Eppure... eppure in quello stesso anno lo straordinario film di James Foley ci avvertiva che qualcosa non andava. Che non era tutt'oro quello che saltava agli occhi. Il capitalismo selvaggio porta alla competizione spietata, all'azzeramento sistematico di tutti i valori etici e morali, al cinico arrivismo di chi intende esercitare il Potere sulla classe dirigente. Ma pochi si rendevano conto che quell'economia strutturata sull'effimero era un gigante dai piedi d'argilla, una clamorosa bolla di sapone pronta a scoppiare di lì a un paio di decenni.
Vent'anni dopo, i nodi sono venuti al pettine. E il cinema, che segue inevitabilmente le tendenze, ha prodotto una serie di titoli che potremmo definire 'cinema della crisi'. Quasi un filone ormai, ovviamente acuitosi negli ultimi mesi, dove la stretta economica si fa sempre più drammatica. Per dirla alla Ricky Roma/Al Pacino:
"In questo mondo non c'è più posto per gli uomini. Questo non è un mondo per gente come noi [...] Non fa per noi. Non c'è più gusto. Siamo alla fine. Ecco cosa siamo, noi siamo una razza in estinzione!"
Roma, XXI secolo. Padri separati, affitto arretrato, un appartamento da condividere e tanta, tanta solitudine. La commedia si adegua al nuovomondo, a suo modo. Un Verdone coraggioso e insolitamente sobrio. Film non riuscitissimo, ma lodevole.
Dopo Welcome, un'altra ottima pellicola di Philippe Lioret, stavolta alle prese con banche e clienti dissanguati dalla crisi. Un dramma personale di una ragazza costretta a lottare contro una malattia tremenda e il cinismo della società. Tristemente plausibile.
Un viaggio travestito da incubo metropolitano e generazionale. La parabola di un giovane uomo d'affari che vede disgregarsi il suo impero, le sue certezze, la sua stessa vita. Tutto nel corso di una notte, dove rivoluzione e disgregazione (di valori e di fisico) convergeranno pericolosamente.
Il paradosso della new-economy: gigantesche multinazionali che si dissolvono nel giro di poche ore, stroncate da quello stesso circolo vizioso da loro innescato. Scatole vuote, imprese costruite sul nulla e che vendono il nulla, dove piccoli uomini si scannano a vicenda. Homo homini lupus.
In una Torino gelida, cupa, nebbiosa, livida, un imprenditore onesto e orgoglioso cerca di sopravvivere alla Tempesta finanziaria, come un novello Don Chishotte. Denaro che condiziona pubblico e privato, affetti e famiglia, con conseguenze inevitabili.