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Carcere, comunicazioni recluse

Creato il 29 aprile 2016 da Annagiuffrida @lentecronista

Ci sono notizie scomode, reiette, perché catalizzano la nostra rabbia e la nostra sete di giustizia. Ci sono non-luoghi, diventati le periferie della società. Ci sono uomini e donne, spesso anche bambini innocenti, che vivono in queste realtà marginali e che vogliamo dimenticare, chiudendoli dietro una porta di ferro e buttando via la chiave.
Parlo delle carceri e delle persone detenute. Una comunità, composta da reclusi e operatori, che cerca di conciliare ogni giorno le restrizioni alla libertà con il reinserimento nella società, studiando percorsi di normalità, di rieducazione e di legalità per questi cittadini.

Ieri, per una mattina, ho vissuto la strana e insolita sensazione di essere senza contatti con il ‘mondo là fuori’, prendendo parte ad una conferenza organizzata dall’associazione Antigone e dall’ordine dei giornalisti sul tema ‘Libertà di parola. Il diritto delle persone detenute ad esprimere il proprio pensiero e ad essere informate’.
Senza telefono e altri strumenti tecnologici (fosse anche una macchina fotografica), senza zaini, borse che contengono tutto ciò che ci identifica ai nostri occhi e a quelli del mondo, si inizia a percepire cosa significa essere ristretti. Vivere cioè in una realtà dove la libertà di comunicazione è un privilegio, spesso conquistato a caro prezzo. “I giornali diffusi sono il Messaggero e a volte Avvenire. Ci arrivano in versione ‘di cortesia’: poche pagine, dove manca lo sport e tante altre notizie – spiega Marco Costantini, recluso e portavoce di altri detenuti a Rebibbia, e impegnato nella redazione giornalistica attiva nel carcere romano – Mentre tv e radio sono gratuiti, i giornali vanno acquistati. Ma non tutti possono permetterselo”. E se l’informazione proveniente dalla stampa è un diritto per pochi, anche l’invio/ricezione di mail sono disincentivati dai costi: ogni mail mandata e ricevuta costa 0,50 centesimi. Un privilegio che si estende all’uso di internet, consentito solo ad alcuni detenuti per motivi specifici: a chi studia ad esempio, o magari come premio. “I limiti a internet, e ad altro, vengono posti in molti casi per la tutela della persona stessa del detenuto. Soprattutto con un potere discrezionale, e diventano così elementi di premio” come precisa Stefano Anastasia, Garante dei detenuti in Umbria. Ostacoli nella comunicazione con la società e con le famiglie che se superati sarebbero un antidoto anche in tanti casi di suicidi in carcere.
Nonostante le difficoltà e le censure, a cui si accompagna l’autocensura degli stessi reclusi, in Italia sono una settantina i giornali carcerari censiti. Pagine e microfoni da cui volontari e detenuti danno voce a questa realtà ai più sconosciuta, confrontandosi con la scarsità di fondi e con i limiti alla libertà di movimento dei redattori reclusi anche all’interno del carcere.

Dentro quegli alti muri, elevati da reticolati di ferro per limitare il contatto libero e diretto con l’esterno, la libertà di espressione e di informazione viene avvertita più che nelle pubbliche e libere strade. Diventa uno strumento di crescita e di responsabilizzazione, un’opportunità di risocializzazione per le persone detenute e una garanzia sul futuro per i cittadini che invocano sicurezza.
Causa di questo stato di cose è anche un ordinamento penitenziario fermo al 1975. “Tutto ciò che è lecito nel sociale deve essere lecito anche dentro, prevede questo ordinamento penitenziario – dice Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti – A fronte di questo ha però regole che ammettono la radio e non la tv, ritenuta ancora ‘intrattenimento’ e quindi degradata da pilastro del sistema detentivo di rieducazione a privilegio”. “Ci sono questioni su cui siamo in ritardo: come l’utilizzo di Skype nelle comunicazioni familiari. Ci sono detenuti trasferiti in Sardegna, dove vi è più disponibilità di posti, e non tutti hanno i familiari che possono andare a fargli visita. Ci attardiamo anche sulla telemedicina, e quindi sull’attivazione delle cartelle mediche digitali che peraltro faciliterebbero gli accertamenti di responsabilità mediche. Infine, il ruolo dell’informazione e cultura come elemento costruttore della relazione sociale” commenta il Garante Palma.

Tanti impegni, alcuni dei quali rimasti depositati sui tavoli dei recenti Stati Generali dell’esecuzione penale che hanno avuto come sede sempre il carcere di Rebibbia.
Chissà se prima di sedersi ai tavoli e decidere le sorti di migliaia di persone recluse, ma anche della società che distratta si disinteressa di queste realtà, le istituzioni presenti hanno incrociato lo sguardo di questi reclusi da dietro uno dei tanti cancelli che separano le zone del carcere? Anche in virtù del fatto che agli Stati Generali, a pochi metri dalle celle, non ha preso parte nessun detenuto. Anche questa è comunicazione, mancata.



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