Christmas Eve di Anne Sexton traduzione di Daniela Di Raimondi – n. 19

Creato il 24 dicembre 2010 da Viadellebelledonne

Christmas Eve

Anne Sexton

Vigilia di Natale

Oh madre mia, diamante affilato!

Non potrei contare quanto ho pagato

tutte le tue facce, i tuoi umori –

il regalo che ho perduto.

Dolce ragazza, mio letto di morte,

mia signora dalle dita ingioiellate,

il tuo ritratto ha lampeggiato tutta la notte

accanto alle luci dell’albero.

Il tuo viso, calmo come la luna

sopra un mare ostentato,

vigilava la riunione familiare,

i dodici nipoti

che indossavi al polso,

un neonato di tre mesi,

il generoso assegno che non hai mai regalato

il bambino ancora malfermo sulle gambe che ballava il twist,

le tue figlie che invecchiavano, ognuna di esse una moglie,

ognuna che parlava alla cuoca,

ognuna che evitava il tuo ritratto,

ognuna che scimiottava la tua vita.

Più tardi, a festa finita,

quando la casa era andata a dormire,

sono rimasta alzata a scolarmi il brandy natalizio,

e osservavo il tuo ritratto

l’albero di Natale sempre meno a fuoco.

Le lampadine vibravano.

Formavano un’aureola sopra la tua fronte.

Poi divennero un alveare

blu, giallo, verde, rosso:

ognuna di esse col suo proprio succo, ognuna ardente e viva

che ti scottava la faccia.  Ma tu non ti sei mossa.

Continuavo a fissarti, sforzandomi di farlo

aspettavo, inestinguibile, trentacinque anni.

Volevo che i tuoi occhi, come ombre

di due piccoli uccelli, avvizzissero.

Ma non invecchiavano.

Il sorriso che soleva catturarmi, incantevole,

tutto arguzia, era invincibile.

Ora dopo ora fissavo il tuo viso

senza riuscire ad estirpare le radici.

Poi ho visto il sole colpire il tuo maglione rosso, il tuo collo consumato,

e la tua pelle, così malamente dipinta color rosa-carne.

Tu, tu mi hai menato per il naso, ho visto com’eri veramente.

E ho pensato al tuo corpo

come si pensa a un crimine –

E poi ho detto Mary –

Mary, Mary, perdonami

e ho toccato il regalo per la bambina,

l’ultima che ho generato prima della tua morte;

e poi ho toccato un mio seno

poi ho toccato il pavimento

e poi, di nuovo, un mio seno, come se

in qualche modo, fosse uno dei tuoi.

(Traduzione: Daniela Raimondi)

Christmas Eve

Anne Sexton

Oh sharp diamond, my mother!
I could not count the cost
of all your faces, your moods–
that present that I lost.
Sweet girl, my deathbed,
my jewel-fingered lady,
your portrait flickered all night
by the bulbs of the tree.

Your face as calm as the moon
over a mannered sea,
presided at the family reunion,
the twelve grandchildren
you used to wear on your wrist,
a three-months-old baby,
a fat check you never wrote,
the red-haired toddler who danced the twist,
your aging daughters, each one a wife,
each one talking to the family cook,
each one avoiding your portrait,
each one aping your life.

Later, after the party,
after the house went to bed,
I sat up drinking the Christmas brandy,
watching your picture,
letting the tree move in and out of focus.
The bulbs vibrated.
They were a halo over your forehead.
Then they were a beehive,
blue, yellow, green, red;
each with its own juice, each hot and alive
stinging your face. But you did not move.
I continued to watch, forcing myself,
waiting, inexhaustible, thirty-five.

I wanted your eyes, like the shadows
of two small birds, to change.
But they did not age.
The smile that gathered me in, all wit,
all charm, was invincible.
Hour after hour I looked at your face
but I could not pull the roots out of it.
Then I watched how the sun hit your red sweater, your withered neck,
your badly painted flesh-pink skin.
You who led me by the nose, I saw you as you were.
Then I thought of your body
as one thinks of murder–

Then I said Mary–
Mary, Mary, forgive me
and then I touched a present for the child,
the last I bred before your death;
and then I touched my breast
and then I touched the floor
and then my breast again as if,
somehow, it were one of yours.

Vigilia di Natale

Oh madre mia, diamante affilato!

Non potrei contare quanto ho pagato

tutte le tue facce, i tuoi umori –

il regalo che ho perduto.

Dolce ragazza, mio letto di morte,

mia signora dalle dita ingioiellate,

il tuo ritratto ha lampeggiato tutta la notte

accanto alle luci dell’albero.

Il tuo viso, calmo come la luna

sopra un mare ostentato,

vigilava la riunione familiare,

i dodici nipoti

che indossavi al polso,

un neonato di tre mesi,

il generoso assegno che non hai mai regalato

il bambino ancora malfermo sulle gambe che ballava il twist,

le tue figlie che invecchiavano, ognuna di esse una moglie,

ognuna che parlava alla cuoca,

ognuna che evitava il tuo ritratto,

ognuna che scimiottava la tua vita.

Più tardi, a festa finita,

quando la casa era andata a dormire,

sono rimasta alzata a scolarmi il brandy natalizio,

e osservavo il tuo ritratto

l’albero di Natale sempre meno a fuoco.

Le lampadine vibravano.

Formavano un’aureola sopra la tua fronte.

Poi divennero un alveare

blu, giallo, verde, rosso:

ognuna di esse col suo proprio succo, ognuna ardente e viva

che ti scottava la faccia.  Ma tu non ti sei mossa.

Continuavo a fissarti, sforzandomi di farlo

aspettavo, inestinguibile, trentacinque anni.

Volevo che i tuoi occhi, come ombre

di due piccoli uccelli, avvizzissero.

Ma non invecchiavano.

Il sorriso che soleva catturarmi, incantevole,

tutto arguzia, era invincibile.

Ora dopo ora fissavo il tuo viso

senza riuscire ad estirpare le radici.

Poi ho visto il sole colpire il tuo maglione rosso, il tuo collo consumato,

e la tua pelle, così malamente dipinta color rosa-carne.

Tu, tu mi hai menato per il naso, ho visto com’eri veramente.

E ho pensato al tuo corpo

come si pensa a un crimine –

E poi ho detto Mary –

Mary, Mary, perdonami

e ho toccato il regalo per la bambina,

l’ultima che ho generato prima della tua morte;

e poi ho toccato un mio seno

poi ho toccato il pavimento

e poi, di nuovo, un mio seno, come se

in qualche modo, fosse uno dei tuoi.



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