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Cinema - "Dio è donna e si chiama Petrunia - Recensione di Angela Laugier

Creato il 12 gennaio 2020 da Tafanus

PetrunyaRecensione del film "Dio è donna e si chiama Petrunia" (di Angela Laugier)

Titolo originale: Gospod postoi, imeto i’ e Petrunija

Regia: Teona Strugar Mitevska

Principali interpreti: Zorica Nusheva, Labina Mitevska, Simeon Moni Damevski, Suad Begovski, Stefan Vujisic, Violeta Sapkovska, Petar Mircevski, Andrijana Kolevska, Nikola Kumev, Bajrush Mjaku – 100 min. – Macedonia, Belgio, Slovenia, Croazia, Francia 2019

La cittadina di Stip, dove si svolgono i fatti raccontati dal film, è un importante centro dello stato di Macedonia (sorto dalle rovine della ex Jugoslavia), punto di riferimento economico dei territori limitrofi, nonché sede universitaria per le scienze tecniche e commerciali. Annualmente, dopo la festa dell’Epifania, vi si svolge una processione: la folla dei fedeli, a maggioranza cristiano-ortodossa, segue il suo pope accompagnato dalle autorità politiche locali. Si tratta di una manifestazione di religiosità a cui si mescolano elementi di fideismo superstizioso e di ribalda esibizione muscolare: i maschi della zona gareggiano per impadronirsi del bel crocifisso ligneo finemente scolpito, gettato in fiume, alla fine dell’evento, dal pope medesimo: porterà fortuna e felicità per tutto l’anno a chi prima lo afferra.

L’episodio raccontato dal film e, a quanto sembra, ispirato a un fatto di cronaca, ci rappresenta lo scorrere lento della processione e l’arrivo al ponte da cui la croce benedetta sarebbe stata lanciata; ci fa ascoltare le parole di circostanza del religioso e delle autorità, senza nasconderci l’impazienza dei maschi palestrati che avrebbero voluto in fretta lanciarsi nel fiume gelido per impadronirsi dell’oggetto miracoloso. Si era imbattuta in questa folla eterogenea una giovane donna, che stava tornando a casa dopo essersi presentata, senza successo a un colloquio per ottenere un lavoro: anche lei aveva bisogno di fortuna e di felicità! Si era gettata, perciò, in acqua e aveva afferrato l’ambito premio, sotto gli occhi increduli di tutti e fra le proteste dei concorrenti, gonfi di rabbia e di muscoli, che per settimane si erano allenati per vincere e che ora si sentivano defraudati da chi non aveva alcun diritto di partecipare: era una donna, infatti, ciò che non era mai accaduto; era perciò stesso una puttana, era sicuramente una ladra; peggio, era una ladra sacrilega, era il diavolo in persona…era Petrunya!

Invano, di fronte al crescere degli insulti feroci, il pope aveva tentato di difenderla: qualcuno aveva chiamato la polizia che, per sottrarre la poveretta al linciaggio, l’aveva trasportata al locale commissariato, dove in un ambiguo oscillare fra rassicurazioni e minacce, era stata trattenuta per molte ore, nel vano tentativo di ottenere da lei quella benedetta croce.

L’interesse per gli sviluppi della vicenda era diventato molto grande e aveva coinvolto anche i due inviati televisivi, che, già sul posto per una breve cronaca di routine, avevano ora in mano lo scoop della loro vita: esisteva ancora un po’ di medioevo in un paese che ora, libero e indipendente, si riteneva europeo. La coraggiosa giornalista (Labina Mitevska) indotta a rimanere sul posto per ambizione professionale, avrebbe di lì a poco da sola preso a cuore la vicenda di Petrunya, che del suo sostegno e anche della sua comprensione aveva davvero bisogno.

Accolto molto bene all’ultima Berlinale – dove la regista è conosciuta e stimata per aver presentato in passato due altri lungometraggi – questo film è stato apprezzato recentemente anche al TFF. Si segnala infatti per lo stile preciso e asciutto col quale è raccontata la storia dolorosa di una giovane dalla difficile vita familiare.

Petrunyia, trentaduenne non bella e anche un po’ sovrappeso, desidera ascolto e comprensione e vorrebbe invano mettere a frutto i suoi studi (una laurea in storia all’Università di Skopje, poco considerata dalle sue parti) e reagisce agli insuccessi chiudendosi in sé, tormentata dalla vergogna e dalla paura. Disoccupata, come la maggior parte dei suoi coetanei, non è abbastanza desiderabile per trovare qualsiasi altro lavoro: non ti scoperei si era appena sentita dire dal direttore di un laboratorio di sartoria a cui chiedeva impiego…

Il film è la denuncia molto ferma non solo dell’ingiustizia e della discriminazione sessista, ma della ferocia profonda e quasi animalesca con la quale la popolazione maschile della Macedonia, sostenuta dai politici più conservatori e da una chiesa priva di coraggio innovativo continua ad aggrapparsi ai propri miserabili privilegi persino in uno stato che vanta una costituzione attenta alla difesa delle pari opportunità e dei diritti civili.

Visione sicuramente consigliabile.

Angela Laugier


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