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Cile, la persistenza di Pinochet

Creato il 22 ottobre 2019 da Albertocapece

Cile, la persistenza di PinochetIl Cile è esploso, improvvisamente, in una mattina qualsiasi della sua lunga “normalità” liberista fatta di predazioni da parte delle multinazionali, di povertà, di corruzione e di sfruttamento da parte di una ristretta oligarchia. Non ci si aspettava che le tensioni così a lungo accumulate e apparentemente cristallizzate in rassegnazione gestita dal teatrino politicante potessero esplodere in maniera tanto drammatica e repentina, ma d’altronde è anche vero che Pinochet non è mai morto: la sua costituzione, frutto dell’accoppiamento tra il peggior golpismo militare e il liberismo dei Chicago boys, non è mai stata abrogata e ha avuto solo aggiustamenti marginali, in qualche caso persino peggiorativi. Insomma il golpe del 1973 culminato con l’assassinio di Allende non è mai davvero scomparso dall’orizzonte del Paese, nonostante in occidente si sia fatto pensare che quella ferita fosse stata curata e suturata: intanto il generale non ha mai subito un processo per le sue uccisioni o le sue torture e fino al 1998, in piena “democrazia ritrovata”  è stato l’uomo più potente del Paese in quando capo delle forze armate che per costituzione non poteva essere licenziato da nessuno. Anche la vita dei presidenti nel nuovo secolo, compresa Michelle Bachelet, non è stata affatto facile perché se il vecchio dittatore era ormai fuori causa il Cile rimaneva comunque un sorvegliato speciale sia per le risorse di cui dispone, sia nella sua qualità di laboratorio sperimentale del neoliberismo.

Una scelta fatta non a caso vista la presenza di un ceto dirigente particolarmente dedito al parassitismo dal momento che l’economia del Paese si regge in larga parte sull’attività mineraria svolta in concreto da multinazionali e sull’agroalimentare con la presenza di vasti latifondi  e situazioni monopolistiche, tanto che è molto difficile riuscire a separare  l’attività economica da quella politica di cui sono protagoniste le stesse persone. Questa situazione e la presenza di un ceto medio borghese di controllo, ha reso il Cile una nazione particolarmente stabile nell’ambito del Sud America e dunque l’affermazione del partito comunista nel Paese lungo fu a suo tempo una gran brutta sorpresa per Washington che mise tra le sue assolute priorità la caduta di Allende e successivamente una normalizzazione del Paese in una democrazia del tutto formale, anzi in un sistema di  “democrazia protetta” che è principalmente una protezione da se stessa. 

L’attuale presidente, Sebastian Piñera, di formazione americana e con un fratello che  è stato il ministro chiave del dittatore, è un portatore del pinoccettismo intrinseco delle oligarchie cilene di cui fa parte ed è quasi naturale che ne abbia riproposto talune modalità,  specie nel quadro di un tentativo di riconquista del Sud America da parte degli Usa e dal fatto di avere colleghi di merende e complici in Bolsonaro e Macrì. Così è bastata una miccia come l’aumento del prezzo del metrò per aprire il vaso di Pandora delle ingiustizie e delle disuguaglianze come viene dimostrato dal fatto che la marcia indietro di Piñera sul biglietto del metrò non è servita a nulla, anzi ha coinciso con l’estensione delle proteste a tutto il Paese. Ora, con almeno 12 morti nelle strade, frutto di una brutale repressione,  il presidente, non ha trovato di meglio che dichiararsi in guerra con il popolo. Un popolo che quando alza la testa viene ridotto nella sua essenza a vandalismo e delinquenza, una visione evidentemente tipica della cultura sociopatica liberista tanto da essere comparsa anche in Europa nelle dichiarazioni di Macron di fronte all’esplosione del fenomeno dei gilet gialli. 

L’esplosione popolare giunge in un Paese che pareva saldamente normalizzato e calamita per molti investimenti e non c’è quindi da stupirsi se l’attenzione ai fatti cileni si riscontra più negli ambienti economico –  finanziari che non nei media generalisti, sempre cauti di fronte alle rivolte spontanee contro il potere globale e  scatenati invece di fronte a quelle volute e organizzate dal medesimo. “Gli investitori che si fossero entusiasmati per svolte a destra hanno sottovalutato le sfide”, ha detto a Bloomberg il direttore per l’America Latina di Eurasia Group, Daniel Kerner. E generalmente il tono dei commenti può essere riassunto con le parole del Sole 24 Ore:  “le svolte conservatrici o di destra nei governi della regione non hanno affatto mantenuto promesse di portare nuova crescita, stabilità e trasparenza con riforme di mercato. Anzi, oggi rischiano di aggravare impoverimento, collassi dei deboli ceti medi, drammi di corruzione e spirali di esasperate proteste per l’assenza di qualunque riforma efficace”

Chissà come mai e per quale questo miracolo dovrebbe compiersi in Italia o altrove come invece il giornale in questione ritiene, ma al di là del fatiscente edificio del neo liberismo, va dato atto che questi ambienti non hanno alcun pudore a dire che la rivolta cilena è un effetto dell’isolazionismo di Trump, tanto per fare dispetto al presidente americano, ma senza accorgersi che in questo modo attribuiscono la negazione delle libertà sociali e la disuguaglianza proprio a Washington. Il fatto è che la loro maionese ideologica è impazzita e provoca solo disgusto.

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