“Città irreale” di Claudio Strauss: quando i versi diventano una melodia corale

Creato il 21 giugno 2015 da Alessiamocci

È sempre interessante quando un appassionato di musica si cimenta nella stesura di versi poetici, poiché le sensazioni appaiono amplificate e frammezzate, ad arte, dal ritmo. È quanto ho riscontrato leggendo la silloge dell’anconetano Claudio Strauss, romano d’adozione, dal titolo “Città irreale” – con sottotitolo “Voci m’attraversano..” – , pubblicata nel 2014 da Youcanprint nella collana Poesia.

Sono voci di cui rimane un’eco sospesa nell’aria; volontà intime e recondite, spesso inconfessabili, che si perdono nell’etere ed agognano a viaggi da realizzare in terre lontane. Sono moniti rivolti all’uomo, che rievocano, per la veemenza delle affermazioni, quel sommo poeta che si è erto a giudice dell’essere umano. A parte Dante, i versi di Claudio Strauss ricordano anche un qualcosa di leopardiano, in quella metrica che, per adeguarsi al ritmo, vede molte parole tronche, spesso abbreviate.

Ciò che è incomunicabile prende vigore, passando per il colore al quale viene associato un ritmo. Si avverte un “pulsare” della parola, e a poco a poco vi si associano delle immagini, che danno risalto ad eventi che erano rimasti in secondo piano. Sono voci che stridono, che celano melodie private, talvolta riconoscibili; altre che rimangono in superficie, sospese. Ma la cosa più importante è che esse emergano in qualità di “canti” e facciano sentire sempre e comunque la loro voce. Il significato arriverà da sé, e sarà del tutto personale. Interpretabile ed interpretato dal lettore.

M’attraversano voci,” dice il poeta “e non so che fare/ che dire, se non ascoltare,/ la marea calante”.

Sono “campane che battono il tempo”, ineluttabili, delle quali non si avverte la necessità di fare a meno. Continuano a risuonare in testa, e non rimane altro che ascoltarlo questo suono sordo, che parla un po’ di tutto: di favole, di sogni, di attualità, di vita. Il corpo si abbandona, come fosse in attesa di stimoli esterni, essenziali per poter interpretare la quotidianità. Uno spunto, un incentivo che lo spinga ad andare oltre l’apparenza e a rifugiarsi in un mondo lontano, solo suo.

Una poesia, quella di Claudio Strauss, che parla anche di semplici cose; che attende di potersi abbandonare al focolare domestico, a voci di bimbi durante la ricreazione. Una poetica che vede però anche la crudezza del mondo; che definisce l’uomo come un gabbiano libero, così come “boia” della sua stessa stirpe. “Una ferita purulenta che tenta di esplodere”.

Siamo di fronte ad un essere umano in grado di sognare, ma che poi si ritrova inesorabile nei panni limitanti delle sue “dolenti ossa”. Spinto dal libero arbitrio, ma consapevole dei suoi limiti. Un uomo saggio che fa il suo primo incontro con un vitello e ne ha pietà.

Il primo fu su un piatto di carta,/ il bordo annerito dal sangue/ Il secondo, attraverso un recinto,/ i tuoi occhi immalinconiti erano i miei”.

La Città irreale è quella dei sogni infranti, dove le sirene cantano, ma sono talmente false da sembrare iene.  Dove gli uomini delusi dall’amore vengono paragonati a mozziconi consunti: “Ve ne sono tanti, piombati all’Inferno,/ consumati, e poi lasciati a terra”.

E vorrei concludere, con una lirica breve – com’è nello stile dell’autore – che ha attirato in maniera particolare la mia attenzione. Perché a volte, in poche parole sta una verità senza difese. Schietta, è lì, davanti agli occhi di tutti. L’autore si rifà ad un fatto di cronaca: al delitto di Perugia del 2007.

In Via della Pergola, si balla,/ s’incrociano lame, si lotta,/ e la si fa franca…”.

È proprio vero, i musicisti hanno una visione più immediata della vita. Che arriva subito, senza tanti giri di parole.

I versi di questa raccolta poetica mi hanno inebriata, mi hanno colpita. Sicuramente un’opera interessante, sia dal punto di vista della metrica, che dei contenuti. I miei complimenti sono rivolti quindi all’autore, soprattutto perché ha dato la possibilità di spaziare nella lettura, e di attuare propri “voli pindarici”. Nulla è perentorio né stabilito. Ma aperto al dialogo e alla riflessione. E soprattutto, alla fantasia.

Written by Cristina Biolcati


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