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Caravaca de la Cruz. L'indulgenza quotidiana

Creato il 20 maggio 2016 da Gaetano63
Nella cittadina spagnola da otto secoli si venera una reliquia della “santissima e vera croce”
Caravaca de la Cruz. L'indulgenza quotidiana
Papa Wojtyła concesse di celebrare un giubileo ogni sette anni e il prossimo sarà nel 2017
Dal nostro inviatoGaetano Vallini
A Caravaca de la Cruz la salita dal centro verso il castello medievale che domina l’abitato  non è lunga e nemmeno troppo faticosa: qualche rampa, un po’ di scale e poi l’arco d’ingresso al cortile. Lungo il percorso centinaia  di persone, alcune con gli abiti tradizionali della festa, in un tripudio di colori. Tutti portano con sé dei fiori. Sono il dono per la “santissima e vera croce”  venerata qui da otto secoli: un prezioso reliquiario in  stile patriarcale — lungo diciassette centimetri, con due bracci orizzontali, il superiore più corto di quello inferiore — che contiene oggi due frammenti del legno della  croce di Gesù, conservato in una piccola cappella della basilica edificata, nel classico barocco spagnolo, nell’antico castillo divenuto santuario.Siamo nella regione spagnola di Murcia. È la mattina del 1° maggio, inizio dei cinque giorni di festeggiamenti in onore del lignum crucis  qui custodito dal 1231, anno della sua miracolosa apparizione che rese possibile la riconquista della città in mano ai mori, e affidato dapprima ai templari, poi all’Ordine di Santiago, per passare infine alla Real e ilustre cofradía de la Santísima y vera cruz de Caravaca. E questo è anche il giorno delle nuove affiliazioni al sodalizio,  di cui si hanno notizie certe già nel XVI secolo e riconosciuto canonicamente in quello successivo. Durante la messa c’è l’investitura dei nuovi confratelli, oltre centocinquanta, che si aggiungono agli oltre seimila affiliati.Moltissimi sono bambini, anche neonati. Per loro si tratta di una consacrazione alla Santissima croce.  Per gli adulti «è un impegno di vita e di fede, oltre che una responsabilità nella custodia della reliquia, nel mantenimento del santuario e nella diffusione del culto», come spiega Elisa Gimenéz-Girón Marín, la hermana mayor, la prima donna a guidare la cofradía. Tutti, grandi e piccini, in fila davanti all’altare allestito sul sagrato della basilica, ricevono la croce che sancisce l’appartenenza al sodalizio. Ultimo atto della celebrazione è il bacio della  reliquia, al quale partecipano praticamente tutti i presenti. Un omaggio, quello del bacio, che si ripeterà più volte durante la festa: la croce, traslata processionalmente, rimarrà per tre giorni in città, fino al 5 maggio, sostando nelle  parrocchie, portata nelle case dei malati, oltre che nella residenza per anziani e nell’ospedale. Momenti intensi questi ultimi, di grande commozione. Come la suggestiva pioggia di petali sulla reliquia nella chiesa del monastero di clausura delle clarisse. O il rito al templete, quando la croce  viene immersa nell’acqua che scorre lungo l’edificio a pianta esagonale, in stile neoclassico, con la successiva aspersione dei fedeli.L’impressione è di una devozione molto sentita, radicata in questa cittadina di meno di trentamila abitanti, tramandata da generazioni. Come la storia della reliquia, anzi, le storie, tra tradizione e documentazione. A raccontare la prima è il rettore del santuario, don Alfonso Moya: «Era il 1231 e il  re  musulmano che dominava la zona, Ceyt-Abuceyt, un giorno chiese ai cristiani prigionieri del castello-alcazar quale lavoro svolgessero. Tra loro c’era un sacerdote, Gínes Pérez de Chirinos.  Spiegò di essere un ministro di Dio e che celebrava la messa mediante la quale pane e  vino si trasformavano nel corpo e nel sangue di Cristo. La risposta incuriosì il principe, che chiese al prete che cosa gli occorresse per il rito. Il giorno prescelto, il prete iniziò la celebrazione, ma a un tratto s’interruppe: non poteva andare avanti, disse, perché non c’era un crocifisso. Sentendosi preso in giro, il re minacciò di uccidere lui e gli altri cristiani. Fu allora che dalla finestra della stanza entrarono due angeli con una croce, che collocarono sull’altare. Inoltre,  quando il sacerdote innalzó l’ostia consacrata, Ceyt-Abuceyt vide in essa un bambino sorridente. Quei prodigi impressionarono il re, che si convertì al cristianesimo con l’intera corte».Caravaca de la Cruz. L'indulgenza quotidianaUna seconda versione sostiene che la croce fosse appartenuta al patriarca Roberto di Gerusalemme, vescovo della città santa sottratta ai musulmani con la prima crociata,  e che  oltre un secolo dopo, nel 1229, la reliquia abbia lasciato quel luogo, probabilmente  al seguito di cavalieri crociati, per ricomparire due anni più tardi a Caravaca. All’epoca la provincia di Murcia, al pari dell’Andalusia, era governata dai mori, sotto i quali rimase fino al 1244, quando passò al re di Castiglia. Fama e devozione alla croce si diffusero fin da subito, con quell’attributo di “vera”. È probabile, infatti, che la reliquia fosse un frammento della croce  trovata, secondo la tradizione, sul Golgota da sant’Elena, che la divise in tre parti,  lasciandone una a Gerusalemme e portando le altre due a Roma e a Costantinopoli.   A diffonderne il culto ben oltre la regione contribuì la bolla di Clemente vii che nel 1392 concedeva indulgenze ai pellegrini. E nel 1492, dopo la riconquista di Granada,  il re Fernando e la regina Isabel regalarono  al santuario una lampada di argento.Attirati dal lignum crucis, nel tempo molti ordini monastici maschili e femminili hanno aperto propri monasteri nella cittadina. Anche santa Teresa di Gesù — che portò fino al letto di morte una croce di Caravaca — ne fondò uno, al quale rimase molto legato san Giovanni della Croce, che visitò la città ben sette volte. Inoltre i missionari spagnoli in partenza per il Nuovo mondo portavano con sé riproduzioni della sacra effige. Come san Junípero Serra. Anch’egli  ne volle una nella sua bara: reliquia che è stata portata a Papa Francesco durante l’udienza generale del 4 settembre 2015. E  non a caso il reliquiario posto sull’altare per la messa di canonizzazione del francescano spagnolo, presieduta dal Pontefice il 23 settembre a Washington, aveva la forma di quella croce. Ma in questa storia c’è anche una pagina oscura. La notte tra il 13 e il 14 febbraio 1934, durante la Seconda Repubblica, il reliquiario scomparve, forse nascosto per sottrarlo alla furia anticlericale e iconoclasta, o più probabilmente rubato per minare la fede del popolo. Fatto sta che non fu più ritrovato. Tuttavia la devozione  non venne meno. Pio XII, colpito da tanto fervore, nel 1942, appena finita la guerra civile, fece pervenire al santuario un frammento della vera croce. E nel 2006 analogo dono giunse dalla Custodia di Terra santa, a ricostituire quell’immenso patrimonio.Nel corso di  ottocento anni  il valore religioso della reliquia e la devozione popolare da essa scaturita sono stati riconosciuti con una lunga serie di privilegi reali e pontifici, tra cui indulgenze particolari. Alcune di queste concesse in occasione delle festività legate alla croce. Di recente si ricordano il giubileo del 1981, per il settecentocinquantesimo della prodigiosa apparizione della croce, e quello diocesano del 1996. Ma fu due anni dopo, il 9 gennaio 1998, che arrivò la bolla con la quale Giovanni Paolo ii concedeva al santuario il dono di un giubileo da celebrare, in perpetuum, ogni sette anni a partire dal 2003. Non solo. Prevedeva la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria anche il 3 maggio, festa dell’invenzione della Croce, e il 14 settembre, festività dell’esaltazione della Croce, o in un qualsiasi periodo dell’anno visitando il santuario in gruppo o, ancora, «una volta l’anno, nel giorno scelto liberamente dai fedeli»: praticamente sempre. Caravaca de la Cruz si è così aggiunta al ristrettissimo gruppo di città che possono vantare giubilei perpetui con cadenza definita e particolari privilegi.«La concessione — dice don Jesús Aguilar Mondéjar, vicario episcopale di Caravaca-Mula, diocesi di Cartagena — è stata una grande gioia e una benedizione per la nostra Chiesa. Soprattutto dopo il 2003 qui hanno cominciato ad arrivare molti fedeli, non solo dalla Spagna. Il prossimo giubileo sarà un’ulteriore opportunità per offrire a quanti verranno il tesoro della nostra fede. E a tutti vorremmo far scoprire i cammini dei pellegrini del passato che transitavano da qui, in particolare quelli percorsi da san Giovanni della Croce».Il 2017, dunque, sarà anno giubilare. Appena il tempo di chiudere quello straordinario della misericordia, che l’8 gennaio qui si ricomincerà. E sarà un’occasione per scoprire un luogo ancora poco noto oltre i confini iberici, impaziente di offrirsi con la ricchezza del suo patrimonio storico e soprattutto religioso.(©L'Osservatore Romano –  21 maggio 2016)I cavalieri che fecero l'impresaCaravaca de la Cruz. L'indulgenza quotidianaQuattro uomini corrono accanto a un cavallo finemente bardato con drappi ricamati: un tragitto breve, ottanta metri appena, sulla salita che porta all'ingresso del castello-santuario. Tutto dura appena una manciata di secondi, durante i quali cavallo e corridori fendono letteralmente la folla che si apre all'ultimo istante come attraversata da una lama, per richiudersi su se stessa subito dopo il fulmineo passaggio. Un'immagine, questa, che si ripete sessanta volte, tanti quanti i partecipanti alla gara, la carrera de los caballos del vino, corsa dei cavalli del vino, la manifestazione più caratteristica e coinvolgente tra quelle che si tengono a Caravaca durante le feste in onore del Santissima e vera croce. Eventi nei quali  fede e tradizioni popolari s'incontrano, fondendosi e alimentandosi a vicenda.      La corsa, che si svolge il 2 maggio, ha origine da una storia risalente al secolo XIII, quando la cittadina si trovava sul confine tra la Castiglia cristiana e il regno dei mori di Granada, e la presenza della miracolosa croce aveva già fama di assicurare protezione ai suoi abitanti. Il castello, difeso dai templari, venne assediato dai mori, che avvelenarono i pozzi d'acqua, controllando le altre fonti. All'interno del maniero, oltre ai soldati feriti, si erano rifugiati i cristiani sfuggiti ai saccheggi e alla prigionia, tutti allo stremo delle forze. Fu allora che, secondo la tradizione, alcuni coraggiosi templari, eludendo la sorveglianza degli assedianti, uscirono dalla fortezza raggiungendo la località Campillo, distante qualche miglio. Qui riempirono alcune otri di vino che caricarono su un cavallo. Quindi, beffando nuovamente le guardie, riuscirono a rientrare nel castello con la preziosa bevanda, nella quale venne immersa la reliquia. Il vino così benedetto venne dato da bere  agli infermi, i quali guarirono all'istante.    “I primi documenti sulla rievocazione – racconta Juan Lopez García, giovane direttore della Casa-museo 'caballos del vino' – risalgono al 1765, e vi si legge di cavalli addobbati per  portare al santuario il raccolto e il  vino per la benedizione”. E ancora oggi quel rito si ripete  nella basilica proprio mentre al di là delle mura inizia la carrera. Gara che solo all'inizio del XIX secolo cominciò a somigliare a quella di oggi. “Dai cavalli quasi in processione si passò alle prime competizioni – spiega ancora Juan -  che dagli scorsi anni Cinquanta si svolgono con le regole attuali. All'inizio vi partecipavano poche contrade, chiamate peñas. Poi i gruppi si sono moltiplicati fino ad arrivare agli attuali sessanta, che gareggiano, tra l'altro, per il cavallo più veloce e per quello con la bardatura più bella (quattordici pezzi, con drappi ricamati a mano, il cui valore può superare i cinquantamila euro)”. E tuttavia, malgrado la competizione, ciò che colpisce è lo spirito con il quale si vive la gara: una  rivalità nel segno dell'amicizia e della convivialità.   Diverse altre manifestazioni  nei giorni di festa in onore della croce legano storia e tradizioni qui a Caravaca, coinvolgendo praticamente l'intera popolazione. Ad esempio la rievocazione del “parlamento” tra il re cristiano e quello musulmano, con la successiva battaglia tra i due eserciti al termine della suggestiva sfilata in costume di odalische, dame, cavalieri moreschi e crociati, che precede la processione con la reliquia la sera del 3 maggio. O la parata ancora più sfarzosa e interminabile della sera seguente. Tuttavia, fondendo elementi culturali, folcloristici  e religiosi, la festa dei cavalli del vino - che richiama ogni anno decine di migliaia di persone - resta unica nel suo genere. E per questo la città ne ha chiesto all'Unesco il riconoscimento come patrimonio culturale immateriale dell'umanità. (gaetano vallini)(©L'Osservatore Romano –  21 maggio 2016)Aprire il cielo
Caravaca de la Cruz. L'indulgenza quotidianaAlla vigilia del primo giubileo locale, il 1° dicembre 2002, il cardinale Joseph Ratzinger celebrò a Caravaca de la Cruz e tenne un’omelia di cui pubblichiamo alcuni stralci.
Questo antichissimo racconto della Croce di Caravaca ci fa riflettere molto. Il sacerdote sa perfettamente che il suo servizio più grande è d’invocare la presenza vera del corpo e del sangue di Cristo, di aprire il cielo perché venga sulla terra.  Sa così, con santa ammirazione, quanto è grande il sacerdozio; sa che non è lui a operare, ma che si “è rivestito di Cristo”, non solo all’esterno, ma dal di dentro; il Signore ha preso possesso di lui, agisce e opera per mezzo di lui.  Egli stesso, il Signore, è nuovamente presente e pronuncia attraverso il sacerdote le parole sante che trasformano le cose terrene in un mistero divino. Il sacerdote sa che non può celebrare l’eucaristia come vuole, ma che è un umile servitore di un grande mistero al quale può accadere solo in obbedienza e venerazione. Sa che tale celebrazione non è subordinata al suo capriccio e che persino la forma esterna è — e deve essere — manifestazione dell’operato occulto di Dio.  E sa che lo sguardo della croce, il crocifisso, è essenziale per la messa. Nel prossimo Anno Santo si tratta proprio di rivolgere lo sguardo del cuore a Gesù. Deve essere questo l’orientamento interiore dello sguardo in ogni celebrazione eucaristica: imparare a guardare oltre le cose della vita quotidiana, oltre la marea di immagini televisive, per riuscire a vedere dalla nostra interiorità Gesù e riconoscere così la Via, la Verità e la Vita.  Chiediamo al Signore di sapere vedere dal di dentro, di essere ogni giorno più capaci, nella celebrazione dell’eucaristia, di cercare e di trovare il suo volto. Ritorniamo alla storia della prima apparizione della Croce di Caravaca. In quella storia ci viene raccontato  che la croce dimenticata apparve da sola immediatamente dopo essere stata invocata. I miracoli esteriori non si ripetono e non sono neppure la cosa essenziale. Ma il miracolo interiore avviene  sempre e di nuovo nell’eucaristia: la croce del Signore diviene realmente presente. La messa non è solo un banchetto; in essa il mistero della croce è in mezzo a noi. Il sacrificio di Cristo sulla croce non appartiene semplicemente al passato.
(©L'Osservatore Romano –  21 maggio 2016)

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