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Call me by your name [Luca Guadagnino, 2017]

Creato il 27 aprile 2019 da Sweetamber

Premessa obbligata: questo film va necessariamente visto in lingua originale. Mi spiace per i doppiatori italiani e per chiunque abbia direzionato i lavori di doppiaggio (mi rifiuto di cercare nomi di agenzie e quant’altro) ma il lavoro non è stato eseguito a dovere, a mio avviso. In lingua originale è possibile cogliere alcune sfumature di linguaggio non comprensibili guardando il film doppiato. Inoltre nel film vengono utilizzati quattro differenti idiomi (italiano, francese, tedesco e americano) che, ça va sans dire, si perdono completamente nel doppiaggio.

Ho atteso parecchio prima di decidermi a guardare Call me by your name. In primis perché le recensioni estremamente esntusiastiche si alternavano ad altre estremamente negative e in secundis perché temevo di trovarmi di fronte ad un film borghese. Devo dire che non ho ancora deciso se ricredermi sul secondo punto; riguardo al primo, mi ritrovo più dalla parte delle recensioni entusiastiche pur non estremizzando la mia gioia con la spinta eccessiva di alcuni.

Trama: nord Italia, 1983. Una famiglia ebrea benestante si ritrova nella grande abitazione ereditata da Annella, la moglie, per le vacanze estive. Samuel, il marito, è un professore universitario che svolge ricerche in campo archeologico. Con loro c’è il figlio diciassettenne Elio, che accoglie sospettoso e pigro l’arrivo del nuovo studente americano arrivato ad affiancare il padre nelle ricerche. Oliver ha ventiquattro anni, è alto, bello e spensierato. Durante le sei settimane di permanenza del giovane studente, fra lui ed Elio si sviluppa un rapporto che trascende l’amicizia per spostarsi docilmente nella sfera dell’amore, insegnando ad Elio quale sia la portata dei sentimenti per l’animo umano.

Va bene, forse ho un po’ calcato la mano nel descrivere la trama di questo film ma tralasciamo, oggi sono particolarmente ispirata.
Call me by your name è un film che si colloca nel 1983 per togliere ogni tecnologia moderna dalla trama, permettendoci di immergerci nella storia in se, non si sporca le mani con la modernità mostrandoci un’estate di partite a pallavolo, walkman, passeggiate in bicicletta e letture nel caldo afoso di un paese qualunque delle campagne del nord Italia.
Le distanze sono necessarie per raccontare una storia d’amore che pare di quelle che capitano una volta nella vita e difficilmente possono ripetersi. Distanze dal mondo esterno, rappresentato solo da pochi frammenti di personaggi da bar che giocano a carte e dialogano al minimo, distanze rappresentate anche dall’agiata condizione economica della famiglia di Elio. Se fossero disgraziati e senza quattrini una storia di questo tipo non si potrebbe raccontare.

Il fatto che si stia parlando di una famiglia ebraica rimane quasi marginale: il simbolo ebraico per eccellenza, la stella a sei punte, viene impiegato per rappresentare la nascita del sentimento amoroso fra Elio e Oliver e viene poi discretamente accantonato per non creare un ammassamento di discorsi cinematografici in un film che non mira a critiche di carattere storico o politico.

L’ambientazione bucolica e sospesa nel tempo, il ricco frutteto e la piscina costruita in pietra, le porte comunicanti che sbattono ripetutamente per il vento e la cura estrema per ogni elemento della scenografia rendono interessante questo film anche e soprattutto da un punto di vista estetico.

Si tratta senza dubbio di un film glamour, poco impegnato sui valori profondi del rapporto fra Oliver ed Elio, sulle problematiche morali di una relazione fra un giovane di ventiquattro anni e un ragazzino di diciassette o sul ruolo genitoriale standard che qui viene ribaltato, mostrandoci una coppia tollerante e amorevole che accoglie con improbabile naturalezza lo svolgersi della vicenda sentimentale fra il figlio e lo studente americano.

Ciò che rende questo film in ultima considerazione oggettivamente interessante sono alcune scelte registiche che rendono le due ore e passa minuti di visione tutto sommato godibili e scevre da sbadigli di noia. L’episodio dell’orologio, dopo che Oliver ha scritto ad Elio un bigliettino dandogli appuntamento a mezzanotte, segue una intera giornata di attesa per l’appuntamento, con Elio che non perde mai di vista il proprio orologio da polso (un Casio molto anni ’80, per gli appassionati) e guarda con spasmodica trepidazione le lancette scorrere e pare debba assolutamente coprire l’arco temporale fino alla mezzanotte con attività che gli rendano meno difficile giungere al fatidico incontro con Oliver. Ecco quindi che quando giunge l’ora e Elio scorge Oliver salire le scale, il giovane perde completamente interesse per il Casio tanto che il padre glielo allunga lasciandolo poi finalmente libero di avere il suo momento di passione con Oliver. Una trovata di regia per creare tensione e attesa anche nello spettatore, che del resto sopporta questa tensione per almeno un’ora di film e sorbisce, devo ammetterlo, anche scene di cui si sarebbe fatto volentieri a meno, come quella dei due amici italiani ciarloni di Samuel e Annella.

Call me by your name l’ho visto dopo l’esplosione dell’entusiasmo straripante che ha accolto questo film e dopo aver visto in giro decine  e decine di recensioni ultraentusiastiche. Ha lasciato in me pensieri contrastanti e questo che ho scritto più che un post è un insieme di appunti randomici in attesa di partorire un pensiero più congruo. Prendete il tutto così com’è, uscito non proprio fluidamente dalla mia testa.

n.b. menzione d’onore alla bella colonna sonora, che vi linko qui da Spotify

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