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Christian Tito, Luigi Di Ruscio: LETTERE DAL MONDO OFFESO

Da Narcyso

Christian Tito, Luigi Di Ruscio: LETTERE DAL MONDO OFFESO

Christian Tito, Luigi Di Ruscio: LETTERE DAL MONDO OFFESO
UNA LETTERA DI CORRADO BAGNOLI dalla postfazione di Sebastiano Aglieco

Caro Christian,
ho finito pochi minuti fa di leggere le tue Lettere dal mondo offeso. Ed è come se fosse una lettera rivolta a me, per questo devo rispondere, mi chiama a rispondere. Come dice Sebastiano Aglieco nella sua solita, preziosissima accoglienza del libro - perché tale è la lettura che egli sa fare dei libri di cui sceglie di parlare - lo scambio tra te e Luigi Di Ruscio è una vera testimonianza: in esso avviene che chi scrive rende vero quello che è stato scritto e vissuto. E' allora un libro che innanzitutto insegna a rendere testimonianza, che è poi a sua volta un modo di vivere.
In secondo luogo, come è capitato a me adesso, chi legge è come se fosse ogni volta interpellato, come chiamato a rispondere; mi è venuta voglia in certi passaggi di dire: caro Luigi, oppure caro Christian e di aggiungere la mia voce alle vostre. Ed è un'altra grande cosa che non in tutti i libri succede.
Ma il libro poi, pur non parlando di poetica, mi sembra riveli qual è il legame profondo tra la scrittura dell'uno e quella dell'altro, la comunanza anche che esiste tra la parola del vecchio maestro e l'immagine che il giovane poeta sceglie di usare come una voce: il legame consiste nel fatto che la poesia non descrive la cosa, ma la fa precipitare sulla carta ( recita una poesia di Luigi Di Ruscio), così come il regista fa precipitare le cose nelle sue sequenze.
Spesso, soprattutto nei miei incontri con i ragazzi delle scuole, dico che la poesia è uno sguardo che diventa voce: è la capacità di accoglienza delle cose che poi vengono ridonate attraverso la parola. Poesia come accoglienza e offerta, quindi. Ed è quello che qui viene raccontato. Di più, vissuto.
Grazie allora Christian - e Luigi - di questo libro.
Un abbraccio carissimo, Corrado Bagnoli

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Il poeta, oggi, è un uomo che deve saper guardare e tacere molto prima di scrivere; che sa accettare una sorta di angoscia del quotidiano prima di giungere alla "catarsi" della parola, tutto il resto è esibizionismo da circo.
In questo modo parla Di Ruscio della catarsi: "La voglia di scrivere è maggiore più uno sta male e si giunge spesso alla liberazione al momento catartico più uno sta male". La catarsi, dunque, non è parola da buttare in pasto ai cani, come certa critica tende a fare, perché è un sentimento, non una tecnica, ed esige il rispetto che si deve ai sentimenti; è qualcosa che accade di conseguenza e che può spiegare il perché la gente senta questo disperato bisogno di scrivere, di scriversi addosso guardandosi a uno specchio.
Il poeta, dice di Ruscio deve possedere una "memoria sottoscritta", una lingua materna di sottobosco, parlata nelle parole della poesia, tenuta a distanza dalla cosiddetta lingua della comunicazione a ogni costo: lingua che l'operaio Di Ruscio, emigrato a Oslo già a 23 anni, si guarda bene dall'insegnare alla moglie e ai figli. È l'italiano della sua giovinezza, quello che gli serve per non dimenticare il nome delle cose, anzi, le cose stesse; perché, come egli dice in uno dei passaggi più belli delle sue poesie: "Essendo la poesia non la descrizione della cosa ma la cosa stessa che nasce precipitando sulla carta."
È un po' la stessa lingua "vera" che il giovane poeta farmacista cerca di preservare per se stesso dopo un convegno di lavoro in cui i capi cercano di insegnargli qualcosa delle leggi di mercato: "Sti pazzi ci hanno detto che è in corso una guerra (quella del mercato) e hanno creduto di stimolarci citando un qualche stronzo di scrittore o che so io con la seguente frase: potete anche non interessarvi alla guerra tanto sarà la guerra che si interesserà di voi."
E chi può avere questa capacità di far precipitare la cosa sulla carta se il poeta stesso, scrivendo, non si sente in pericolo mortale? Perché è una bella responsabilità far precipitare la cosa sulla carta senza il rischio che la cosa si sfracelli nel volo, senza il rischio che essa perda se stessa, il senso dell'essere quella cosa che abita il mondo e che la scrittura non può tradire.
Ecco la differenza, allora, tra un vero poeta e uno che scrive poesie: il primo, quando scrive, si sente in pericolo, il secondo si sente pacificato, sente che il suo male, come dopo una bustina di oki, si è addolcito.
Ironia della sorte: il poeta Di Ruscio viene ri/conosciuto da Christian nel momento di massimo pericolo della sua vita, ancora impegnatissimo a risistemare la sua opera, a cercare editori, a racimolare quattro lire per la propria dignità quotidiana; a dire al mondo: ehi mondo! Qui c'è lo scrittore Luigi Di Ruscio che chiede dignità per la sua opera, un riconoscimento in un mondo di irriconoscibili.
Ma come può, il mondo, riconoscere la poesia, se esso stesso nella poesia non si riconosce? Come sempre, il riconoscimento per un poeta, se viene, è quasi sempre postumo.

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