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Carlo Mazzacurati, l’abilità affabulante del grande narratore

Creato il 23 gennaio 2014 da Af68 @AntonioFalcone1
Carlo Mazzacurati

Carlo Mazzacurati

Ci lascia a 57 anni il regista e sceneggiatore Carlo Mazzacurati (Padova, 1956), deceduto ieri, mercoledì 22 gennaio, al’ospedale di Monselice (PD), dove era da tempo ricoverato.
Il 24 novembre dello scorso anno, nel corso del 31mo Torino Film Festival aveva ricevuto il Gran Premio Torino, premiazione accompagnata dalla presentazione del suo ultimo lavoro, La sedia della felicità, inserito nella sezione Festa Mobile della kermesse piemontese e che dovrebbe essere distribuito il prossimo 24 aprile.
Il plot del suddetto film è incentrato su una surreale caccia al tesoro nel territorio, caro al regista, di un Nordest abitato da una bizzarra umanità, e dà vita ad un curioso melange tra la commedia “svitata” e quella sentimentale: dalla sinossi si evince quell’estrema libertà di fondo che ha sempre caratterizzato le opere di Mazzacurati, il non volere seguire schemi predefiniti, affidandosi ad uno stile registico piuttosto sobrio, sciolto, il quale, lontano da qualsivoglia compiacimento o autocompiacimento, si è sempre rivelato attento tanto ai particolari quanto alla direzione dei protagonisti.

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Dopo gli studi al Dams di Bologna, Mazzacurati, grazie ad una somma di denaro ottenuta in eredità, nel 1979 riuscì a dar vita al suo primo film, Vagabondi, col quale conseguì un premio di distribuzione da parte della Gaumont al festival milanese Filmmaker Doc, anche se le difficoltà finanziarie della suddetta società ne impedirono la distribuzione in sala.
Una volta trasferitosi a Roma, lavorò come autore di programmi televisivi ed iniziò a collaborare alla stesura di alcune sceneggiature (come con Gabriele Salvatores, per il suo terzo lungometraggio, Marrakech Express, ‘89, il cui script ottenne il Premio Solinas nell’87). Il vero e proprio debutto cinematografico di Mazzacurati arrivò nell’87, quando il regista visualizzò sullo schermo una sceneggiatura scritta qualche anno prima con Franco Bernini, Notte italiana (la prima pellicola prodotta dalla Sacher Film di Nanni Moretti e Angelo Barbagallo), film col quale vinse il Nastro D’Argento come Miglior Regista Esordiente e diede appunto il via alla sua carriera.

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Ecco quindi susseguirsi titoli come, fra gli altri, Il prete bello, ’89, tratto dal romanzo omonimo di Goffredo Parise, Un’altra vita, ’92, Il toro, ’94, dolente e metaforico, forse la sua opera migliore, che ottenne alla 51ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il Leone d’Argento (e Roberto Citran conseguì la Coppa Volpi come Miglior Attore Non Protagonista), Vesna va veloce, ’96, col quale Mazzacurati offrì l’opportunità ad Antonio Albanese di mostrare la valenza del suo registro drammatico.
L’attore sarà poi interprete, nel 2000, insieme a Fabrizio Bentivoglio, de La lingua del Santo, film in cui il regista inizia a delineare le avvisaglie di un’insinuante incrinatura dei valori e dei rapporti sociali, pronta ad estendersi dalla provincia del Nordest all’intero territorio della penisola, come sarà ancora più evidente, fra toni autobiografici e metacinematografici, ne La passione, 2010.

(cinematografo.it)

(cinematografo.it)

Mazzacurati nel corso della sua attività (comprensiva anche di alcuni lavori teatrali, come Conversazione senza testimoni, ’98) ha felicemente congiunto indubbie doti d’acuto osservatore d’ambienti con l’abilità affabulante propria del grande narratore, e, almeno a mio parere, è stato, fra gli autori italiani recenti, uno dei pochi che ha saputo dipanare nelle sue opere un particolare fil rouge con la tradizione della nostra commedia, riuscendo ad intrecciarvi al suo interno diverse sfumature, dal drammatico al sentimentale, sempre avvalendosi di una forte sottolineatura etica rivolta all’incertezza dei tempi e alla conseguente deriva sociale, morale e culturale, fra lucidità e lungimiranza.


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