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Chiude il "giardino di casa" degli Stati Uniti. Nasce la Celac

Creato il 09 dicembre 2011 da Andreaintonti

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Caracas (Venezuela) – 33 i paesi che ne fanno parte, per un “bacino di utenza” di circa 550 milioni di abitanti ed un prodotto interno di 6,3 bilioni di dollari. È questo il “biglietto da visita” della Celac, la Comunità dei paesi dell'America Latina e dei Caraibi formatasi ufficialmente nella capitale venezuelana nell'ambito del progetto di totale emancipazione dei paesi dell'America Latina dal controllo – più o meno esplicito e legale – degli Stati Uniti. Il “giardino di casa degli Stati Uniti” è stato ufficialmente chiuso. Per sempre?
L'obiettivo – dichiarato – del nuovo organismo è quello di dar vita ad un'organizzazione regionale alternativa all'Organizzazione degli Stati Americani (l'Osa), considerata da molti nient'altro che il prolungamento delle politiche di Washington.
L'idea parte da lontano, precisamente dagli anni '80, quando i ministri degli esteri di Venezuela, Panama, Messico e Colombia crearono il Gruppo di Contadora con lo scopo di porre fine ai conflitti armati (in particolare a quello dei “contras” in Nicaragua) che infuocavano l'area. Da lì, nel corso degli anni, il gruppo si è via via allargato ai paesi che uscivano dalle dittature militari (in molti casi appoggiate in maniera più o meno diretta dagli Stati Uniti) fino ad arrivare – l'anno è il 1986 – al cosiddetto “Gruppo di Rio”. «Con l'integrazione dei paesi anglo-carabibici» - ha sottolineato Álvaro Colom Caballeros, presidente social-democratico del Guatemala - «si creerà uno spazio di dialogo politico più ampio». Tra i sicuri leader del nuovo organismo il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías, sempre più avviato a raccogliere (o quanto meno a tentare di raccogliere) l'eredità di Simón Bolívar, “padre ideologico” degli ultimi movimenti politici nell'area. «Questo è il risultato dopo duecento anni di battaglia. Qui era stata imposta la dottrina Monroe: l'America agli americani, ossia agli Yankee. Hanno imposto il loro volere per duecento anni, ma ora è abbastanza».
È chiaro, dunque, che Stati Uniti e Canada non saranno né i benvenuti né invitati. «È tempo di avere un forum che sia più nostro, più vicino alla nostra realtà, senza un'influenza a favore del Nordamerica», ha dichiarato il presidente ecuadoriano Rafael Correa Delgado, a cui ha fatto eco il messicano Felipe Calderón Hinojosa, che nel discorso con cui si sono aperti i lavori per la costituzione della Celac ha sottolineato come questo «sarà un gruppo per lavorare a favore dell'unità e della prosperità».
Interessante, peraltro, notare come l'organizzazione non faccia caso agli schieramenti politici dei governi che ne fanno parte, dai già citati Chavez e Correa – esponenti di quel “socialismo in salsa latinoamericana” che sta ormai da anni tentando di fare dell'area un polo geopolitico indipendente ed alternativo agli Stati Uniti – a Felipe Calderón Hinojosa e Sebastian Piñera (quest'ultimo eletto presidente pro-tempore) rappresentanti invece dei movimenti di destra, non esattamente antagonisti agli statunitensi.
Un ruolo importante sarà destinato – quanto meno questa è l'intenzione – alla Cuba dei fratelli Castro. A Miraflores – sede del governo venezuelano dove la Celac è stata costituita – Raúl Castro Ruz ha “vestito i panni” del fratello Fidel, attaccando gli Stati Uniti sul “bloqueo”, il blocco economico, commerciale e finanziario che attanaglia da decenni l'isola, sottolineando come agli Stati Uniti non sarà più permesso di trattare l'America Latina come in passato.
Mercosur, Unasur, Alba e, ora, Celac. L'introduzione di meccanismi che eliminino il dollaro e – appena il parlamento urugayano ne avrà ratificato il documento costitutivo – la Banca del Sur. Il processo di emancipazione dei paesi dell'America Latina prevede le stesse tappe previste da quello che, stando a quanto sosteneva in un'intervistaJean Paul Pougala[1], sarebbe il processo di emancipazione del continente africano. La prossima “primavera araba” si svolgerà nell'ormai ex giardino di casa degli Stati Uniti?SB

«L’estrema gravità della crisi che colpisce attualmente l’Europa, in particolare la zona euro davanti all’esplosione dei debiti cosiddetti “sovrani” di Grecia e Italia, tra le altre cose ci porta a farci una domanda: non è che i popoli europei hanno una lezione da imparare dalle esperienze vissute da certi paesi del Sud, lezioni che vengono dalle strategie anticrisi che sono state adottate là? E finora sono state le ricette del Nord, con pretesa di validità universale, quelle che sono state rifilate abitualmente alle economie del Sud – anche in quei, molto rari, casi in cui convenivano anche ad esso. Ma quei tempi sono cambiati»


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