Cell ci mette di fronte ad un tema quanto attuale: lo strapotere dei telefoni cellulari.

Creato il 23 luglio 2010 da Rstp

Boston, 1° ottobre. È un bel pomerìggio di sole e, per Clayton Riddell, una giornata magnifica. E pro­prio in quell'istante il mondo finisce. A milioni, tut­ti coloro che hanno un cellulare all'orecchio impaz­ziscono improvvisamente, regredendo allo stadio di belve feroci. Un misterioso impulso irradiato dagli apparecchi distrugge infatti il cervello in un attimo, azzerando la mente, la personalità, migliaia di anni di evoluzione.
Al posto dell'homo sapiens ora c'è un branco di sanguinari subumani privi della paro­la. Ma presto costoro cominciano a mutare e a orga­nizzarsi. Insieme ad altri scampati, Clayton percor­re di notte le città svuotate, in preda a un pensiero fisso: salvare la moglie e il figlio, rimasti soli nel Maine in balia di un telefonino... e conquistare al­l'umanità il diritto di coesistere con la nuova specie dominante.
Un capolavoro del Re, dove la fantasia e la riflessione sui falsi miti del nostro tempo danno vita a una storia terribilmente plausibile.
Un misterioso segnale elettronico, di origine sconosciuta, diramato attraverso i telefoni cellulari di tutto il mondo, penetra nella mente degli utenti con l'effetto di devastare in un solo istante l'intero raziocinio e di ridurre larga parte della popolazione della Terra in condizioni animalesche, vittima di istinti primordiali. Alcuni sopravvissuti all'effetto dell'Impulso tentano di trovare un modo per riorganizzarsi e sottrarsi alla barbarie ed alla feroce follia dei "telepazzi" (detti nella seconda parte anche "cellulati": il termine originale è phonecrazies), ovvero delle vittime del devastante segnale telefonico.
La civiltà scivolò nella sua seconda era di tenebre su una prevedibile scia di sangue, ma a una velocità che nemmeno i futurologi più pes­simistici avrebbero potuto pronosticare. Fu quasi come se non vedesse l'ora di finirci. Il primo giorno di ottobre, Dio era nel Suo para­diso, l'indice di Borsa era a 10,140 e quasi tut­ti gli aerei erano puntuali (eccetto quelli che at­terravano o decollavano da Chicago, e c'era da aspettarselo). Due settimane dopo il cielo apparteneva di nuovo agli uccelli e il mercato azionario era un ricordo. A Halloween, tutte le metropoli del mondo, da New York a Mosca, puzzavano fino alle stelle e il mondo di prima era un ricordo.

Il fenomeno che in seguito avrebbe preso il nome di Im­pulso ebbe inizio alle 15.03 del 1° ottobre, ora di New York. La definizione era naturalmente imprecisa, ma a dieci ore dall'evento quasi tutti gli scienziati in grado di farlo notare erano o morti o impazziti. In tutti i casi il no­me contava poco. Quello che contava era l'effetto.
Alle tre di quel pomeriggio, un giovane di non partico­lare importanza per la storia scendeva per Boylston Street, a Boston, con un passo elastico che era quasi una danza. Si chiamava Clayton Riddell. L'evidente espressione sod­disfatta che aveva sul viso s'accordava con la spigliatezza dell'andatura. Nella mano sinistra impugnava la maniglia di un portfolio da artista, di quelli che si chiudono con delle serrature a scatto e diventano una valigetta. Arrotolato alle dita della sinistra aveva il laccio di un sacchetto di plastica marrone sul quale, per chi si fosse preso il di­sturbo di leggerlo, c'era il logo piccoli tesori.
Sballottato nel sacchetto c'era un piccolo oggetto ro­tondo. Un regalo, si sarebbe pensato, e con ragione. Si sa­rebbe potuto ulteriormente azzardare che questo Clayton
Riddell fosse un giovanotto in procinto di festeggiare una piccola vittoria (o forse nemmeno tanto piccola) con un piccolo tesoro, e si sarebbe colpito di nuovo nel segno. La cosa nel sacchetto era un fermacarte di cristallo di non poco prezzo, al centro del quale era imprigionata la grigia nuvoletta di un soffione. Lo aveva comprato durante il tra­gitto di ritorno dal Copley Square Hotel alla molto più umile Atlantic Avenue Inn dove alloggiava, intimorito dal cartellino da novanta dollari legato alla base del fermacar­te e forse ancor più intimorito dalla consapevolezza che ora potesse permettersi un simile acquisto.
Consegnare la carta di credito al commesso aveva ri­chiesto un coraggio quasi fisico. Dubitava che ce l'avreb­be fatta se quel fermacarte fosse stato per sé; avrebbe bor­bottato di aver cambiato idea e sarebbe scappato dal negozio. Ma era per Sharon, a Sharon piaceva quel genere di oggetti, e gli voleva ancora bene: Forza, piccolo, faccio il tifo per te, aveva detto il giorno prima della sua partenza per Boston. Considerato il modo di merda in cui si erano trattati l'un l'altro per un anno intero, le sue parole lo ave-vano commosso. Ora desiderava commuovere lei, se fosse stato ancora possibile. Il fermacarte era una piccola cosa (un piccolo tesoro), ma era sicuro che avrebbe gradito la delicata nuvoletta grigia dentro il cristallo, come un banco di nebbia in miniatura.
L'attenzione di Clay fu richiamata dallo scampanio di un furgone dei gelati. Era fermo di fronte al Four Seasons Hotel (che era ancor più sontuoso del Copley Square), dalla parte del Boston Common, che su quel lato della strada fiancheggiava la Boylston per due o tre isolati. Le parole Mister Softee, nei colori dell'arcobaleno, erano sovrapposte a una coppia di coni gelato danzanti. Tre bambini, con gli zaini posati per terra, erano in fremente attesa. Alle loro spalle c'erano una donna in giacca e pan­taloni che teneva al guinzaglio un barboncino e due ragaz­ze con i jeans sotto l'ombelico, munite entrambe di iPod e di auricolare, ora appeso al collo per potersi parlare sotto­voce, senza risolini, di faccende assai serie.
Clay si fermò dietro di loro, trasformando quello che era stato un piccolo gruppo in una breve coda. Aveva com­perato un regalo alla moglie separata; prima di tornare a casa si sarebbe fermato da Comix Supreme a prendere l'ultimo numero di Spiderman per il figlio; poteva pensare un poco anche a sé. Non vedeva l'ora di dare la notizia a Sharon, ma non avrebbe potuto contattarla finché non fos­se rincasata, verso le quattro meno un quarto. Pensava di trattenersi all'/nn almeno fino al momento di parlarle, più , che altro passeggiando avanti e indietro negli angusti con fini della sua stanzetta e lanciando occhiate al suo portafoglio chiuso. Nel frattempo Mister Softee gli offriva un accettabile diversivo.
L'uomo servì i tre bambini, due gelati con il bastoncino e un'incredibile piramide di cioccolato e vaniglia nel nel mezzo. Mentre la ragazzina estraeva banconote da un dollaro appallottolate dalla tasca dei Jeans larghi alla moda, la signora con il barboncino e l'a­bito da donna in carriera infilò la mano nella borsa appesa alla spalla, prese il cellulare - le signore vestite da donne in carriera non sarebbero uscite di casa senza - e lo aprì. Dietro di loro, nel parco, un cane abbaiò e qualcuno gridò. A Clay non sembrò un grido gioioso, ma quando si girò a guardare vide solo qualche passante, un cane che trotterel­lava stringendo tra i denti un frisbee (ma non devono esse­re al guinzaglio? si chiese), una distesa di verde soleggia­to e oasi di ombra invitante. Gli sembrò un ottimo posto dove un uomo che aveva appena venduto il suo primo ro­manzo a fumetti - nonché il suo seguito, entrambi per una somma sbalorditiva - avrebbe potuto andare a sedersi a mangiare un cono di gelato al cioccolato.
Quando tornò a guardare dall'altra parte, i tre bambini se ne erano andati e la signora con l'abito da donna in car­riera stava ordinando una coppa guarnita. Una delle due ragazze dietro di lei aveva un telefonino rosa agganciato al fianco e la rampante in carriera aveva il suo incollato al­l'orecchio. Come gli accadeva quasi ogni volta in cui era testimone di una delle mille varianti di quel comporta­mento, Clay riflette che stava assistendo a un gesto che, se fino a poco tempo prima sarebbe stato giudicato di una maleducazione quasi intollerabile, seppure nel corso di una marginale transazione con un perfetto sconosciuto, stava ormai diventando un'accettabile ricorrenza della quotidianità.
Mettilo in Dark Wanderer, tesoro, disse Sharon. La Sharon che conservava nella mente parlava spesso ed era prevedibile che dicesse la sua. Tanto era vero anche della Sharon reale, con o senza separazione. Non però chia­mandolo sul cellulare. Clay non l'aveva.

Il telefonino rosa intonò quel motivetto che Johnny «mava tanto... cos'era, Axel F versione Crazy Frog? Clay non lo ricordava, l'orse perché l'aveva rimosso. La proprietaria del telefono che squillava se lo staccò dal fianco e disse: «Beth?» Ascoltò, sorrise, poi disse all'arnica: «È Beth». Allora l'altra ragazza si sporse in avanti e ascolta­rono insieme, capelli corti e sfrangiati tutte e due, pettina­ture quasi identiche (a Clay sembravano quasi personaggi di un cartone del sabato mattina), accarezzati dallo stesso venticello pomeridiano.
«Maddy?» disse quasi contemporaneamente la donna in completo.
Il suo barboncino era ora seduto in un atteg­giamento contemplativo all'estremità del suo guinzaglio (il guinzaglio era rosso con i brillantino, a osservare il traffico di Boylston Street. Sull'altro lato della strada, al Four Seasons, un portiere in uniforme marrone - sembra­va che dovessero essere sempre o marrone o blu - agitava il braccio, probabilmente per fermare un taxi. Un caratteristico anfibio Duck Boat, stipato di turisti, altussimo e im­probabile sulla terraferma, veleggiò via con il conducente che gridava nel megafono qualcosa di argomento storico. Le due ragazze che ascoltavano il telefonino color menta si guardarono e sorrisero per qualcosa che stavano uden­do, però ancora senza ridacchiare.

«Maddy? Mi sentì? Mi sentì...»
La donna in carriera alzò la mano in cui stringeva il Sguinzaglio e si ficcò il dito, con l'unghia lunga, nell'orecchio libero. Clay rabbrividì temendo per il suo timpano. Immaginò di disegnarla: il cane al guinzaglio, il completo e pantaloni, i capelli corti alla moda... e un rivolino (li sangue intorno al dito nell'orecchio. La Duck Boat sul margine e il portiere in secondo piano, tutte quelle cose che danno verosimiglianza a una vignetta. Sì, era quel che voleva.
«Maddy, non ti ricevo! Volevo solo dirti che mi sono fatta fare i capelli da quel nuovo... i miei capelli?... I MIEI...»
Il tizio sul furgone si protese a porgerle la coppa guar­nita: un Monte Bianco dalle pendici solcate da cioccolato e crema di fragola. La sua faccia ruvida di barba non rasa­ta era impassibile. Diceva che aveva già visto tutto quanto, e perlomeno due volte. Clay ne era certo. Nel parco qual­cuno gridò. Clay si girò di nuovo a guardare dicendo a se stesso che era stato un grido di gioia. Alle tre del pomerig­gio, un pomeriggio di sole al Boston Common, non pote­va non essere un grido di gioia. Giusto?
La donna disse a Maddy qualcosa di incomprensibile e richiuse il cellulare con un esercitato colpo del polso. Lo lasciò ricadere nella borsetta, poi rimase lì, come se aves­se dimenticato che cosa stesse facendo o forse persino do­ve si trovasse.
«Fanno quattro e cinquanta», disse il gelataio che anco­ra le porgeva pazientemente la coppa. Clay ebbe tempo di riflettere su quanto tutto in città fosse così schifosamente costoso. Forse lo aveva pensato anche la signora vestita da donna in carriera - almeno tale fu la sua prima impressio­ne - perché per un momento ancora non fece niente, restò lì a guardare la montagna di gelato e sciroppo gocciolante come se non avesse mai visto niente del genere.
Poi dal Common giunse un altro grido, questa volta non umano, un verso che stava a metà tra un guaito di sor­presa e uno gnaulio di dolore. Clay si girò a guardare e vi­de il cane che prima trotterellava con il freshbee in bocca. Era bruno, di dimensioni discrete, forse un Labrador, lui non conosceva bene i cani, quando aveva bisogno di dise­gnarne uno lo copiava da un libro. Accanto a lui c'era un uomo in giacca e cravatta inginocchiato, lo teneva prigioniero per il collo e sembrava che gli stesse - no, non sto vedendo quello che credo di vedere, pensò Clay - masti­cando un orecchio. Poi il cane guai di nuovo e cercò di di­vincolarsi. L'uomo in giacca e cravatta lo tenne fermo, e sì, era proprio l'orecchio del cane, quello che aveva in bocca l'uomo, e mentre Clay continuava a guardare, glie­lo strappò dalla testa. Questa volta il cane lanciò un grido quasi umano e alcune anatre che nuotavano nel laghetto poco distante si alzarono in volo starnazzando.
«Rasi!» gridò qualcuno dietro Clay. Così gli era sem­brato. Poteva anche essere una parola di senso compiuto, però ciò che successe dopo lo spinse a propendere per rast: non un vocabolo, ma piuttosto un'espressione inarti­colata di aggressività.
Tornò a guardare il furgone dei gelati in tempo per ve­dere la signora tuffarsi sul bancone nel tentativo di ag­guantare il gelataio. Riuscì ad acchiappare un lembo della sua casacca bianca, ma bastò l'unico passo all'indietro S Che lo stupore lo spinse a compiere, perché lei perdesse la [presa. I suoi tacchi alti si staccarono brevemente dal marciapiede e Clay udì il fruscio del tessuto e il tintinnio dei bottoni della sua giacca che strisciavano prima all'insù e all'ingiù contro il bordo. La coppa finì chissà dove, Clay vide una macchia di gelato e sciroppo sul polso e l'avambraccio sinistro della donna. La vide vacillare, flettere I ginocchia. L'espressione refrattaria era stata sostituita da una smorfia contratta ohe le aveva stretto gli occhi in due fessure e messo in mostra entrambe le arcate dei denti. Il suo labbro superiore si era rovesciato completamente all'infuori, scoprendone l'interno vellutato e rosa, intimo come una vulva. Il suo barboncino scappò nella via, trascinando dietro di sé il guinzaglio rosso con in fondo il suo cappio. Sopraggiunse una limousine nera e travolse il barboncino prima che fos­se arrivato al centro della strada. Un batuffolo un attimo prima; budella un attimo dopo.
Povera bestiola, probabilmente stava già abbaiando nel paradiso dei cani prima ancora di capire che era morto, pensò Clay. Clinicamente si rendeva conto di essere in stato di choc, ma questo non cambiava minimamente la profondità del suo sbalordimento. Era fermo lì, con il portfolio in una mano, il sacchetto marrone nell'altra e la bocca spalancata.
Da qualche parte, gli sembrò forse dietro l'angolo di Newbury Street, esplose qualcosa.
Sopra gli auricolari dei loro iPod, le due ragazze ave­vano tagli di capelli esattamente identici, ma quella con il cellulare rosa era bionda, mentre la sua amica era bruna; erano Pixie Chiara e Pixie Scura. Ora Pixie Chiara lasciò cadere il telefonino sul pavimento dove si ruppe e afferrò la signora in abito da donna in carriera prendendola per la vita. Clay pensò (per quanto capace fosse in quei frangen­ti di pensare qualcosa) che intendesse impedirle o di ten­tare di assalire nuovamente il gelataio o di precipitarsi in mezzo alla strada a soccorrere il cane. Ci fu persino una parte della sua mente che lodò la presenza di spirito della ragazzina. La sua amica, Pixie Scura, indietreggiava al­lontanandosi dalla scena con le manine bianche strette tra i seni e gli occhi strabuzzati.
Clay mise giù i suoi carichi, uno per parte, e fece un passo in avanti per dare una mano a Pixie Chiara. Sull'al­tro lato della via, cosa che scorse soltanto nella sua visione periferica, un'automobile sterzò e balzò sul marciapie­de davanti al Four Seosons, costringendo il portiere a to­gliersi precipitosamente di mezzo. Davanti all'albergo si alzarono altre grida. E prima che Clay potesse solo co­minciare ad aiutare la ragazzina con la signora vestita da donna in carriera, Pixie Chiara aveva proteso il bel faccino con la velocità di un serpente, aveva scoperto i giovani denti senza dubbio forti e li aveva affondati nel collo della signora vestita da donna in carriera. Ci fu un enorme getto di sangue. La ragazza vi immerse il viso, diede l'impres­sione di volerselo lavare con quel sangue, forse persino di berne (Clay era quasi sicuro che lo stesse facendo), poi scrollò la signora vestita da donna in carriera avanti e in­dietro come una bambola. La donna la superava in statura e doveva pesare almeno una quindicina di chili di più, ma l'altra la scosse abbastanza forte da farle andare su e giù la testa e spargere all'intorno altro sangue. Contempora­neamente rivolse la faccia imbrattata di rosso al limpido ciclo d'ottobre e lanciò un ululato che sembrò di trionfo.
È pazza, pensò Clay. Completamente pazza.
«Chi sei?» gridò Pixie Scura. «Cosa sta succedendo?»
Udendo la voce dell'amica, Pixie Chiara girò brusca-, mente la testa insanguinata. Gocce rosse le cadevano dalle I corte punte dei capelli sopra la fronte. Gli occhi che guardavano dalle orbite chiazzate erano come lampade bianche.
Pixie Scura guardava Clay con gli occhi sgranati. «Chi | lei?» ripetè... e poi: «E io chi sono?»
Pixie Chiara lasciò andare la signora vestita da donna In carriera, che crollò sul selciato con la carotide squarcia­ta che ancora eruttava, poi si gettò sulla ragazza con la quale solo pochi istanti prima condivideva amichevol­mente il telefonino.
Clay non pensò. Se avesse pensato, Pixie Scura si sa­rebbe forse ritrovata con la gola aperta come la signora in giacca e pantaloni. Nemmeno guardò. Abbassò semplice­mente la mano destra, afferrò l'estremità superiore del sacchetto di plastica di piccoli tesori e lo scagliò contro la nuca di Pixie Chiara nel momento in cui la ragazza spiccava il salto sull'ex amica con le mani protese come un orso che pesca sullo sfondo del ciclo azzurro. Se aves­se mancato il bersaglio...
Non lo mancò e nemmeno lo prese di striscio. Il ferma­carte di cristallo dentro il sacchetto colpì in pieno la testa di Pixie Chiara producendo un sordo rintocco. Pixie Chia­ra lasciò ricadere le mani, una insanguinata, l'altra ancora pulita, e cadde come un sacco di patate sul marciapiede davanti all'amica.
«Che diavolo succede?» urlò il gelataio. Il registro del­la sua voce era di un'altezza improbabile. Forse lo choc glielo aveva modificato.
«Non lo so», rispose Clay. Gli martellava il cuore. «Mi aiuti, presto. Questa sta morendo dissanguata.»
Da dietro, in Newbury Street, giunse l'inconfondibile fracasso di un'automobile che si schianta, seguito da grida di orrore. Alle grida seguì un'altra esplosione, più forte di quella precedente, che fece tremare il giorno come un col­po di maglio. Dietro il furgone dei gelati un altro veicolo sterzò, attraversò tre corsie di Boylston Street e si fiondò verso la facciata del Four Seasons, falciando un paio di passanti e andando quindi a cozzare contro il retro del­l'automobile precedente, che aveva concluso la sua corsa con il muso incastrato nella porta girevole. Il secondo urto fece avanzare ulteriormente il primo veicolo fino a schiac­ciare sui due lati la porta. Clay non poteva vedere se ci fosse qualcuno intrappolato nel meccanismo, perché dal radiatore squarciato della prima macchina scaturivano dense nuvole di vapore, ma le grida di dolore che giunge­vano da là dentro non promettevano niente di buono. Pro­prio niente.
Il gelataio, che da quella parte non poteva vedere, si I stava sporgendo dal finestrino per rivolgersi a Clay. «Che succede là dietro?»
«Non lo so. Un tamponamento. C'è gente che si è fatta male. Non pensiamoci ora. Mi dia una mano.» Si inginoc­chiò di fianco alla signora nel sangue e tra i frammenti del telefonino rosa di Pixie Chiara. Gli spasmi della signora in abito da donna in carriera erano ormai molto deboli.
«C'è del fumo in Newbury Street», osservò il gelataio, che ancora non aveva abbandonato la relativa protezione del suo furgone. «Laggiù è saltato in aria qualcosa. Roba grossa. Forse è un attentato.»


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