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Champions league 2016: finale banale e trionfo minimalista di un real non irresistibile. l'atletico rimane incompiuto

Creato il 29 maggio 2016 da Carloca
CHAMPIONS LEAGUE 2016: FINALE BANALE E TRIONFO MINIMALISTA DI UN REAL NON IRRESISTIBILE. L'ATLETICO RIMANE INCOMPIUTO                                    Sergio Ramos, l'angelo custode del Real anni Dieci
Milano ha ospitato una delle finali storicamente più insignificanti della Coppacampioni - Champions League. Non esaltante, pur se dignitosa, nel suo svolgimento, banale nella conclusione, la supersfida di San Siro, che è stata in realtà ben poco super, avrebbe potuto lasciare un segno tangibile nell'albo d'oro solo se avesse premiato i peones della situazione. Questa volta, al contrario di due anni fa, l'Atletico Madrid ha davvero di che recriminare: certo, a Lisbona vide sfumare il trionfo nei minuti di recupero del secondo tempo, quando mister Ancelotti fu tratto in salvo dall'inzuccata di Sergio Ramos, ormai angelo custode ben poco estemporaneo di questo Real tutte stelle (pesantissimo, al tirar delle somme, anche il suo gol di ieri gravato dall'ombra dell'offside). Ma in quella occasione, i colchoneros non avrebbero onestamente meritato di cogliere il massimo alloro continentale. Scrissi così, poche ore dopo, su Note d'azzurro: "Rimane la ben povera impressione suscitata dalla squadra di Diego Simeone, che, ricordiamolo, è arrivata a un passo dal centrare il più grande traguardo della sua storia giocando pochi scampoli di un football accettabile ma non trascendentale nella prima frazione, andando in vantaggio col più classico dei gollonzi (comproprietà Godin - Casillas) e poi armando un secondo tempo all'insegna del catenaccio inteso nella sua forma più retriva e deteriore: Gabi e compagni hanno cominciato a rinculare fino ad asserragliarsi nella loro trequarti, con un affanno via via sempre più marcato ed evidente". ATLETICO MIGLIORE DI DUE ANNI FA - Il timore, alla vigilia, era la ripetizione di un simile "spettacolo" da parte dei... parenti poveri di Madrid, soprattutto dopo aver assistito alla loro esibizione nella semifinale di ritorno contro il Bayern Monaco, esempio di calcio sparagnino, difensivo e ultra - utilitaristico, di squadra da trincea, che avrebbe destato l'invidia dei più antichi maestri del genere, da Karl Rappan in poi. Invece, al Meazza si è visto un Atletico all'altezza della ribalta internazionale. Ripetiamo, nulla di memorabile, ma una squadra che ha dato l'impressione di poter giocare un calcio di discreto spessore estetico senza rinnegare le sue caratteristiche: la copertura prima di tutto, quindi, ma anche una buona dose di aggressività e una manovra ariosa in grado di sfruttare adeguatamente le fasce, zone cruciali del football moderno, grazie al lavoro di Juanfran e Filipe Luis. Poi, il dinamismo e la lucidità di Koke e Gabi nella fascia di mezzo, il lavoro a tutto campo di Griezmann in stile Cavani (ma con conseguente smarrimento di incisività nei sedici metri finali), e il quid in più rappresentato da Carrasco, fondamentale, con le sue accelerazioni e gli innumerevoli spunti, per incrementare la pericolosità in fase di approccio, cosa che non era palesemente in grado di fare il fin troppo compassato Fernando Torres: non a caso è toccato al belga siglare il gol dell'illusorio pareggio con un inserimento da centravanti puro, mentre il Niño ha sprecato poco dopo una ghiottissima opportunità sotto misura.  TROPPO POCO PER FIACCARE IL REAL - Il problema è che tutto ciò non può comunque bastare, in una finale di Champions contro una delle squadre più ricche di classe ed esperienza del globo, se non è accompagnato dalla necessaria precisione al tiro e soprattutto da un'elevata intensità d'azione per tutta la durata del match. Non è stata, cioè, un'aggressione continua: il miglior Atletico si è visto per 30 - 35 minuti della seconda frazione, non di più, e pure in questo periodo di sofferenza le merengues hanno saputo comunque minacciare seriamente la porta di Oblak, con una rapida controffensiva di Benzema e con un doppio tentativo di Ronaldo e Bale. Nel primo tempo, il Real aveva invece menato le danze con autorità, senza miracol mostrare ma lo stretto necessario per tenere a bada le annacquate velleità dei rivali; e dopo l'1-1, la partita ha vissuto di prolungate pause e rari lampi improvvisi, più o meno equamente suddivisi fra le due contendenti. RONALDO AL 30 PER CENTO - I biancorossi, in sintesi, devono prendersela solo con loro stessi: avere a disposizione un rigore così pesante nella gara più importante e non sfruttarlo (ahi ahi, Griezmann...), e, più in generale, non saper approfittare dell'irripetibile occasione offerta da un avversario menomato, con Cristiano Ronaldo acciaccato e Bale non al top... Sì, perché anche questo bisogna ricordare: Zidane è arrivato in porto con una squadra scintillante solo sulla carta, in realtà ridotta al lumicino nelle sue più referenziate fonti di gioco e di gol: il Pallone d'Oro 2014 ha quasi fatto tenerezza, nel suo sferragliare a vuoto contro avversari soverchianti, quasi fosse uno qualsiasi dei modesti attaccanti italiani di questa generazione... Modric e Marcelo hanno regalato pochi spunti degni di questo nome, Kroos si è salvato con l'assist gol a Ramos, Bale è stato il più tenace e deciso nel puntare la porta avversaria, ma il killer instinct non era quello dei giorni migliori. FRAGILE DOMINIO SPAGNOLO - Una "Casa Blanca" aggrappata a lavoratori oscuri (Casemiro) e a quel fuoriclasse a tutto tondo che risponde al nome di Sergio Ramos, perno difensivo e incursore mortifero, implacabile anche nella giostra finale dal dischetto, dove, nel breve arco di pochi secondi e di undici metri, è tornato a rifulgere il talento dei "milionari" Real, con CR7 a piazzare la botta decisiva e i perdenti annichiliti solo dal palo del bravo Juanfran. Ecco cos'è stata la finale di Milano: una banale "undicesima" Coppa vinta dopo una banale lotteria dei rigori, persino poco emozionante, tanto freddo è stato il meccanico susseguirsi di tiri accademicamente "perfettini", e che poteva premiare indifferentemente l'una o l'altra compagine lasciando dietro di sé mille recriminazioni.E' stata anche l'ennesima conferma che le matricole, le medio - grandi del calcio, possono giungere al top solo giostrando al duecento per cento: non basta certo una buona prestazione, come quella di ieri di Koke e compagnia, per mettere nel sacco compagini che ai vertici ci stazionano da anni, e di vincere non si stancano mai. San Siro si è svuotato lasciandoci l'amaro in bocca: la sensazione è che il dominio spagnolo, quest'anno, sia stato dovuto più alle défaillances degli avversari che a effettivo strapotere tecnico. Difficile credere che in giro per l'Europa non ci fossero formazioni in grado di ridurre all'impotenza il tatticismo e l'agonismo dei Simeone - boys (nel 2016 esistono ancora allenatori che ricorrono a espedienti psicologici come l'incitamento della tifoseria, incredibile) o la stropicciata All stars di Florentino Perez. Persino la Juve, ovviamente la Juve dei primi ottanta minuti dell'Allianz Arena, poteva far degna figura: e sono convinto che non le manchino più di due innesti di qualità per poter puntare al bersaglio grosso. 

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