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Carice Van Houten – See You on the Ice

Creato il 17 luglio 2017 da Au_webzine @AU_Webzine
Carice Van Houten – See You On The Ice
- Voto: 81 su 100- Anno: 2012- Genere: Alternative pop- Influenze principali: Chamber pop, Jazz, Dream pop, Soft rock, Synth pop, Trip hop



A cura di Alessandro Narciso
Avete presente come, spesso, le attrici alla ricerca di un po’ più di fama e buzz si improvvisino cantanti? È molto semplice: assoldano un team di compositori e produttori cool, tirano fuori qualche base che scimmiotta la popstar più in voga del momento, ci cantano sopra come meglio riescono e voilà – ecco l’ennesimo album privo di sostanza, uguale a cento altri usciti quell’anno, pronto per il dimenticatoio. Alla peggio, si è parlato un po’ di loro.
Non è decisamente questo il caso di Carice Van Houten, che il grande pubblico conosce come Melisandre in Game of Thrones: risale al 2012 la pubblicazione del suo primo full length, See You on the Ice. Più che di un capriccio estemporaneo o una mossa di marketing, si tratta del culmine di un percorso musicale che Carice ha da sempre seguito: a parte la sua dichiarata passione per la musica in generale, il suo curriculum di attrice annovera infatti musical teatrali (tra cui Foxtrot nel 2001) e il film Zwartboek (Black Book, 2006), un thriller ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale in cui Carice interpreta la cantante e spia Rachel Stein/Ellis de Vries – un ruolo nel quale canta lei stessa, sia su pellicola sia sulla colonna sonora.
A differenza di molti album confezionati da attrici, quindi, See You on the Ice arriva in un contesto musicale già radicato. Non solo: stando alle interviste, Carice considera il suo lato musicale una necessità, un modo per esprimere la sua creatività più liberamente che sul set, dove è diretta da un regista. Non è quindi sorprendente che See You on the Ice sia quasi interamente co-scritto, co-prodotto e co-mixato dalla stessa Carice: il risultato è un album eclettico e ricco di personalità, diverso dalla maggior parte delle proposte pop contemporanee, in cui la sensibilità e le idee dell’autrice traspaiono alla perfezione.
Il tratto che unisce le sonorità di See You on the Ice è una vena retrò, affidata però non tanto a filtri, distorsioni e rumori di fondo su canzonette pop moderne, quanto allo studio oculato di melodie, progressioni di accordi e, spesso, armonie vocali, che richiamano il glamour del pop d’altri tempi. Le scelte strumentali, invece, mantengono l’album saldamente ancorato al presente, offrendo interessanti fusioni tra strumenti acustici (chitarra, archi, pianoforte, fiati) o etnici (zither, ukulele) e sintetizzatori che personalizzano anche le canzoni dal sapore più vintage.
Impossibile, ad esempio, non pensare ai gruppi barbershop femminili come The Chordettes o le Andrews Sisters ascoltando la melodia, il ritmo e, soprattutto, le armonie vocali di “Something Funny”; a renderla unica e diversa dai classici di metà scorso secolo, però, arriva una texture strumentale particolarmente ricca, un soft rock su cui si innestano zither e ukulele accanto a vibrafoni, archi, organetto e qualche accenno di elettronica. “You.Me.Bed.Now.”, uno dei singoli, è una canzone electropop dominata da numerosi interventi dell’arpa e un magnifico sassofono che richiama gli Anni Sessanta e Settanta. Le vocals sono ben stratificate e danno un tocco peculiare per il contrasto tra le strofe cantate e i ritornelli per lo più parlati o sussurrati, e la canzone termina con un bellissimo assolo di sassofono ad libitum. “End of the World” è un sofisticato pezzo che evoca una performance in un lounge bar d’epoca non solo grazie alla melodia, ma anche a un intelligente uso di rumori ambientali – tazzine e chiacchiericcio all’inizio, fuochi d’artificio sul finale. Scritto da Marc Ribot, che suona anche la chitarra sul brano, è un brano lento in crescendo che nella seconda metà lascia trasparire tutta la sua anima jazz con un bell’insieme di contrabbasso, pianoforte e piatti suonati a spazzola. Altrettanto evocativa è la cover di “Still I Dream of It” dei Beach Boys, reinterpretata in maniera molto personale: gli archi dell’intro richiamano le colonne sonore della Hollywood di un tempo e un abile uso dei filtri vocali contraddistingue la prima parte più morbida, dominata da una delicata chitarra acustica e archi. Dopo un crescendo sul bridge, la canzone assume toni soft rock e abbandona i filtri vocali per sottolineare il picco emotivo prima di tornare quieta e sognante sul finale.
Il gusto un po’ retrò, sebbene più recente, è distinguibile anche in “Broken Shells”, una ballata soft rock in sei ottavi che richiama vagamente le Murder Ballads di Nick Cave, anche grazie alle vocals maschili quasi sussurrate di Howe Gelb; strumentalmente, alle chitarre e gli archi che ci si può aspettare in un brano come questo, si affiancano il metallofono e perfino la fisarmonica, che spezzano così il senso di déjà-vu.
Oltre a guardare al passato, però, Carice si ritaglia anche un po’ di spazio per sperimentare: “Recovery Mission”, ad esempio, è un interessante brano trip-hop le cui linee vocali alternano momenti parlati e cantati, con armonie talvolta dissonanti, su un tappeto di chitarre, tastiere e zither. “I’m Here” è un brano lento e sensuale che ha in sottofondo rumori ambientali come il frinire dei grilli, la pioggia o lo scoppiettio del fuoco, a sostenere un synth Anni Ottanta e archi, particolarmente notevoli quando arriva il cambio di tempo del bridge. E come non menzionare la magnifica opener, “Siren or the Sea”? Il wubb di synth e le nervose spennellate di archi si sposano con una melodia orientaleggiante su percussioni etniche, per poi esplodere in una coda dal sapore synthrock.
Ci sono anche episodi più contemporanei e convenzionali, come il bel pop di “Time”, dal ritmo sottilmente latino-americano affiancato a chitarre, archi, legni e qualche tocco di xilofono, o il pop-rock trascinante di “Emily”, altro singolo, che mostra al meglio il lato espressivo di Carice-attrice in un breve momento parlato sullo stacco del bridge. Il terzo singolo è la bella “Particle of Light”, che ospita Anohni al microfono: è un emozionante brano dream pop retto da chitarre e basso, con un magnifico crescendo di archi nel bridge.
Alla ricercatezza e varietà del sound corrispondono testi molto creativi, che esplorano temi esistenziali con l’uso di metafore intelligenti (“Siren or the Sea” e “Something Funny”), rapporti familiari (“Time”), erotismo (“You.Me.Bed.Now.”, diretta nel titolo quanto delicata nel testo) e relazioni sentimentali in varie sfumature. “Emily”, ad esempio, è una divertente chiacchierata con la nuova fiamma di un ex, “I’m Here” è un’appassionata dichiarazione di nostalgia mentre “Particle of Light” e “Recovery Mission” usano fisica e astronomia come metafore.
All’inventiva dei testi corrisponde una performance vocale molto espressiva, ben più ricca di sfumature rispetto alla colonna sonora di Zwartboek sei anni prima, che usa in maniera intelligente i filtri e mostra molta cura nei dettagli con vari controcanti sovrapposti un po’ in tutte le canzoni. Insomma, Carice non si è risparmiata pur di fare le cose al meglio e prendersi tutta la libertà creativa di cui sentiva bisogno.
È facile, quindi, essere scettici di fronte a un’attrice che “si improvvisa” cantante ed etichettare la sua musica come manovra di marketing – specie dopo una lunga lista di Lindsey Lohan, Leighton Meester e compagne. Ma il segreto di Carice Van Houten e di See You on the Ice è che dentro non c’è marketing, ma passione. Ha davvero qualcosa da dire, lo fa con molta classe e il risultato sorpassa non solo quello di gran parte delle altre attrici che tentano il salto nella musica, ma anche di molte cantanti a tempo pieno.
Purtroppo, per sua stessa ammissione, Carice non trova molto tempo da dedicare alla musica fra una ripresa e l’altra; ma chissà che ora, con una sola stagione di Game of Thrones da filmare, la nostra Strega Rossa preferita non riesca a liberarsi un po’ e pubblicare altra musica. E che magari il successo di Melisandre traini una carriera musicale che merita di essere tenuta d’occhio.

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