Charles Dickens

Creato il 07 febbraio 2012 da Alboino

Il 7 febbraio 1812 nacque a Portsmouth Charles Dickens il romanziere vittoriano più seguito dal grande pubblico che apprezzava la sua capacità di fondere il melodramma con il giornalismo. In vita Dickens ebbe sì molti ammiratori (specialmente fra le classi medie e proletarie) ma anche detrattori fra i più colti dell’epoca con in primo piano tutti gli intellettuali del circolo più esclusivo che abbia conosciuto la cultura occidentale: quello di Bloomsbury e gli snob dei quartieri alti della City londinese. Conosciutissime sono le considerazioni che la mitica Virginia Woolf con perfidia enuncio a proposito del nostro Charles, prima fra tutte: “è uno scrittore per tutti e non è lo scrittore di nessuno in particolare; è un istituto, un monumento, una strada pubblica continuamente calpestata da milioni di piedi”; “Ci vuole la collaborazione di diverse persone per fare un buon romanziere, mas di queste almeno due – il poeta e il filosofo – non hanno mai risposto al richiamo di Dickens”. Ma se da una parte troviamo intellettuali snob restii ad accettare Charles Dickens nell’olimpo degli scrittori di metà ottocento, dall’altra critici importanti come Edmund Wilson non fanno fatica a definire lo stesso “il più grande scrittore drammatico che gli inglesi abbiano avuto dopo Shakespeare”. Certo è che Dickens nella vita quotidiana era tutt’altro che un tranquillo scrittore di successo. Perennemente armato dell’espressione arrogante di chi s’è fatto da solo, partendo da una situazione difficilissima: suo padre in galera per debiti e lui costretto ad un umile lavoro in fabbrica piuttosto che studiare, arriva al grande pubblico per la sua attenzione al sociale che da subito è la cifra stilistica dei suoi romanzi. Un autore convinto di poter chiedere ai propri lettori impegno sociale e cambiamento morale attraverso grandi romanzi che raccontano il suo tempo con tutte le sue contraddizioni.  
Il professor Alessandro Vescovi docente alla Statale di Milano e studioso dell’opera di Dickens osserva: “Dickens è stato vittima di una sorta di ostracismo o meglio è stato a lungo considerato in Italia prevalentemente uno scrittore per bambini. Questo perché solo il Dickens per ragazzi aveva superato la censura fascista, ed era a quello scrittore che gli intellettuali del Dopoguerra pensavano considerandolo autore sentimentale e borghese. Non erano noti invece i suoi grandi romanzi, né la sua figura di autore impegnato nel sociale, scelto addirittura come garante della working class per l’Expo dell’epoca”. A ben ragione quindi si può dire che al di la della apparenze Dickens era uno che si “sporcava le mani”, andava in giro per la città, nei quartieri più malfamati e off limits, nei bassifondi, nei luoghi in cui si producevano le merci per ricavarne idee e suggerimenti per i suoi scritti. Ecco perché Dickens conosceva dolorosamente bene il mondo che raccontava, poiché in buona parte lui stesso ne era partecipe.
A duecento anni dalla nascita forse è giunto il momento di riconsiderare in toto questo scrittore specialmente qui da noi e non solo per i suoi romanzi più popolari come “Canto di Natale”, “Oliver Twist” o “Il circolo Pickwick” ma soprattutto per quelle opere definite sino ad oggi minori in cui si trova il Dickens più vero sanguigno e popolare.       
Coketown, verso la quale dirigevano i loro passi Gradgrind e Bounderby, era un trionfo di fatti; non c’era la benché minima traccia di fantasia lì, non più di quanto ce ne fosse nella signora Gradgrind. Prima di eseguire l’intera melodia, facciamo risuonare la nota dominante: Coketown. Era una città di mattoni rossi o, meglio, di mattoni che sarebbero stati rossi, se fumo e cenere lo avessero consentito. Così come stavano le cose, era una città di un rosso e di un nero innaturale come la faccia dipinta di un selvaggio; una città piena di macchinari e di alte ciminiere dalle quali uscivano, snodandosi ininterrottamente, senza mai svoltolarsi del tutto, interminabili serpenti di fumo. C’era un canale nero e c’era un fiume violaceo per le tinture maleodoranti che vi si riversavano; c’erano vasti agglomerati di edifici pieni di finestre che tintinnavano e tremavano tutto il giorno; a Coketown gli stantuffi delle macchine a vapore si alzavano e si abbassavano con moto regolare e incessante come la testa di un elefante in preda a una follia malinconica. C’erano tante strade larghe, tutte uguali fra loro, e tante strade strette ancora più uguali fra loro; ci abitavano persone altrettanto uguali fra loro, che entravano e uscivano tutte alla stessa ora, facendo lo stesso scalpiccio sul selciato, per svolgere lo stesso lavoro; persone per le quali l’oggi era uguale all’ieri e al domani, e ogni anno era la replica di quello passato e di quello a venire. Questi attributi di Coketown erano in gran parte inseparabili dall’industria che dava da vivere alla città; su questo sfondo, in contrasto, c’erano gli agi del vivere che si diffondevano in tutto il mondo; c’erano la raffinatezza e la grazia del vivere che contribuivano – non indaghiamo in quale misura – a creare quella gentildonna elegante che storceva il nasino al solo sentir nominare il luogo or ora descritto. Non c’era nulla a Coketown che non stesse a indicare una industriosità indefessa. Se i seguaci di una setta religiosa decidevano di erigere una chiesa – cosa che avevano fatto i seguaci di diciotto sette – ne saltava fuori un pio magazzino di mattoni rossi, sormontato, a volte (ma soltanto negli esemplari più raffinati), da una campana racchiusa in una specie di gabbia per uccelli. Unica eccezione era la Chiesa Nuova: un edificio intonacato che, sopra alla porta principale, aveva un campanile quadrato con in cima quattro pinnacoli simili a robuste gambe di legno. In città tutte le insegne degli edifici pubblici erano negli stessi identici austeri caratteri bianchi e neri.

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