c’era una volta in america

Creato il 22 ottobre 2012 da Albertogallo

ONCE UPON A TIME IN AMERICA (Italia-Usa 1984)

Avrei sempre voluto scrivere qualcosa su C’era una volta in America. Che, in ordine crescente di importanza, è il mio film preferito, il capolavoro di Sergio Leone e l’opera cinematografica più bella, intensa e appassionante di tutti i tempi. Avrei sempre voluto, ma purtroppo l’età anagrafica mia e di “C’era una volta il cinema 2.0″ (nome non casuale, avrete capito) me l’ha sempre impedito. Fino a oggi: posso ora approfittare della versione integrale e restaurata del film approdata sugli schermi italiani lo scorso weekend per dire un paio di cose secondo me importanti su questa immane opera d’arte. Non un’analisi approfondita, per la quale sarebbero necessari un impegno e un tempo a disposizione ben maggiori: giusto qualche spunto, come omaggio a un film che da almeno dieci anni (ovvero da quando lo vidi per la prima volta, credo che fosse l’ultimo anno di liceo) non smette di commuovermi e farmi riflettere e sognare.

Ne faccio una questione di primati: per quanto mi riguarda, C’era una volta in America ne possiede almeno tre, evidenti e colossali.

La scena più bella della storia del cinema, innanzitutto: dominati dalla maestosa imponenza del ponte di Brooklyn, cinque gangster in erba saltellano tutti contenti per i sobborghi della città di New York, il regno che si apprestano a conquistare. I loro abiti sono eleganti (hanno cominciato a guadagnare qualche soldo e ci tengono a farlo notare), e Cockeye, uno di loro, fischietta un allegro motivetto. Ma la tragedia è dietro l’angolo, e ha il volto di Bugsy, altro giovane malavitoso deciso a stroncare sul nascere e definitivamente gli affari dei suoi rivali. A farne le spese è Dominic, il più piccolo dei cinque: Bugsy gli spara due volte alla schiena, impedendogli di fuggire. Le ultime parole del bambino, rivolte all’amico Noodles, sono una coltellata al cuore dello spettatore: “Sono scivolato”. Noodles, accecato dalla rabbia, accoltella Bugsy e un poliziotto sopraggiunto nel frattempo, condannandosi a passare in galera tutti gli anni della sua giovinezza.

Basterebbero questi cinque minuti di struggente e violenta intensità a rendere C’era una volta in America un film indimenticabile. Ma Leone – supportato dal lavoro, senza paragoni nella storia del cinema, del direttore della fotografia Tonino Delli Colli – ha voluto fare di più. Inserendo nel suo film, ebbene sì, la seconda scena più bella di tutti i tempi.

Noodles è ora un uomo vecchio e disilluso, che sembra vivere passivamente i suoi ultimi giorni in attesa di una morte che sarebbe forse dovuta arrivare molto tempo prima. Torna a New York dopo trent’anni di assenza, e la prima cosa che fa, dopo aver scambiato quattro chiacchiere di circostanza con un vecchio amico, il barista Fat Moe, è infilarsi quasi di nascosto nel gabinetto del locale, dove tanti anni prima, quand’era ragazzo, passava le giornate a spiare da una fessura nel muro l’amata Deborah, impegnata nei suoi esercizi di danza. Il film ci proietta così, con un flashback lungo all’incirca quanto la prima parte della pellicola, nel passato di Noodles, la cui immagine più memorabile, forse soggettivamente idealizzata dalla mente ormai anziana del protagonista, è proprio la prima, in cui la bambina danza sulle note di Amapola immersa in un mare di vaporosa farina (è il retrobottega del locale) che sembra farsi nuvola paradisiaca. L’inquadratura stringe lentamente sul volto di Deborah, sino a farci capire che i suoi occhi cercano proprio quelli di Noodles: sa di essere spiata, e decide con gioia un po’ maliziosa di stare al gioco. Ma il ragazzo, vigliaccamente, distoglie lo sguardo, tornando a nascondersi nel lercio gabinetto. Sarà questo, tragicamente, il leitmotiv emotivo del rapporto tra i due lungo tutta la durata del film: l’incapacità di trovarsi, di comunicare, di amarsi qui e ora.

Due scene, queste appena descritte, così colme di rimpianto e tenerezza da far venire i brividi e le lacrime agli occhi al solo ripensarci. Due scene che sicuramente non sarebbero la perfezione che sono senza le musiche di Ennio Morricone, autore dello score del film. Che – ed ecco il terzo primato di C’era una volta in America – è la colonna sonora più bella della storia del cinema. Ci sono poche parole per descrivere una simile, straziante, totale meraviglia: guardatevi il film chiudendo gli occhi di tanto in tanto, compratevi il cd, quello che volete, ma per favore, ascoltate queste musiche. La vostra vita (interiore) non sarà mai più la stessa.

Vorrei infine spendere due righe su un altro paio di questioni.

Il cinema, innanzitutto. Inteso come sala cinematografica: guardare un film del genere su un grande schermo, al buio, tutto di seguito e senza scocciature (telefono, citofono, pubblicità, gente che rompe ecc.) è un’esperienza indimenticabile. Inoltre mi ha fatto molto piacere la sensazione di essere circondato da un pubblico numerosissimo e silenzioso, mai distratto né scoraggiato dall’estrema lunghezza (256 minuti) del film.

Infine le scene inedite (un dialogo tra Noodles e la direttrice del cimitero; Deborah che recita a teatro Antonio e Cleopatra di Shakespeare; un attentato fuori dalla villa del senatore Bailey; un dialogo finale tra Max/senatore Bailey e il sindacalista O’Donnell). Che, devo dire, non ho trovato così determinanti per la buona riuscita del film. Anzi, penso che alla fine, proprio per la quasi sfiancante prolissità della pellicola, tagliarle sia stata un’idea non del tutto malvagia. Fa parziale eccezione il dialogo tra Noodles e la direttrice del cimitero, che quantomeno spiega la questione della musica nel mausoleo (un disco che parte quando si apre il portone). Insomma, non siamo dalle parti di un Apocalypse now redux, le cui scene aggiunte nel 2001 all’originale Apocalypse now del ’79 contribuirono davvero a una diversa e più profonda lettura del film. Ma questa è un’altra storia. Un altro capolavoro.

Alberto Gallo



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