Chi è morto alzi la mano, di Fred Vargas

Creato il 18 ottobre 2013 da Rivista Fralerighe @RivFralerighe

Da Fralerighe Crime n. 7

- Pierre, in giardino c’è qualcosa che non va – , disse Sophia.

Comincia così, con un faggio spuntato incomprensibilmente nel giardino della cantante lirica Sophia Siméonidis, la prima avventura dei tre “evangelisti”, i simpatici e surreali investigatori per caso scaturiti dalla talentuosa, originalissima penna di Fred Vargas.

Ai piedi dell’albero un cerchio di terra dissodata di fresco, nel volgere di una notte. Nessun biglietto. Certo, potrebbe trattarsi di una bizzarria di poco conto: il gesto plateale di un ammiratore desideroso di mettersi in mostra, ad esempio.

Eppure…

Eppure, a ben guardarla, quella pianta enorme interrata accanto al muro di cinta ha un che di morboso e di sinistro: che tipo di persona può decidere di trapiantare un albero gigantesco in un giardino privato, di notte, all’insaputa dei padroni di casa? Quale messaggio si può nascondere, dietro un gesto del genere?

Chi è morto alzi la mano, romanzo del 1995 pubblicato per la prima volta in Italia nel 2006, apre la fortunata serie degli “Evangelisti” (l’epopea di tre giovani storici disoccupati squattrinati – “San Marco” Vandoosler, “San Luca” Devernois e “San Matteo” Delamarre – che condividono giravolte e beffe del destino nella topaia parigina di rue Chasle e si dilettano a risolvere misteri inestricabili con l’ausilio di due sbirri in disarmo e dell’adorabile rospo Bufo) e rimane, a tutt’oggi, una delle migliori opere di Fred Vargas. Un noir atipico che attinge a piene mani dall’armamentario del poliziesco tradizionale senza mai indulgere, tuttavia, in luoghi comuni e stucchevolezze. Una storia cupa e disperata, più nera del nero e al tempo stesso divertente, narrata costantemente sul filo dell’ironia. Il finale, croce e delizia di tutti gli autori e lettori del poliziesco, una volta tanto è davvero a sorpresa: la regina indiscussa del noir d’oltralpe confeziona un’autentica “bomba” che stupirà e manderà nel proverbiale brodo di giuggiole anche i giallomaniaci più smaliziati.

Il tutto in perfetto “stile Vargas”: poetico, evocativo e di grande eleganza. Ogni singola parola è scelta con cura (se non suonasse troppo melenso pot- remmo dire persino con amore); i dialoghi, vivaci e brillantissimi, costituiscono il vero punto di forza della narrazione e conferiscono al romanzo quell’aura onirica e fiabesca che contraddistingue tutta la produzione “nera” della Vargas; quel pizzico di follia che le consente di farsi beffe delle più elementari regole del tempo e dello spazio.

Simona Tassara



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