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Ci vuole coraggio a lavorare nei Call Center

Creato il 04 maggio 2019 da Lasfinge @micamenefrega
Ci vuole coraggio a lavorare nei Call CenterRiflettevo questa mattina sul coraggio che dimostrano i nostri giovani impegnati nei Call Center. Non è solo una ferita aperta, ma una piaga, un'ulcera dolorosa e rivoltante quella della gioventù contemporanea, che ha tali e tante difficoltà a trovare un'occupazione, sia pure anche solo per smettere di dipendere dalla paghetta dei genitori, che finisce per accettare livelli di sottoccupazione, sottopagati, come è ovvio, che spaziano dagli orizzonti del McDonald's ai Call Center delle varie compagnie per le vertiginose cifre di 400 o 500 euro al mese con un minimo di 8 ore al giorno di lavoro. Io provavo e forse conservo ancora una gran tenerezza per questi ragazzi che ti chiamano dai Call Center ad ogni ora del giorno e della notte, nei momenti più impensati e meno opportuni nella speranza di farti chiudere un contratto e percepirne la relativa commissione. I ragazzi dei Call Center hanno coraggio, credetemi, e sicuramente non sono superstiziosi, né temono gli anatemi: non saprei dire se questo sia un merito, in effetti peggio di così, come potrebbe andargli?
Eh sì, perché più che altro vanno a cottimo questi giovani: guadagnano un tot per ogni contratto che riescono a concludere. D'altro canto, malgrado il mio animo sensibile e solidale, avendo subito qualcosa di molto simile ad uno stalking da parte di questi amabili, nonché sfortunati e coraggiosi lavoratori dei Call Center di ogni nazionalità, ho iscritto il mio numero di telefono al registro delle opposizioni. Io mi sono sempre sforzata di essere gentile e comprensiva o quanto meno corretta, ma conservare questa posizione, dopo aver bruciato un numero imprecisato di soffritti di cipolla ed esservi tumefatto ripetutamente il deretano, scivolando sul piede insaponato, nel correre fuori dalla doccia o anche (a vostra scelta) aver interrotto brutalmente il gratificante espletamento di alcune vostre funzioni fisiologiche, oppure un battibecco o contraddittorio nel quale inusitatamente eravate quasi riuscite a spuntarla... ecco, dicevo, conservare quell'atteggiamento garbato e civile dopo tutto ciò, comincia a costare un certo sforzo. Conoscete vero la storia del bicchiere d'acqua? Il problema non è quanto pesa, ma quanto a lungo dovete mantenerlo in mano.
Ora l'iscrizione al registro delle opposizioni difficilmente risolverà il vostro problema, perché se avete un cellulare, state tranquilli che scoveranno anche quello. Io per esempio, quando sono in giro, il cellulare lo tengo in borsa: la mia borsa è un sacco privo di scomparti, dove immergendo la mano e ravanando a caso, può capitarvi di afferrare uno di tutto ad eccezione naturalmente di quello che state cercando. Io per esempio devo procedere ad una sistematica perquisizione della borsa, tirandone fuori tutti gli oggetti, che appoggio sul cofano dell'auto, per trovare le chiavi della macchina. Al riguardo vorrei permettermi una breve digressione sul design automobilistico: possibile che a nessuno di voi geni sia mai venuto in mente di fabbricare un cofano piatto, orizzontale? Sempre curvi ed in discesa devono essere? Che siano aerodinamici non ce ne potrebbe fregar di meno col traffico che abbiamo in città! Perdonate: mi premeva fare arrivare il mio suggerimento all'industria automobilistica.
Ma torniamo a noi: stando così le cose nella mia borsa, non vi sarà difficile immaginare quel che accade quando squilla il cellulare. Nel migliore dei casi non lo sento proprio, ma se lo sento, naturalmente devo cercarlo ed è matematico che il telefono smetta di squillare ben prima che io lo trovi. Se si tratta di qualcuno che conosco, lo richiamo, se è un numero che non conosco invece mi tormento nel dubbio per un po' e poi me ne dimentico, a meno che... quel numero non continui a chiamarmi, reiterando la scena di me, che cerco il cellulare nel pozzo di San Patrizio e dello squillo, che dopo aver rotto i cabbasisi per una decina di minuti recede con rassegnazione (peccato: mi ero appena accostata in un'area di sosta d'emergenza). Fatto sta che ieri sera, tornando non so da dove, mi squilla il telefono: mentre mi accosto e cerco il cellulare, ovviamente quello smette. Vabbè, mi sono fermata e guardo il numero: pare un numero di lunghezza normale, con prefisso 011. Non è il prefisso di Torino? Mi domando e mi pare di sì. Ho conservato qualche amicizia da quelle parti, ma non conosco quel numero. La cosa mi passa di mente, perché ho altro da fare e poi di sera sono stanca.
Questa mattina, armata di ombrello aperto e 3 buste di spesa, mi ritiro a casa e il telefono squilla di nuovo: apro il portone del palazzo col gomito, appoggio le buste a terra (inevitabile crac di una bottiglia di vetro) frugo febbrilmente tra le mie cianfrusaglie... il telefono smette. Arrivo a casa a questo punto e guardo il numero: è lo stesso di ieri. Richiamo, mi dico, stavolta. Dopo una rapida riflessione decido di richiamare dal cellulare: dal telefono di casa posso chiamare senza spesa aggiuntiva, ma perché regalare il mio numero di casa ad un X che non conosco? Richiamo dal cellulare e mi risponde una voce registrata: "Grazie per aver chiamato: facile punto it l'ha contattata per..." Riattacco velocemente prima che mi sfugga involontariamente col fiato del respiro quella imprecazione, indice di scarso controllo e volgarità d'animo, da cui vorrei conservarmi immune. 
Allora penso: questa gente ha coraggio, non si lascia suggestionare dalle superstizioni, non teme anatemi, maledizioni o bestemmie di alcun tipo. E diciamo la verità: ci vuole coraggio e fede, una fede incrollabile. Poi penso: ma se invece fosse una di quelle piccole truffe telefoniche, dove se li richiami acquisiscono diritto a prelevare denaro dal tuo cellulare? No, perché succede anche questo: vabbè gli è andata male nel caso, non ho che pochi spiccioli di ricarica sul cellulare. Comunque la vogliate vedere, questa volta esco ammaccata, ma vincitrice!

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