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Caporalato, tutto il nero della holding criminale

Creato il 27 giugno 2016 da Annagiuffrida @lentecronista

“Lo sfruttamento non c’è. Se c’è riguarda poche decine di lavoratori stranieri su un totale di 1.000/1.200 ed anche 1.500 occupati a stagione. Un numero irrisorio. E non ci sono neanche i caporali, e tantomeno i caporali collusi con la delinquenza locale”. Questo sostiene un imprenditore di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, che gestisce un’impresa locale di dimensioni medio piccole in cui la produzione di pomodoro rientra tra le ‘mission’ aziendali. Dichiarazioni contraddette dalla confessione di un ex caporale, Francis, le cui parole sono raccolte nell’ultimo Rapporto sul caporalato di Flai Cgil. Francis, 30 anni del Burkina Faso, ha fatto il caporale per quattro anni, e nel 2015 ha deciso di smettere per motivi religiosi. Nell’estate del 2009 arriva in Italia e un amico gli propone di andare a Foggia per la raccolta dei pomodori. Francis accetta, ma dopo circa un anno di lavoro il suo caporale gli propone di aiutarlo. Francis ha la patente, il caporale no e rischierebbe il sequestro del furgone. Inizia così a prendere dimestichezza con la burocrazia nel settore agricolo, e dopo poco inizia a reclutare braccianti.

Inizia così la sua vita da caporale, alle dipendenze di altri caporali. E attraverso le sue dichiarazioni di “caporale pentito” mette in luce la gerarchia che tiene in piedi tutta la holding del caporalato, al cui vertice spesso ci sono italiani.
“Io appartengo al gruppo di caporali/lavoratori, nel senso che stiamo con la squadra, ma ci sono caporali che trasportano solo le persone e poi svolgono altre attività illegali. Questo è il motivo che mi ha spinto ad uscire dal giro. È un giro sporco” dice Francis nel Rapporto sul caporalato. Francis vive in un casolare, e in ogni casolare ci sono due/tre caporali. E alcuni non si limitano a gestire i braccianti e accompagnarli sui campi. “Vendono anche droghe, portano a prostituirsi le donne, hanno rapporti con la criminalità locale e per ogni cosa chiedono soldi ai lavoratori dicendogli che non lavoreranno più se non accettano le loro condizioni”.

TipologieCaporalato

Forme e gradi di caporalato

E prosegue spiegando come è organizzata la “scala dei caporali”: “E’ composta da un italiano all’apice, poi da un caporale straniero e poi dagli autisti. Quando il capo è un italiano vuol dire che è davvero un boss, poiché gestisce anche 10/15 furgoni, ed anche di più. Anche fino a 20. Di questi boss tutti hanno paura – riferisce Francis – I proprietari dei campi da una parte danno l’incarico a questi caporali per trovare lavoratori, dall’altra ne hanno anche paura poiché sono delinquenti e poco di buono. Ma gli imprenditori comunque ci guadagnano sempre, e sempre fanno guadagnare il caporale boss”. Francis tra i soldi del trasporto e la vendita dei prodotti, nel ruolo di caporale /lavoratore, riscuote circa “200 euro al giorno, ovvero circa 2.400 euro a settimana, di cui 500 sono per sé e il resto lo riversa al suo capo. Inoltre, lavorando anch’egli nei campi, guadagna altri 40/50 euro” come spiega il Rapporto. Francis, da caporale, guadagna così 700/800 euro a settimana, 3/3.500 euro al mese.

“A Palazzo (San Gervasio, ndr) i caporali più potenti sono tutti italiani e sottostanno agli ordini di un capo riconosciuto – prosegue Francis – I caporali italiani, insieme al loro boss, possono imporre le loro regole anche agli imprenditori, ma i caporali stranieri devono sempre aspettare l’ingaggio da parte delle aziende. Non sono in grado di imporre i loro braccianti. Questa è la differenza, in termini di potere e di intimidazione, tra gli uni e gli altri”.
E anche i guadagni sono maggiori per i caporali italiani. “Il capo dei caporali italiani – afferma Francis – può arrivare a guadagnare anche 200.000 euro al mese e non è un’esagerazione. E i suoi aiutanti altri 70/100.000. Un caporale straniero, il più potente, non arriva a 30.000 euro e quelli che lo aiutano arrivano ai 10/15.000 al massimo. I caporali come me guadagnano ancora di meno, circa 3/5.000 euro e qualche volta 7.000”.
Così la criminalità organizzata si nutre del lavoro di italiani e stranieri, in collaborazione con la delinquenza straniera. Una holding che, insieme al business delle Agromafie, frutta tra i 14 e i 17,5 miliardi di profitti solo in Italia. Questo è il lato nero, sommerso, di un settore lavorativo che se riabilitato creerebbe opportunità di lavoro e crescita per quel Sud che anche nell’agricoltura può costruire la ripartenza.

Un lato nero dell’economia illegale che non risparmia dalla schiavitù né italiani né stranieri. Che gioca con la dignità delle persone e con le vite di migliaia di uomini e donne, rivendute per pochi euro di pomodori o arance. Vite spesso spezzate, non tanto dal sole cocente che spesso non risparmia chi lavora incessantemente chino sulla terra per pochi euro al giorno, ma anche da quella criminalità che mentre si presenta come chi ‘dà lavoro’ lucra fino all’ultimo respiro su quelle stesse vite. E a lucrare ci sono anche gli imprenditori che ingaggiano i caporali per reclutare i braccianti: una zona grigia del fenomeno a cui neanche il recente disegno di legge (Ddl 2217) ha posto rimedio.
Anche la piramide delle responsabilità è ben strutturata, ancora.



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