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Cannes 67: “The Owners” di Adilkhan Yerzhanov (Selezione Ufficiale-Sessione speciale)

Creato il 20 maggio 2014 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

the_owners

Anno: 2014

Durata: 93′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Kazakistan 

Regia: Adilkhan Yerzhanov

Una luce ‘da lume di candela’ getta tra le pareti scarne e in muratura un naturalismo realistico (bucolico) che immediatamente cattura l’atmosfera di povertà rurale, autentica, spietata. E la mente corre ai Mangiatori di patate di Van Gogh, anzi l’olfatto. Ho sentito in quella inquadratura tutto l’odore di ambienti di terra, di vita dura, essenziale, ma anche ‘pura’ nella lotta per la sopravvivenza che traspare.

The Owners, terza pellicola del giovane regista kazako Adilkhan Yerzhanov (classe 1982), presentata nella selezione ufficiale e in sessione speciale, è un crudo e metaforico racconto dell’aberrazione politico-umano-sociale adulta, che ingurgita senza pietà e con una freddezza abominevole, il senso di giustizia, innocenza, idealismo, immaginazione degli adolescenti e del loro gestire la sopravvivenza, nell’impatto alle regole cieche e animalesche di uno Stato ferino organizzato. La realtà rurale kazaka è il terreno migliore per questa rappresentazione, sia nella poverta’ che la caratterizza che negli ‘strascichi di regime’ (tra retaggi di dittatura nel dialogo sordo con le istituzioni e la rabbia di una condizione economica in cui si è caduti, di mera sussistenza).

John, Erbol ed Aliya, sono tre giovani orfani venuti dalla città per rimpossessarsi di una vecchia, misera, piccola casa dentro un remoto villaggio, appartenuta alla madre morta da poco. La casa è però occupata da anni da una famiglia il cui pater bestialissimo è legato nel sangue al capo del distretto. La presa di possesso da parte dei tre giovani della loro legittima proprietà, con tanto di carte alla mano, verrà contrastata con estrema spietatezza e cinismo:  impossibile  sottrarsi ad un inevitabile quanto assurdo e abominevole annientamento fisico, che colpirà i tre fratelli al ritmo di un lento supplizio, logorante e terribile nel loro tentativo di affidarsi alla protezione e giustizia di una struttura sociale-umana essa stessa carnefice.

Su questo canovaccio Adilkhan Yerzhanov interviene con un occhio e un’immaginazione capaci di fissare con poesia e ironia dell’assurdo crudelissima, il contrasto tra la inumana realtà nella quale i tre giovani sono costretti a lottare per sopravvivere e la loro innocenza, nell’avere ancora la capacità di sorprendersi, di coltivare ideali, di creare poesia e bellezza da piccole cose, anche dall’orrore. Loro, i tre ancora umani, non assuefatti e non addormentati da ingiustizia, violenza, brutalità esistenziale… E bastano davvero pochi oggetti ad Adilkhan Yerzhanov per trasformare quello che ci circonda in un cantico  soprannaturale, per certi versi. Con l’occhio all’arte, inserita in molti ambienti di cruda durezza estetica ed umana, nel semplice dipinto van ghoggiano appeso al muro o sulla copertina di quaderno: flebile speranza di rinnovamento della specie o semplicemente condensazione di due piani (realtà e sua trasfigurazione) in un raffronto doppio e crudele tra vita vera e rappresentazione. O all’uso poetico di oggetti comuni: anche dentro la più nuda povertà e disillusione, si può ancora ballare, sognare, fantasticare.

La particolare sensibilità dell’occhio di Yerzhanov rivela illuminazioni in una fotografia capace di caricarsi addosso odori e atmosfere, così come di trasfigurare nella dimensione del sogno microcosmi di reale (una pozza d’acqua, la parete di una stanza, esterni di paesaggio umano e naturale che si staccano e muovono come bassorilievi). Peccato soltanto che dall’aspetto caricaturale di cui il clan degli occupanti-abitanti del  villaggio è dipinto emerga un clichè di idiotizzare nell’abbigliamento o dentro connotazioni fisiche grossolane, creando un paradosso a volte troppo lontano dall’origine geografica e ambientale dei protagonisti. In molti momenti, invece, siamo partecipi di uno stato di angosciosa impotenza ed ineluttabilità, marcato proprio da esasperato no sense, o peggio ancora, da una benevolenza nemica crudelissima.

Maria Cera


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