Brasile al bivio: la campagna elettorale più combattuta di sempre

Creato il 03 ottobre 2014 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR

Ad aprile del 2013 sono cominciate le prime manifestazioni di dissenso nei confronti dell’attuale governo brasiliano: protagonisti gli indigeni dell’Aldeia Maracanã (in portoghese brasiliano significa Villaggio Maracanã) di Rio de Janeiro. L’occasione era l’inaugurazione dello stadio della capitale carioca, appena ristrutturato e quasi pronto per la coppa del mondo di calcio che si sarebbe svolta in Brasile di lì a pochi mesi. Circa 300 indigeni avevano manifestato davanti all’entrata principale dello stadio senza quasi alcuna eco mediatica: la sera dell’inaugurazione, durante la partita tra gli Amici di Ronaldo e gli Amici di Bebeto per il pubblico dei lavoratori edili che avevano ristrutturato il Maracana e per la Presidente Dilma Rousseff, l’ex Presidente Lula, il Ministro dello Sport Aldo Rebelo, il Sindaco di RJ Eduardo da Costa Paes ed il Governatore dello Stato Sérgio Cabral, fuori dalla stadio si levavano cori e canti indigeni per attirare l’attenzione di noi pochi giornalisti accorsi grazie al passaparola.

La protesta nasceva dal loro sgombero – avvenuto nel marzo 2013 – dall’antico Museo degli Indigeni di RJ, fondato dall’antropologo Darcy Ribeiro nel 1953. Lo stabile, ubicato a pochi metri dallo stadio Maracanã, era abitato da un gruppo di nativi brasiliani di 10 diverse etnie. Gli ultimi 12 occupanti erano stati sgomberati qualche giorno prima dell’inaugurazione dello stadio, con l’intervento di gruppi d’assalto della polizia, armati di pistole, manganelli e lacrimogeni, scatenando le proteste della comunità. Degli indigeni che vi abitavano 35 erano stati ospitati in un alloggiamento provvisorio a Jacarepaguà, 30 km dal centro di Rio; altri in diverse strutture per senzatetto della città (per lo più alberghi); altri ancora, che rivendicavano il diritto di tornare nel palazzo, si erano fatti ospitare a casa di amici e parenti in città. Sebbene la maggioranza di loro non intenda negoziare con le istituzioni ma essere reintegrata nel palazzo, in queste condizioni rimarrà ancora almeno per un anno e mezzo, tempo previsto dal Governo dello Stato per costruire un Centro di Riferimento Indigeno, loro destinato, su un terreno vicino.

Avevo chiesto a Daniel, uno dei rappresentanti indigeni, perché non volessero negoziare e mi aveva spiegato che “l’Aldeia Maracanã esiste dal 2006. Indigeni di varie etnie cercavano uno spazio nella città per la propria cultura ed hanno trovato il palazzo dell’antico Museo degli Indios, abbandonato da circa 30 anni, destinato ad essere demolito”. Secondo Daniel quello spazio era diventato un luogo dove gli indigeni si incontravano con la popolazione di Rio ed i suoi visitatori per condividere canti, danze, storie, rituali, cibi tradizionali, lingua e progetti culturali. “Oltre a questo – aveva aggiunto – per noi l’Aldeia era una specie di Ambasciata Indigena, dove parenti di posti diversi del Brasile potevano incontrarsi ed organizzarsi in ciò di cui avevano bisogno. Ad esempio l’Aldeia ha ospitato un corso di lingua tupi-guaranì, ed uno dei nostri progetti è di creare un’Università Indigena dove le conoscenze tradizionali possano dialogare con quelle degli accademici. Insomma, l’Aldeia Maracanã, al contrario del Museo degli Indios ubicato nel quartiere di Botafogo, era uno spazio di cultura indigena viva, e non solo di foto o di oggetti. Siamo stati sgomberati su ordine del Governo dello Stato senza che fossero prima ascoltati gli organismi fondamentali nella questione indigena, come la FUNAI (Fundaçao Nacional do Indio) o l’IPHAN (Instituto do Patrimônio Histórico e Artístico Nacional), sul problema del patrimonio materiale ed immateriale esistente lì. La maggioranza, che ha resistito fino all’entrata delle truppe antisommossa, ancora lotta per il nostro ritorno su quel territorio. E questo perché vogliamo stare dentro la città, dialogare con la popolazione, e contribuire a far sì che questa società sia più umana ed aperta alle differenze. Vogliamo stare dove il mondo ci guarda e sono prese le decisioni, perché i popoli indigeni abbiano voce in questo àmbito e possano parlare per se stessi”.

Dopo quel movimento, ancora attivo e che oggi coinvolge popolazioni indigene di tutto il Brasile, hanno avuto inizio una serie di rivendicazioni sociali sfociate in proteste di piazza che, grazie alla concomitanza di eventi sportivi d’interesse planetario, come la Confederations Cup ed i Mondiali di Calcio 2014, hanno avuto ampio spazio sui media di tutto il mondo. Dalle proteste degli Indigeni si è passati a quelle di buona parte della cittadinanza attiva carioca, e poi alle rivendicazioni di migliaia di brasiliani in città come San Paolo, Rio, Curitiba, Fortaleza, Salvador: la causa delle manifestazioni di piazza è stato l’aumento del prezzo dei biglietti per i mezzi pubblici di trasporto a fronte del pessimo servizio reso e le poche risorse destinate alla scuola ed alla sanità. Questo mentre il governo di Dilma Rousseff stava decidendo di aumentare la previsione di spesa per ospitare i Mondiali di calcio. Le proteste sono state l’esito naturale di istanze e di urgenze eterogenee che hanno trovato, nel palcoscenico dei Mondiali, lo spazio giusto per essere amplificate: dagli scioperi nei trasporti (a Salvador de Bahia, a San Paolo ed a Rio de Janeiro), a quelli dei professori (in sciopero ad oltranza dal 12 maggio con lo slogan “un docente vale più di un Neymar”), ed alle rivendicazioni del Movimento Senza Terra (MST) che raccoglie le istanze dell’emergenza abitativa (moradìa) e le richieste dei popoli originari, per finire ai disoccupati e agli sfollati in maniera coatta dalle favelas, dove vive “ufficialmente” il 6% della popolazione (quasi 11 milioni e mezzo di brasiliani), bonificate tramite le UPP (Unidades de Polìcia Pacificadora) su espressa richiesta della Fifa di Blatter. Non si tratta delle prime ed uniche proteste contro il governo del PT provenienti da settori che dovrebbero rappresentare la base del partito, ma la novità è che sono state le più partecipate degli ultimi vent’anni, con quasi 2 milioni di persone scese in piazza.

Per chi, come molti in Europa e nel mondo, associa il Brasile al calcio, il fatto che le proteste siano state in qualche modo legate ai Mondiali sembra inspiegabile. In verità ad essere nel mirino dei brasiliani è l’esecutivo della Rousseff, accusato di tollerare fenomeni di corruzione e di spreco di denaro pubblico: vale la pena ricordare che, nei primi 2 anni del Governo Rousseff, alcuni episodi di corruzione e lo scandalo del mensalão (che si è trasformato in un processo politico ad alcuni protagonisti del primo governo di Lula) hanno causato la sostituzione di un terzo dei suoi membri; Governo che spesso è stato costretto a muoversi attraverso decreti legge ed a marginalizzare il Congresso per non restarne bloccato. I cittadini brasiliani, pur consapevoli che la democrazia nel loro paese sia consolidata e che enormi passi avanti nella lotta alla povertà siano stati compiuti, vedono ancora irrisolti secolari problemi come le grandi disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza; una rete di infrastrutture e servizi troppo costosa e troppo carente; una criminalità che mette a rischio la sicurezza dei cittadini ed una corruzione ancora diffusa ai vari livelli politici.

Le proteste di piazza non debbono sorprendere. In Brasile sta accadendo quel che è tipico di alcune fasi dello sviluppo economico di un paese: milioni di persone, nell’ultimo decennio, non vivono più in condizioni di povertà e sono approdati alla classe media anche grazie alle politiche dei governi che ora contestano. Questo approdo non è indolore, e, se da un lato è indice di un positivo sviluppo con inclusione, dall’altro costituisce una presenza nuova con cui confrontarsi, una massa più consapevole dei propri diritti, con nuove pretese, la cui soddisfazione sembra non poter essere garantita con la stessa rapidità con cui sono stati approntati sussidi di ogni genere (Bolsa famìlia, Minha casa minha vida, etc.). Ciò che adesso si rende necessario, e non soltanto perché a chiederlo è il suo popolo, è affrontare la sfida di uno sviluppo durevole, da garantire attraverso la realizzazione di riforme strutturali come quella dell’istruzione e della sanità; la costruzione di nuove infrastrutture; la lotta alla criminalità, l’industrializzazione del paese. Tutte sfide che hanno bisogno di tempi ben più lunghi, quelli della politica matura sostenuta da quadri dirigenti e tecnici preparati e determinati. Paradossalmente la Rousseff è vittima del successo di Lula, del proprio successo e di quello del suo partito (il PT): le persone che gli ultimi due Presidenti del Brasile hanno portato fuori dalla povertà ora pretendono – e con buon diritto – di più, e lo fanno senza timori reverenziali.

Superata l’impasse dei Mondiali di Calcio, ora in Brasile c’è l’urgenza di procedere con passo spedito sulla via delle riforme: le elezioni presidenziali del prossimo 5 ottobre sono vicinissime e se Dilma Rousseff vuole confermarsi alla guida del paese l’imperativo è guardarsi dall’opposizione che sembra aver trovato in Aécio Neves un competitor in grado di darle qualche grattacapo, e che sta cercando di raccogliere soprattutto il consenso di chi è sceso in piazza nell’ultimo anno. Ma la Rousseff dovrà guardarsi anche dall’altra avversaria in lizza per la Presidenza, quella Marina Silva balzata in vetta ai sondaggi di gradimento dopo la dolorosa ed imprevista uscita di scena di Eduardo Campos – vittima di un incidente aereo mentre era in piena campagna elettorale – e del quale ora raccoglie il testimone in questo agone il cui esito è forse il più incerto della recente storia del Brasile.

I governi dei paesi latinoamericani in crescita, tra i quali il Brasile, hanno saputo orientare le proprie politiche verso le classi meno abbienti; molti sono riusciti a tenere i conti dello Stato in ordine per un lungo periodo, grazie ai prezzi record raggiunti dalle materie prime, loro principale export. Ora devono cambiare passo: la lotta alla povertà va accompagnata da riforme che migliorino il tenore di vita della popolazione, compreso quello della classe media, e che liberino dalla dipendenza dal prezzo delle commodities. Questa situazione economica favorevole non durerà per sempre: lo shale gas (gas da scisti bituminosi) degli USA è solo uno dei fattori in grado di causare un ribasso dei prezzi delle materie prime – già in corso rispetto ai livelli record raggiunti prima della crisi del 2008. Se, poi, il Brasile intende continuare a proporsi come global player sarà imprescindibile per il suo prossimo Presidente incamminarsi sulla via dell’industrializzazione: l’attuale mancanza di cultura industriale non favorisce la nascita e lo sviluppo della PMI ed ingessa quella che esiste, con norme restrittive poste dal Governo nell’intento non riuscito di sviluppare il settore. Il che costituisce un problema rilevante per il Brasile viste le sue ambizioni di leader regionale e globale.

Nel giugno scorso, mentre in tutto il paese non si placavano le proteste, la Presidente Dilma Rousseff aveva deciso di affrontare la situazione di slancio: aveva incontrato i 27 governatori brasiliani ed i 26 sindaci delle maggiori città ed aveva deciso di stanziare 18,5 miliardi di euro per migliorare i trasporti pubblici (la principale delle richieste dei manifestanti) e di partire da un patto contro la corruzione per favorire investimenti nel campo dell’istruzione, della sanità pubblica e della stabilità economica del Brasile; infine aveva proposto di sottoporre a referendum una profonda riforma politica del paese elaborata da un’assemblea costituente ad hoc. Per l’indizione del referendum aveva indicato due date: il 7 settembre, giorno in cui ricorre l’indipendenza del Brasile, che, però, è sfumata; o il 15 novembre, anniversario della proclamazione della Repubblica, data sempre più improbabile visto l’approssimarsi delle elezioni ed a causa delle forti resistenze delle altre forze politiche, in primis del PMDB alleato di Governo del PT della Rousseff, a coinvolgere la popolazione del paese su temi così importanti e delicati. Infatti, il primo quesito referendario avrebbe riguardato il finanziamento dei partiti: si sarebbe chiesto ai cittadini se avessero preferito che fosse pubblico, privato o misto. Un secondo quesito avrebbe riguardato la legge elettorale, chiedendo ai cittadini se avessero preferito che si mantenesse il sistema proporzionale, o si fosse passati ad un maggioritario su base distrettuale. Il terzo quesito sarebbe stato sull’elezione dei Senatori: attualmente i cittadini votano per un rappresentante che, a sua volta, nomina altri 2 suoi supplenti, che non passano per il voto. Oggetto del quarto punto sarebbe stato il meccanismo di apparentamento dei vari partiti in coalizione. Infine il quinto quesito sarebbe stato sull’abolizione del voto segreto nelle aule a tutela di una maggiore trasparenza.

Referendum a parte, sulla scia delle pressioni di piazza ed a causa dei sondaggi che la vedevano in discesa nel gradimento popolare, la Rousseff era immediatamente andata in televisione annunciando di voler approntare una risposta immediata. Dopo poche settimane parte delle promesse fatte aveva già preso forma in Parlamento, anche se con alcune modifiche. Le prime tre disposizioni sono già arrivate alle Camere e sono state approvate: consistono in una norma sulla distribuzione delle risorse provenienti dall’estrazione petrolifera; una sull’ineleggibilità dei condannati; ed una anti corruzione. Riguardo alla prima Dilma aveva promesso che il 100% dei proventi derivanti dalle risorse petrolifere sarebbero andati in favore della formazione: alla fine, nonostante le pressioni del governo, all’esito del dibattito in Parlamento, la cifra è scesa al 75%; il restante 25% sarà impegnato nella sanità. E questo varrà solo per le royalties dei contratti sottoscritti dal 3 dicembre 2012 in poi, cioè per guadagni futuri; mentre per il presente si è spuntato un 50% ripartito tra le due voci, con un impatto certamente inferiore. Riguardo alla seconda norma, il Senato ha approvato all’unanimità l’estensione della norma ‘Ficha limpa’ sull’incandidabilità e sull’ineleggibilità per 8 anni dei condannati per reati dolosi, che sarà applicabile d’ora in avanti oltre che ai politici, anche ai consulenti e funzionari di fiducia nominati negli organi dello Stato. È stata votata anche la terza norma, ferma dal 2010 in Parlamento: una legge anticorruzione che prevede responsabilità civile diretta per aziende e società che offrono favori ad amministratori pubblici per ottenerne un ritorno.

Per riuscire a fare pressioni sul Congresso affinché convocasse il referendum sulla riforma politica e sulla legge elettorale, è stata indetta, nella settimana dall’1 al 7 settembre scorso, una consultazione popolare, chiamata “plebiscito”. Patrocinato da oltre 450 organizzazioni sociali, tra cui sindacati, organizzazioni di categoria, associazioni civili e tre partiti politici (il PT, il PC do Brasil ed il PCR), ha previsto che per votare ci si recasse in una delle oltre 40.000 urne in tutto il paese, oppure ci si collegasse al sito internet appositamente creato (http://www.plebiscitoconstituinte.org.br/). I cittadini si sono espressi sulla necessità di creare una Costituente esclusiva e sovrana per la riforma del sistema politico. Al plebiscito hanno aderito circa 8 milioni di brasiliani, dei quali il 96,9% ha dichiarato di volere la riforma. L’iniziativa popolare, però, pur avendo mobilitato un considerevole numero di cittadini, è stata solennemente ignorata dai media tradizionali.

Per comprendere perché queste esigenze di rinnovamento sono partite dai Mondidali 2014 basta forse ricordare che sono stati i più costosi di tutti i tempi: hanno comportato investimenti per circa 13 miliardi di USD. Nel 2007, quando la Fifa assegnò il torneo, il progetto iniziale prevedeva un esborso per gli impianti di appena 1,1 miliardi di USD. L’allora Presidente Lula aveva assicurato che la maggior parte del denaro pubblico sarebbe stato speso in infrastrutture per il Paese, mentre l’aspetto meramente sportivo sarebbe stato coperto da sponsor e privati. I costi destinati al rifacimento ed alla costruzione di stadi nuovi, invece, sono più che triplicati ed il governo ha giustificato l’impiego di soldi pubblici con la loro importanza storica e simbolica: argomento valido per il Maracanà di Rio de Janeiro, un po’ meno per il Garrincha di Brasilia, su cui sono stati investiti circa 600 milioni, che lo rendono il secondo stadio più costoso al mondo dopo il nuovo Wembley di Londra, anche se nella capitale brasiliana non esiste una squadra che giochi in prima divisione e che, perciò, necessiti di uno stadio da 70mila posti. Il conto complessivo alla fine è stato di circa 4 miliardi di USD. Oltre agli investimenti per le infrastrutture, che più interessavano alla popolazione: per la mobilità aerea sono stati spesi circa 3 miliardi di USD; per quella urbana circa 4. Poi c’è stato un forte esborso per i costi operativi, tra cui i circa 800 milioni di USD in sicurezza, necessari anche per le proteste di piazza. Dei quasi 13 miliardi spesi complessivamente, poi, l’85% è stato speso dalle casse dello Stato e degli enti locali.

C’è, quindi, da augurarsi che le promesse sui ritorni economici della manifestazione siano vere. In Brasile si attendevano almeno 600mila turisti stranieri, e più di 3 milioni di abitanti avrebbero dovuto spostarsi nel corso del torneo. La massa di spettatori avrebbe dovuto spendere, nelle 12 città ospitanti, una cifra vicina ai 20 miliardi di USD. Per le 64 partite sono arrivati 3.429.000 spettatori; il turismo interno ha registrato lo spostamento di 3.060.000 brasiliani; quello esterno l’arrivo di 1.015.000 di stranieri da 23 paesi diversi. Il tempo medio di permanenza del turista straniero è stato stimato in 13 giorni, per una spesa media di circa 3.000 USD. L’ingresso di valuta straniera in occasione dei Mondiali è stato di 365 milioni di USD (Fonte Ministero del Turismo brasiliano ed Embratur). Il paese ora si chiede se il Mondiale abbia portato davvero dei benefici al Brasile. Il timore sembra fondato visto che l’impegno del governo per la costruzione delle infrastrutture a beneficio della popolazione non è stato del tutto rispettato: solo 36 delle 93 opere previste sono state completate; delle rimanenti, alcune sono in grave ritardo sulla tabella di marcia – il nuovo terminal dell’aeroporto di Fortaleza non sarà pronto prima del 2017 – e molte sono state cancellate – tra queste, le monorotaie di Manaus e San Paolo e la metropolitana di Belo Horizonte. Secondo il ministro del Turismo nel 2014 l’economia brasiliana dovrebbe crescere di 9 miliardi, con circa 3 milioni complessivi di nuovi posti di lavoro. Ma i primi dati disponibili dicono cose diverse: le previsioni dell’agenzia di rating Moody’s, ad esempio, dicono che il Mondiale darà benefici marginali e solo sul breve periodo. Il network Ernst & Young ha già riscontrato un aumento dell’inflazione di un punto percentuale. Il Governo ha assicurato che Mondiali 2014 ed Olimpiadi 2016 avrebbero genererato 3,6 milioni di nuovi posti di lavoro. Quelli generati dall’effetto Mondiali sono stati poco più di 300.000. Inoltre, il PIL del 1° trimestre 2014 ha segnato un calo dello 0.2%, quello del 2° trimestre dello 0.6%: un doppio trimestre in calo che non accadeva dal periodo della recessione globale (2008/2009).

Le forti preoccupazioni riguardo all’economia del Paese concorrono a creare un clima d’incertezza in vista delle prossime elezioni presidenziali e la perdita di consenso popolare della Presidente Dilma Rousseff è testimoniata dal sondaggio della società DATAFOLHA del 28 agosto scorso: circa 1/3 degli elettori brasiliani non sa ancora chi votare; tuttavia, la Rousseff sarebbe ancora la favorita per la vittoria finale, sebbene in calo di consensi, che risultavano passati dal 37% al 34% rispetto al sondaggio precedente. In calo anche gli altri candidati: Aécio Neves (Partido da Social Democracia Brasileira), attestatosi al 15%, aveva perso cinque punti percentuali; il sostegno nei riguardi di Eduardo Campos (Partido Socialista Brasileiro), prima della sua scomparsa, era sceso al 9%, ma, con l’avvento di Marina Silva, c’era stata un’impennata di gradimento nei suoi confronti, salito addirittura al 34%. Secondo il sondaggio della IBOPE del 28 agosto, la Rousseff avrebbe goduto del 34% del gradimento, Marina Silva del 29% ed Aécio Neves del 19%. Questo testa a testa fra Dilma e Marina – assolutamente imprevedibile – ha convinto l’ex Presidente Lula a scendere in campo con maggior impegno mediatico a fianco del suo delfino: così, poche settimane fa, ha lanciato un pagina all’interno del sito web dell’Istituto Lula, www.brasildamudanca.com.br/, con l’obiettivo di illustrare in rete i progressi fatti negli ultimi 12 anni di Governo del Paese a guida PT.

Se la Rousseff non riuscisse a vincere ottenendo più del 50% dei voti, in Brasile l’elezione sarebbe decisa al secondo turno, già fissato per il 26 ottobre; ma, in tal caso, la forbice che divide l’attuale Presidente dalla Silva e da Aécio Neves si accorcerebbe di molto (i sondaggi darebbero addirittura Rousseff e Silva entrambe al 41% al secondo turno). L’imperativo, dunque, per la Rousseff, non è soltanto vincere, ma vincere al primo turno, per scongiurare che coalizioni da secondo turno possano mettere a rischio la sua rielezione.

Per il posto di Presidente della Repubblica si sfideranno 11 candidati:

DILMA ROUSSEFF
Nata il 14.12.1947 a Belo Horizonte – MG, laurea in economia.
La Presidente in carica fino al dicembre prossimo, sostenuta dal PT (Partido dos Trabalhadores) e da altri 8 partiti: il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), il PDT (Partido Democrático Trabalhista), il PRB (Partido Republicano Brasileiro), il PP (Partido Progresista), il PSD (Partido Social Democrático), il PR (Partido da República), il PCdoB (Partido Comunista do Brasil) ed il PROS (Partido Republicano da Ordem Social). Se fosse rieletta avrebbero una continuità tutte le azioni di Governo intraprese ad oggi; con ogni probabilità sarebbero approntate le riforme chieste a gran voce dai cittadini; in tema di politica estera il Brasile continuerebbe a sostenere i BRICS in funzione di alternativa agli USA. Ed è indubitabile che Dilma continuerebbe a rappresentare per l’UE un importante e gradito interlocutore sia in àmbito BRICS sia in àmbito Mercosur.

AECIO NEVES
Nato il 10.03.1960 a Belo Horizonte – MG, laurea in economia.
Del PSDB (Partido Social Democratico Brasileiro), candidato dell’opposizione sostenuto anche: dai DEM (Democratas); dal PTB (Partido Trabalhista Brasileiro); da una formazione politica di recente istituzione, Solidariedade; dal PMN (Partido da Mobilizaçao Nacional); dal PTdoB (Partido Trabalhista do Brasil) e dal PTC (Partido Trabalhista Cristão). La candidatura del giovane esponente mineiro Aécio Neves è una novità all’interno del suo partito, visto che le candidature precedenti avevano quasi sempre riguardato il governatore di São Paulo di turno, ultimo in ordine di tempo José Serra. Aécio, secondo quanto ha dichiarato l’ex Presidente Cardoso, dovrebbe intercettare i consensi di una classe media che, seppure vistosamente cresciuta, desta ancora poche attenzioni da parte del Governo ed è insoddisfatta per lo scarso miglioramento dei servizi. Pertanto, se fosse eletto, la classe media sarebbe il principale destinatario dei suoi progetti politici.

MARINA SILVA
Nata il 08.02.1958 a Rio Branco – AC, laurea in storia.
Eduardo Campos, prima della sua tragica scomparsa, era il candidato del PSB (Partido Socialista Brasileiro): ex governatore di Pernambuco ed ex ministro del governo di Luiz Inácio Lula da Silva, aveva ottenuto il sostegno della Rede di Marina Silva, che ora gli è succeduta nell’agone presidenziale. A sostenere la sua candidatura si erano schierati anche il PPS (Partido Popular Socialista) e partiti minori come il PHS (Partido Humanista da Solidariedade), il PPL (Partido Patria Livre), il PRP (Partido Republicano Progressista) ed il PSL (Partido Social Liberal). La novità di queste elezioni è l’alleanza della Rede di Marina Silva coi suoi movimenti e dei socialisti del compianto Eduardo Campos, entrambi ex alleati di Lula, a capo di una coalizione che la Silva ha ereditato ma che non gradisce del tutto. Se venisse eletta potrebbe esserci una forte discontinuità soprattutto con riguardo alla politica estera del Brasile: recentemente la Silva ha dichiarato che sarebbe disponibile ad un Accordo bilaterale con gli USA che, se si realizzasse, potrebbe far naufragare il Mercosur ed i rapporti con l’UE in vista proprio della conclusione dell’Accordo UE-Mercosur. Con la sua elezione ci sarebbe discontinuità anche nella politica interna visto il suo approccio liberale verso i temi economici.

Poi ci sono le candidature dei partiti minori: il PSC (Partido Social Cristão) ha candidato Everaldo Pereira (dato al 2%); il PV (Partido Verde) ha scelto Eduardo Jorge (dato all’1%); il PSTU (Partido Socialista dos Trabalhadores Unificados) ha ricandidato il sindacalista José María de Almeida; il PCO (Partido da Causa Operária) ha presentato il giornalista Rui Costa Pimenta; il PRTB (Partido Renovador Laborista Brasileiro) ha candidato un altro giornalista, Fidelix Levy; il PSDC (Partido Social Democrata Cristão) l’imprenditore ed avvocato Josè Maria Eymael; il PSOL (Partido Socialismo e Liberdade) presenta Luciana Genro; il PCB (Partido Comunista Brasileiro) Mauro Iasi.

Il recente sondaggio di DATAFOLHA del 26 settembre scorso vede ancora in testa la Rousseff, che dal 34% del sondaggio precedente è risalita al 40%; con Aécio Neves anche lui in recupero, attestatosi al 19% dal precedente 15%; mentre Marina Silva sembra un po’ in calo di consensi, visto che passa da un 34% al 27%. Stesso sondaggio condotto da IBOPE il 22 settembre scorso dà una forbice meno ampia tra la Rousseff e la Silva, attestandosi la prima al 38% (dal 34% del precedente sondaggio) mentre l’altra tiene ferma la sua posizione sul 29% dei consensi; stessa situazione per Aécio Neves che mantiene il 19% del gradimento del precedente sondaggio.

L’exploit di Marina Silva in questa contesa elettorale e ciò che i più recenti sondaggi dicono soprattutto con riguardo addirittura alla sua possibilità di vittoria in un eventuale secondo turno, hanno lasciato spazio, com’era prevedibile, a teorie complottiste che cominciano a trovare consenso anche tra gli addetti ai lavori. Alcuni giornalisti investigativi, tra i quali il nord americano Wayne Madsen, sostengono che la CIA sarebbe responsabile della morte del candidato alla Presidenza Eduardo Campos. Ci sarebbero, dietro la sua eliminazione, motivazioni politiche: infatti, secondo questa teoria, la naturale sostituzione di Campos con Marina Silva sarebbe vòlta a minacciare la rielezione di Dilma Rousseff, invisa agli USA, che vorrebbero togliere di scena i Presidenti progressisti in America Latina. Marina Silva, che è pro Israele e seguace di una delle Chiese Evangeliche brasiliane, è molto più conciliante con gli USA e con le grandi imprese di quanto non lo sia la Rousseff, che, con i BRICS (gruppo di paesi emergenti composto da Brasile, Russia, India, Cina ed Africa del Sud), sta cercando di sfidare la supremazia dei nordamericani all’interno della Banca Mondiale. Secondo Madsen, la Silva è molto legata all’imprenditore George Soros, uno dei maggiori finanziatori della campagna di Barack Obama per la Presidenza degli USA nel 2008.

Come ha sostenuto in un suo recente articolo Donato Di Santo, Coordinatore delle Conferenze Italia-America Latina, “la politica brasiliana mostra debolezze e criticità in cui le formazioni in campo non sembrano in grado di rappresentare per intero la complessità e le differenze che costituiscono ontologicamente il Paese. Senza la capacità magnetica di una personalità straordinaria di leader, formazioni ed alleanze politiche sembrano frenate da limiti propri e fragilità di alleanze. Il ballottaggio svolge una funzione rilevante di consacrazione elettorale. Una riforma politica sostanziale che dia al Brasile, che da almeno un decennio è profondamente cambiato, la possibilità effettiva di trovare le forme politiche aggiornate in grado di rappresentarlo e farlo davvero funzionare, non sarà più procrastinabile per il prossimo Presidente”. Non si può non essere d’accordo. Se vincerà la Rousseff è auspicabile che non si mostri sorda alle richieste di cambiamento che giungono all’esecutivo dalla popolazione; se vincerà la Silva, che non indietreggi rispetto alle conquiste fatte nel corso degli ultimi anni dai governi a guida PT.


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