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Cena dallo chef: sono cozze amare

Creato il 25 dicembre 2017 da Albertocapece

Cena dallo chef: sono cozze amareAntonio Cannavacciuolo è certamente un ottimo cuoco o almeno lo è stato, ma la televisione lo ha trasformato in un mostro in un tutti i sensi: costretto a frullare mozzarelle e a fare pappette di piselli per essere trendy, ormai fisicamente lontano dalle cucine più o meno stellate dove lo ha portato un fortunato matrimonio, è continuamente sotto le telecamere a fare lo chef  (parola che  peraltro significa solo il buon vecchio capocuoco) per trasmissioni che hanno origine tra le nebbie della peggiore tradizione culinaria dell’intero pianeta, non si ferma ormai davanti a nulla, nemmeno al caffè con le cozze che è il misero mezzuccio di chi proprio non ha nulla da dire e spera nella citrullaggine indotta dagli altri prezzi e dalla presenza televisiva. Come dimostrano decine di ricerche i prezzi di beni “immediati” come il cibo, sono alla radice dell’apprezzamento, per cui una schifezza pagata poco è proprio una schifezza, ma pagata molto diventa sublime o comunque quella che gli ottusi e i furbacchioni up to date chiamarebbero un’esperienza sensoriale.

Il povero Cannavacciuolo non ha certo colpa di questo effetto tunnel, ci si è trovato in mezzo e lo sfrutta a più non posso anche se è andato in tv grazie alla sua fama di cuoco e non è stato dichiarato cuoco per essere stato in tv. La cosa intellerabile è che sentendosi divo, non accetta di essere bacchettato per servire nel suo bistrot di Torino, lanciato del resto da un’ignobile redazionale televisivo travestito da storia della sua vita, cibi surgelati al posto di quelli freschi indicati in carta. Qui alle americanate culinarie e al loro trendismo coglione, tipico di chi non gusti e si fa facilmente impressionare dall’artificio, sostituisce immediatamente la rusapnte natura italiota per la quale    “Va bene che ci siano delle regole ma applicarle in questo modo è assurdo”.   Ammette di aver violato le regole, ma gli sembra che pagare dazio per questo sia troppo “rigido”. E dire che la multa comminatagli è di 1500 euro, che per lui davvero sono spiccioli, probabilmente meno di quanto non incassi per 5 minuti di Masterchef o di quanto gli rendano una trentina di pasti al suddetto bistrot. Naturalmente come ogni buon italiota minaccia di andarsene altrove dove peraltro una cosa del genere gli sarebbe costata al minimo  il doppio per arrivare anche a ventimila dollari, a secondo della decisione del giudice. Ricordiamo che sei ristoratori di Roma colpevoli di aver superato i metri quadri di dehor loro assegnati sono stati colpiti da 148 mila euro di multa, tanto per fare qualche paragone nostrano.

Evidentemente l’onta che brucia è l’essere stato pizzicato nel mondo reale del business del cibo, dopo anni che lui e i suoi colleghi parlano ieraticamente delle materie prime incontaminate, del territorio, della stagionalità e insomma di tutte le sacre sindoni retiriche che poi permettono loro di fare prezzi stratosferici per miseri bocconcini gourmet. Il che badate bene non è solo per guadagnare di più sulla quantità e sulla catena di montaggio della cucina o per permettere l’impiattamento artistico, per far mangiare con gli occhi più che con la bocca, ma anche se non soprattutto per evitare che la terza forchettata di questi presunti cibi degli dei, passata la sorpresa, si rivelino bislacchi, e annoino a morte il palato. Insomma rivelino la propria futilità.

Quando ero ragazzino la minaccia più grande che potesse sovrastare un alunno distratto e somaro era di essere mandato a frequentare l’alberghiero per impossibilità di fare altro. Era certamente sbagliato, una sindrome tutta italiana che in segreto svaluta i mestieri pratici o manuali. In realtà averceli i camerieri di una volta che sapevano spinare sapientemente pesci cucinati interi e dunque con sapori più intensi, non ridotti a strisce e cubetti come oggi che poi richiedono tonnellate di spezie ed espedienti, addirittura formaggi e salumi per sostituire i sentori di mare ormai persi. Averceli i cuochi in grado di eseguire con rigore e con passione piatti codificati invece di coprire le magagne con la sedicente creatività che sottrae a ogni confronto. Quelli magari inventavano davvero qualcosa dovendosi misurare con realtà concrete e non con un magma indistinto e decadente dove puoi spacciare per deliziosa qualsiasi cosa, meglio se rassomiglia a una prima colazione americana passata per l’oriente. Però non sarà l’esagerazione opposta, la mitizzazione gourmet a migliorare le cose: la sottovalutazione è ingiusta, ma la sopravvalutazione ha effetti disastrosi favorendo alla fine non la competenza, ma l’improvvisazione e il dilettantismo presuntuoso. tutte cose che diventano presa in giro non appena incontrano una mafia gourmet sotto forma di guida o una telecamera. Per cui Cannavacciuolo farebbe bene a tornare ai fornelli e smetterla di essere un maitre a penser di scuola disneyana o un Freud per osti della malora per evitare di trovarsi prima o poi  in una cucina da incubo.

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