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Cartelli bilingue, “Per salvare le lingue minoritarie è necessario superare le contrapposizioni ideologiche”

Creato il 27 ottobre 2017 da Stivalepensante @StivalePensante

Sono ormai diversi giorni che a Varese è in corso un dibattito relativo alla volontà dell'Amministrazione Comunale di eliminare cartelli toponomastici recanti il nome della città in dialetto lombardo. Se da una parte il vicesindaco di Varese, Daniele Zanzi, afferma che tale scelta non è mossa dalla volontà di contrapporsi ideologicamente alla precedente amministrazione leghista che ne ha decretato il posizionamento ma dalla volontà di far uscire la città dal provincialismo, dall'altra c'è chi legge tale scelta proprio in questi termini. Dietro tale decisione, secondo questi ultimi, ci sarebbe, infatti, l'intenzione di cancellare l'impronta della precedente giunta guidata da Fumagalli. Molti, del resto, sono cartelli dei paesini appartenenti ai territori dell'Alto Varesotto che vedono la doppia denominazione, in alcuni casi anche scritta a mano, come a Luino.

Ad intervenire in merito alla questione Pietro Cociancich, il portavoce nazionale del Comitato per la Salvaguardia dei Patrimoni Linguistici, che dal 2013 si occupa di sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sulla tutela delle lingue storiche del territorio italiano. Un argomento, quello riguardante la tutela delle lingue locali con riferimento alla cartellonistica bilingue, sul quale il comitato è intervenuto diverse volte in altrettante realtà.

"Martedì 24 ottobre le liste civiche di centrosinistra che sostengono la giunta comunale a Varese hanno stilato un'intesa, nei cui punti programmatici è prevista anche la rimozione dei cartelli bilingui Varese-Varés, introdotti da una precedente amministrazione di centrodestra. La dinamica è piuttosto nota: a seconda del colore della giunta, i cartelli con la dicitura in lingua locale vengono posti o rimossi, con un inevitabile strascico di polemiche. Nel 2012 è successo ad Arcore (MB), Sant'Omobono (BG), Sorisole (BG), Palazzolo (BS) e Lecco, nel 2013 a Novara e Desenzano (BS), nel 2015 a Sassuolo (MO), nel 2016 a Ceresara (MN). Le date e i luoghi cambiano, ma le dinamiche e le polemiche son sempre le stesse - si legge nella nota del Comitato per la Salvaguardia dei Patrimoni Linguistici - . Le ragioni addotte dalle giunte, spesso di centrosinistra, per la rimozione sono variegate: alcuni sostengono di voler rispettare il codice della strada; altri ritengono che per salvare il dialetto e l'identità 'ci vuole ben altro ' e che i cartelli siano solo una strumentalizzazione da parte degli avversari; altri affermano semplicemente che quei cartelli sono brutti; altri ancora rivendicano con orgoglio un atto politico teso a far uscire il proprio paese da una dimensione provinciale e aprirlo al cosmopolitismo. Questo è, insieme a molti altri, anche il caso di Varese: il vicesindaco Zanzi ha rivendicato la necessità per Varese di 'uscire dal provincialismo'. Di fronte a queste azioni, attivisti e persone comuni sono state spesso messe di fronte al fatto compiuto, con poche possibilità di cambiare la situazione".

I cartelli in dialetto servono davvero? Qual è la loro funzione? Sono provinciali, e magari anche brutti? Inneggiano alla chiusura verso gli estranei, alla discriminazione? Sono forse inutili, visto che 'per salvare il dialetto ci vuole ben altro'? Questi alcuni dei quesiti a cui il Comitato per la Salvaguardia dei Patrimoni Linguistici prova a dare risposta.

"Come sappiamo l'unico modo per salvare davvero una lingua, com'è il lombardo, riconosciuto come tale dall'UNESCO, è tornare a parlarla e tramandarla alle generazioni successive - prosegue la nota stampa -. Per farlo, bisogna ridarle prestigio e dignità e senza una campagna di sensibilizzazione e sostegno, ben poche persone sentono il bisogno di usare una lingua considerata quasi inutile nei rapporti istituzionali. I cartelli bilingue contribuiscono a dare rilevanza pubblica alla lingua locale: non diventa quindi solo un fatto privato, qualcosa di nascosto, tollerato; bensì un elemento importante della vita pubblica di una comunità, tanto da apparire all'ingresso di paesi e città accanto alla lingua nazionale. Da questo punto di vista, la toponomastica bilingue rappresenta appieno l'identità di una comunità: accanto alla lingua nazionale viene presentata quella storica, parlata da secoli nel territorio e ancora presente, seppure con maggiore fatica. In questo non c'è chiusura o discriminazione: anzi, paradossalmente incoraggia molto di più al multilinguismo e alla diversità culturale di quanto lo sia un cartello scritto solo in italiano".

" Questi concetti sono ben noti a tutti coloro che nel mondo lottano per la tutela delle lingue minoritarie. Spesso è un modo per ristabilire nomi locali cancellati dalla forma 'ufficiale', che spesso non è altro che un adattamento o una storpiatura del nome originale. Troviamo la segnaletica bilingue in tutte le comunità dove vengono tutelate le minoranze linguistiche: dalla Catalogna al Galles, dalla Lapponia alla Frisia, dalla Scozia alla Pomerania, dalla Galizia all'Istria, dalla Isole Åland alla Corsica. La troviamo in piccoli paesi come Ullapool (UK) a grandi città internazionali come Valencia. È un principio così basilare da trovarsi anche nella Carta Europea delle Lingue Regionali e Minortiarie, dove all'art. 10, comma 2, lettera g si afferma che 'Le Parti si permettono a permettere e/o incoraggiare (...) l'impiego o l'adozione, all'occorrenza congiuntamente con la denominazione nella(e) lingua(e) ufficiale(i), delle forme tradizionali e corrette della toponimia nelle lingue regionali o minoritarie'. Allo stesso modo in Italia la legge 482/99 sulle minoranze linguistiche prevede all'articolo 10 che 'in aggiunta ai toponimi ufficiali, i consigli comunali possono deliberare l'adozione di toponimi conformi alle tradizioni e agli usi locali'. E in effetti tutte le aree italiane dove sono state riconosciute minoranze linguistiche hanno diritto ai cartelli bilingue: basta fare un giro nelle valli ladine o in Friuli, ma anche in Sardegna o nei comuni arbëreshë del Meridione, per rendersene conto".

" Dunque, le domande da farsi sono forse delle altre: perché alcune lingue avrebbero il diritto ai cartelli e altre no? Perché per alcune comunità linguistiche si riconosce l'importanza dell'utilizzo della toponomastica e per altre invece no?Temo che la risposta sia spesso una sola: al di là dei distinguo, dei 'sì, però', dei 'ci vuole ben altro', la vere ragioni nascoste dietro alla guerra dei cartelli sono dettate dal calcolo politico. Insomma, la lingua locale viene usata come strumento di ripicca tra partiti. Ma qual è l'unica vittima di questi dispetti legati ai 'cartelli in dialetto'? La lingua stessa. Se si avesse davvero a cuore la lingua locale, come tutti i partiti assicurano, i cartelli bilingue non desterebbero alcuna polemica. Invece è evidente che la lingua è solo un pretesto per combattere l'avversario politico. Questo è senza dubbio l'aspetto più triste: le nostre lingue non hanno colori, sono un patrimonio di tutti, dell'intera comunità. La loro salvaguardia dovrebbe essere un valore per chiunque, e non materia di scontro. È necessario che le forze politiche facciano un enorme sforzo per superare la contrapposizione su questo tema.

Infine a conclusione dell'intervento il portavoce del comitato da risposta ad un'ultima domanda: la cartellonistica in lingua regionale risolve la questione 'tutela delle lingue minoritarie'? "Assolutamente no. È solo l'inizio: non si può pensare di fermarsi al cartello d'ingresso: al di là di quell'insegna c'è un'enorme città di azioni da compiere, in cui bisogna inoltrarsi. Può sembrare faticoso, ma per fortuna ci sono numerosissimi esempi, sia all'estero e in Italia, che ci possono indicare la via. Ma perché questo accada, bisogna riuscire a superare le contrapposizioni ideologiche, a partire dai cartelli. C'è bisogno di azioni politiche coraggiose, moderne e lungimiranti. È vero, coi soli cartelli bilingue non si salvano le lingue: senza di essi, però, è ancora più difficile".


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