni di marchi (1,5 milioni di euro) che l’istituto di credito per lo sviluppo della RS concesse alla fabbrica di frutta di suo figlio.

Il suo sogno eterno è l’autentica indipendeza della sua Srpska dal resto della Bosnia. Eletto Presidente nel 2010, ha cominciato, passo dopo passo, a dar vita a questo sogno. Nel 2011 solo le pressioni dell’Alto Rappresentante Valentin Inzko impediscono lo svolgimento di un referendum per l’indipendenza della giurisdizione serba rispetto a quella statale.


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