Bossi vincitor. Pensioni affondate, province affondate, quote latte affondate e la Lega non è che stia a galla

Creato il 30 agosto 2011 da Massimoconsorti @massimoconsorti
Umberto Bossi lo aveva detto: “Se toccate le pensioni al mio segnale si scatenerà l’inferno”. Puntualmente le pensioni sono state “toccate” ma nessun “avanti Savoia” è stato ordinato alle 200mila baionette bergamasche, alle 150mila alabarde varesine, ai 50mila tori valtellinesi, ai 40 ubriachi persi nella bionda doppio malto del Bar dello Sport di Adro. Le solite “gole profonde” presenti al vertice Pdl-Lega di Arcore, hanno parlato di un Bossi profondamente deluso, amareggiato, prostrato nel corpo e nello spirito, indispettito da chi, alla fine, gli ha fatto capire che non conta più una mazza. Ma a domanda, Calderoli ha risposto: “Umberto era solo dolorante dopo l’ultimo incidente domestico. La Lega ha ottenuto quello che voleva”, al che i giornalisti lo hanno guardato stupefatti convinti come sempre di trovarsi in un film con Johnny Weissmuller. Silvio, invece, gongolava. Fiero di essere quello che è, con lo sguardo raggiante di chi è consapevole di averla scampata ancora una volta, ha dichiarato: “Ce l’abbiamo fatta, non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”, al che i giornalisti (liberi servi compresi) sono svenuti. Ma ciò che maggiormente ha colpito gli osservatori e i commentatori, è stata la sensazione di trovarsi di fronte all’ennesima manovra futuribile, al solito refrain berlusconiano del “faremo, troveremo, investiremo, taglieremo, elimineremo” che rimanda sempre a domani quello che si potrebbe (e dovrebbe) fare oggi. “Aboliremo tutte le province”. “Dimezzeremo il numero dei parlamentari”. “Taglieremo privilegi e benefit”. “Aumenteremo dell’1 per cento l’Iva”. “Investiremo, perché non arrivare almeno all’un per cento di Pil nel 2011, sarebbe una iattura)”. “Ma per il momento accontentatevi di due cose piccole ma fondamentali, i ricchi non pagheranno il contributo di solidarietà, gli anni di militare e di università non potranno più essere calcolati ai fini pensionistici e quindi, cari italiani, sarete costretti a lavorare da uno a cinque anni in più”. Niente “Robin tax”, l’ambiente può attendere e l’energia deve fare il suo sporco lavoro e niente soppressione dei comuni sotto i mille abitanti, però con l’accortezza che dovranno accorpare molti servizi e, quindi, risparmiare. La casta non si tocca. I vitalizi restano come il numero dei parlamentari. Nessun taglio ai rimborsi elettorali per la serie “miliardi andati in fumo politico”, nessun futuro certo per i giovani che continueranno a fare i bamboccioni andando ad incrementare la categoria dei NEET. La cosa buffa è che per decidere di non decidere sono stati ad Arcore da mezzogiorno meno qualche minuto, fino a poco prima delle 20, per dare la notizia in diretta televisiva ai Tg più importanti, perché senza la tivvù, Silvio non sarebbe Silvio ma un qualsiasi cummenda brianzolo pieno di debiti e con un piede dentro San Vittore. Berlusconi aveva appena finito di raccontare la solita storiella del “niente mani in tasca agli italiani” che, con un tempismo tanto perfetto da risultare sospetto, i tecnici del ministero delle Finanze facevano battere alle agenzie il seguente comunicato: “Guarda Ciccio che al saldo mancano 4,2 miliardi di euro. Dove li prendiamo, dai tuoi castelletti neri alle Cayman?”. Silvio, letta la nota, aveva guardato con odio Giulio Tremonti del quale aveva detto: “Oggi si è comportato come un agnellino”, cadendo nella trappola che il fiscalista di Sondrio aveva preparato fin dalla mattina, altrimenti non si capirebbe come i tecnici del ministero siano riusciti a fare i conti tanto presto e addirittura prima dell’uscita della nota ufficiale dei provvedimenti. Le opposizioni hanno tuonato: “Sarà il caos”, “Si, ma calmo”, ha specificato Pierfy Casini, speranzoso che la maggioranza approvi gli emendamenti proposti dal Terzo Polo per poter tornare a contare qualcosa. Nelle ore in cui il vertice Lega-Pdl stava discutendo sulla maniera migliore di fottere ancora una volta gli italiani, venivano fuori altri particolari sulla rete delinquenziale messa in piedi dalla P3 e dalla P4. Una ragnatela di connivenze, corruzioni, malversazioni, ricatti, appropriazioni indebite, finanziamenti illeciti, frodi, esportazione di valuta all’estero da lasciare interdetti anche i più ottimisti sostenitori di questa classe politica di onesti. E chi, gli investigatori, pongono al vertice della piramide? Ma "Giulio Cesare", poffarbacco, nella vita Silvio Berlusconi, quello che se gli domandi “Ma presidente, aveva bisogno di tutto ciò?”, risponderà: “Lo hanno fatto a mia insaputa. Io non c’entro niente”. Ma la scusa “dell’insaputa” non regge più. I giornali ci dicono che Claudio Scajola, alias il principe degli gnorri, è stato rinviato a giudizio per “finanziamento illecito ai partiti”. Tutto potrà dire il Re di Liguria meno che i magistrati abbiano agito a sua insaputa. L’atto di rinvio a giudizio gli è stato infatti recapitato con una raccomandata con ricevuta di ritorno che la moglie ha inavvertitamente firmato. Scajola ha chiesto il divorzio per violazione della privacy maritale.

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