Magazine Diario personale

Caffè

Da Silvia

Caffè
Il caffè incrostava i bordi della tazzina azzurra, quella con la bicicletta antica, disegnata davanti, tutta nera.
Il sole sbatteva sui muri delle case intorno, i piedi erano i suoi piedi ancora, anche se freddi e pallidi.
La testa non era più riconoscibile da tanto tempo, così tanto che erano spariti anche i risvegli pieni di speranza, quelli del "magari oggi è finita", la testa non sapeva più  neanche respirare il vento, i capelli erano spilli, la pelle della testa chiodi, l'incudine del dolore la agguantava come un ladro premendola fino allo stremo.
L'alternanza della paura più cupa e del pensiero più positivo, la danza ed il raggomitolarsi, il panico che sudava contro il suo petto e le braccia spalancate fuori al balcone, la finzione del comunque vivo, al reale, arreso, lasciarsi morire.
Era una continua altalena dall'autunno appena inziato, a questa primavera proibita, era stata un'attesa, troppo lunga, di un ritorno preteso, delle sue mani sempre più a macchie e rughe, della fame giovane e del digiuno nauseato dal dolore.
Il caffè si asciugava in una schiuma aerea e beige, il fondo scuro rifletteva il cielo a nuvole e ad uccelli appena tornati, e lei era ancora piccola, e lei era ancora giovane e divertente, e lei era già morta e la voce tradiva troppi respiri flebili, le cicatrici mai suturate erano fragilità a voragini e fughe solo sognate e solitudine spudorata.
Si guardava, i cerchi scuri intorno agli occhi erano osceni, le guance svuotate, i capelli bagnati dalle mani sempre lì a premere ed a massaggiare il dolore, a tentare di bloccare le scosse, a braccare il messaggio bruciante ed il nodo stretto.
Pulsa la sua testa, aritmica come il suo cuore, spesso se lo ritrova in gola e non è il suo posto, si capisce bene dal calcio che lui da agli anelli della trachea, poi cascate di scrocchi e spasmi fino alla notte, anche durante il sonno, sente tutto quando questo si fa più leggero e lei sogna e soffre insieme.
Il male non si mette paura delle persone che compaiono dentro ai suoi sogni, eppure lei sogna che loro siano lì a difenderla, ad urlare "e tu dove credi di andare?lasciala in pace, non la vedi come l'hai ridotta?".
Il caffè, se lei lo lasciasse ancora qui, sotto al sole, e poi all'aria della notte, e dopo ancora al soffio del vento di un nuovo giorno, sparirebbe, lascerebbe qualche polverosa traccia marrone, il suo odore svanirebbe nel cielo a poco a poco, nessuno se ne accorgerebbe.
Lei allora si alzò, prese la tazzina calda di quasi maggio, e si preparò un altro caffè, bollente.

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