Magazine Cultura

Cartolina dalla fossa. Diario di Srebrenica

Creato il 26 agosto 2010 da Atlantidelibri

srebrenica

Anni 90, a poche centinaia di km dalle nostre case, un nuovo olocausto insanguina l’Europa. Cartolina dalla fossa, un diario di Srebrenica edito da Beit, dove anche i vivi si sentono morti.

Cartolina dalla fossa
Diario di Srebrenica
Emir Suljagić, Beit Edizioni
272 pp. 150 x 225 mm. Numerose illustrazioni nel testo, euro 20,00.
Traduzione di Alice Parmeggiani. Fotografie di Alice Meden, Ron Haviv e Gilles Peress. Con testi di Azra Nuhefendić, Guido Franzinetti, Abdulah Sidran

Un diario della vita a Srebrenica prima della tragedia, le immagine storiche di quei giorni cruciali, i contributi di esperti e studiosi e una cronologia che ripercorre gli avvenimenti piu importanti dell’enclave dal 1991 ai giorni del massacro. Conclude il libro un servizio fotografico sui luoghi del massacro cosi come si presentano oggi, in un abbandono che esprime il dolore di un trauma incancellabile.

A Srebrenica sono morti anche i vivi

di Mara Gergolet

Estratto da “Il Corriere”, 11/07/2010

DIARIO DI SOPRAVVIVENZA – E, mentre nel villaggio di Zalazje dal 2 luglio sono cominciate le esumazioni, Al Memorial Center di Potocari si prepara la commemorazione con un funerale collettivo. I corpi, raccolti dalle fosse comuni, di 775 persone i cui resti sono stati identificati nel corso di questi anni, saranno cremati e a ognuno verrà data singola sepoltura. Che cosa è successo in quei giorni? Un libro, Cartolina dalla fossa, che uscirà il 12 luglio per la casa editrice Beit di Trieste, (pag. 270, euro 20), lo racconta con foto, cronologia (la prefazione di Azra Nuhefendic, interventi di Alice Meden, Guido Franzinetti, del poeta bosniaco Abdulah Sidran). E’ un diario sulla vita a Srebrenica prima e durante la tragedia di Emir Suljagić, un giovane musulmano bosniaco che, contro ogni previsione è sopravissuto. È la prima volta che Srebrenica è raccontata da un superstite.
SONO VIVO – «Io sono vivo perché Mladić aveva il potere assoluto di decidere sulla vita e sulla morte», scrive Suljagić che aveva 17 anni quando iniziò la guerra. Imparò l’inglese e divenne interprete per le Nazioni Unite a Srebrenica. Questo gli salvò la vita. Oggi Emir fa il giornalista in Bosnia. La sua scrittura è pacata. Non odia, non insulta, non urla. Racconta. La difesa della città, il contrabbando, l’ipocrisia dei caschi blu. E poi la fame e la miseria che hanno trasformato individui e comunità. Un resoconto umano in cui c’è l’assedio e la sopravvivenza. «La fame aveva completamente alterato la mia personalità», scrive. «Dal ragazzo, che prima della guerra era timido e riservato, ero diventato aggressivo e senza scrupoli. Questo mi ha spaventato». Racconta scene di un quotidiano. Parla dell’attacco dei musulmani bosniaci a Kravice. La 28esima divisione dei musulmani guidata da Naser, il 7 gennaio 1993, Notte di Natale ortodossa, in cui 49 civili serbi erano stati massacrati (86 civili sono stati feriti). A Srebrenica nessuna compassione per quelle vittime. «Sia come sia, quella si rivelò una macchia sulla nostra vittoria, altrimenti pura come un cristallo», scrive Suljagić: «Anche quello era un segnale inconfutabile che stavamo diventando sempre più simili ai serbi, a ciò che loro erano, ossia a ciò che loro desideravano noi diventassimo. Forse questo avvenne prima che chiunque se lo aspettasse, ma era inevitabile che le vittime – ma questo è solo il mio pensiero – in quelle circostanze iniziassero a somigliare al carnefice»



Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :