Come diminuire i costi dei dipendenti pubblici, e sopravvivere alla grande

Creato il 26 novembre 2015 da Capiredavverolacrisi @Capiredavvero

Abbiamo già dimenticato il Comune di Sanremo e i suoi dipendenti infedeli arrestati? Oltre lo scandalismo, proviamo a ragionare sui numeri. Se un Comune può continuare a funzionare con il 20% dei dipendenti in meno, perché tutta la Pa non può fare lo stesso? Meno assenteismo e meno costi della politica a livello comunale, ecco due ipotesi di risparmio (con i dati)

Sono davvero indispensabili tutti i 3 milioni e 200 mila dipendenti pubblici italiani? Chiederselo non è un esercizio inutile. Come cerchiamo di spiegare fin dalla fondazione di questo sito web, infatti ogni euro speso dallo Stato, dalle Regioni o dai Comuni, anche per gli stipendi dei loro dipendenti, è un euro preso dalle tasche dei cittadini o dai bilanci delle imprese. Senza contare i costi aggiuntivi che una Pubblica amministrazione troppo ingombrante e desiderosa di poteri impone al libero esercizio dell’iniziativa privata. In questo articolo, dopo aver ragionato su un recente fatto di cronaca, passeremo in rassegna alcuni approcci diversi (con numeri annessi) per razionalizzare davvero la nostra Pubblica amministrazione.

 Sono davvero indispensabili, dunque, tutti i dipendenti pubblici italiani? Un recente caso di cronaca, per quanto specifico e circoscritto, ci ricorda che la probabile risposta è un sonoro “no, non sono tutti indispensabili”. Ecco infatti quanto è stato svelato un mese fa dai media. Al Comune di Sanremo, in Liguria, con i suoi circa 55.000 abitanti, sono stati arrestati 35 dipendenti del Comune, con le accuse di peculato e truffa ai danni dello Stato nell’ambito di un’indagine della procura di Imperia e della Guardia di Finanza. Qualcuno ricorderà gli episodi più pittoreschi raccontati dai telegiornali subito dopo: per esempio il dipendente che risultava regolarmente in ufficio, addirittura in straordinario, quando in realtà andava in canoa vantandosi dei propri risultati sportivi sui social network; oppure il vigile urbano, custode dell’anagrafe, filmato mentre timbra in ciabatte e mutande prima di allontanarsi di fretta dal posto di lavoro. Ma qui non ci interessa aizzare lo scandalismo. Stiamo ai numeri che spesso, nei talk show più gridati, finiscono per perdersi. In un Comune di 55.000 abitanti, i dipendenti comunali sono in tutto 528. E questo senza contare i cittadini di Sanremo assunti nella Pa nazionale, nella regione e nella provincia, o nelle aziende pubbliche. Di questi 528 dipendenti, 272 sono stati controllati per mesi dalle forze dell’ordine; e di questi 272, 35 sono stati arrestati, 82 giudicati colpevoli di reati di minore gravità e in tutto 196 indagati (cioè il 70% delle 272 persone controllate). Anche limitandoci a sommare le persone arrestate e quelle giudicate colpevoli di infrazioni “minori”, possiamo già dire che il 20% dei dipendenti del Comune di Sanremo non solo batteva la fiacca, ma abusava del suo posto di lavoro per danneggiare direttamente la stessa Pa. Un dipendente su cinque remava contro il suo stesso datore di lavoro, a essere generosi, eppure il Comune di Sanremo continuava ad andare avanti e a offrire i suoi servizi basilari ai cittadini. Per dirla altrimenti: se il Comune di Sanremo avesse avuto il 20% di dipendenti in meno, nessun cittadino se ne sarebbe accorto; se non magari per il fatto di dover pagare meno tasse. Allora, sono davvero responsabili tutti i dipendenti pubblici del Comune di Sanremo? Evidentemente, no.

Questo caso di cronaca è soltanto l’ennesima conferma di un fatto: oggi la Pubblica amministrazione italiana, a tutti i livelli, potrebbe svolgere gli stessi compiti che già svolge, ma con un numero inferiore di dipendenti e quindi a costi decisamente minori.

I dipendenti pubblici italiani non sono pochi, e costano anche di più che negli altri paesi. A fine 2013, secondo la Ragioneria generale dello Stato, c’erano complessivamente 3.232.495 dipendenti della Pubblica amministrazione, cui aggiungere circa 80.000 dipendenti a tempo determinato. Pubblica istruzione e Sanità sono i due settori che occupano la metà di questi lavoratori. Ma quindi, sono tanti o pochi? Siamo nella media Ocse – dicono i più ottimisti – perché i dipendenti pubblici sono all’incirca il 15% della forza lavoro complessiva. Più realisticamente, potremmo osservare che tale percentuale è maggiore di quella della Germania, paese della cui efficienza è difficile dubitare.

Carlo Cottarelli, ex Commissario alla spending review, durante il suo lavoro ha aggiunto due utili elementi di valutazione. “I confronti internazionali (sul rapporto tra dipendenti pubblici e forza lavoro complessiva, ndr) sono meno favorevoli all’Italia se si considerano anche i dipendenti delle imprese pubbliche. In Italia nel 2011 erano il 4% della forza lavoro (circa un milione di unità, sebbene questo includa anche le imprese solo a parziale partecipazione pubblica). Nel Regno Unito soltanto l’1,7%, in Francia il 2,5%”. In definitiva, i dipendenti pubblici italiani sono più di 4 milioni. Difficile dedurre automaticamente che il 20% dei dipendenti pubblici sia di troppo, come nel caso del Comune di Sanremo, ma evidentemente i margini per uno snellimento ci sono.
Inoltre, sempre secondo Cottarelli, “il confronto non sul numero dei dipendenti pubblici ma sulla spesa per gli stipendi rispetto al Pil è molto meno favorevole. La spesa in Italia è di circa il 12%. In Gran Bretagna solo di poco superiore (12,6%), a indicare che i dipendenti pubblici sono più numerosi ma vengono pagati meno dei nostri”. D’altronde i dati Istat indicano pure che il rapporto tra retribuzione media dei dipendenti pubblici e retribuzione media dei dipendenti privati è stato, nella media degli ultimi 35 anni, intorno a 1,28; vale a dire che un lavoratore pubblico ha una retribuzione media del 28% superiore a quella del collega che lavora nel privato. Quindi i dipendenti pubblici italiani sono tanti e più pagati dei loro colleghi europei e degli italiani che lavorano nel privato. 

 Già riducendo l’assenteismo nella Pa, l’Italia risparmierebbe qualche miliardo. Il Centro studi della Confindustria ha osservato che, secondo i dati del Conto annuale della Ragioneria dello Stato, nel settore pubblico nel 2013 ai 10 giorni di assenza pro capite per malattia se ne sono aggiunti 9 di assenze retribuite. “Un assenteismo del 46,3% più alto dei 13 giorni di assenze retribuite rilevate dall’indagine di Confindustria per gli impiegati nelle aziende con oltre 100 addetti (il gruppo più comparabile al pubblico impiego). Se l’assenteismo nella Pa si portasse ai livelli del privato si risparmierebbero oltre 3,7 miliardi per minor fabbisogno di personale. Una stima che si ottiene “applicando alle uscite pubbliche per costo del lavoro 2013 (pari a 156 miliardi) il differenziale di assenze pubblico-privato in rapporto al monte giornate lavorative (pari a 252)”, conclude il Centro studi degli imprenditori nella sua ricerca (leggi la ricerca integrale in allegato).

Già limando i soli costi della politica dei Comuni si risparmierebbero centinaia di milioni. Torniamo al Comune di Sanremo di cui sopra: è la dimostrazione che non sempre la cosiddetta “società civile” è tanto migliore della “politica” con cui ce la si prende. Detto ciò, si prenda la proposta di risparmio sui costi della politica elaborata dal professore Massimo Bordignon (Università Cattolica di Milano) e lasciata nel cassetto dal Governo. Cliccando qui potete leggere la ricerca integrale, ma intanto ecco sintetizzata la parte sui Comuni dallo stesso Cottarelli che del lavoro di Bordignon si è avvalso: “Il Rapporto Bordignon includeva come ‘costi della politica’ a livello comunale il costo delle indennità degli amministratori locali, il costo di funzionamento degli organi istituzionali e le spese definite accessorie (rimborsi per oneri dati ai datori di lavoro, spese degli organi di controllo, eccetera). Il totale della spesa era stimato a 1.143 milioni nel 2012 senza contare i comuni delle regioni a Statuto

speciale del nord. Arrotondiamo quindi a 1.200 milioni almeno. Le azioni di risparmio proposte includevano la fusione di comuni al di sotto di una certa soglia di popolazione (al di sotto dei 10.000 abitanti, ndr), la riduzione del numero di assessori e consiglieri comunali del 20%, l’eliminazione dell’indennità di fine mandato dei sindaci (che è pari a un anno di mensilità di carica per ogni anno di esercizio) e la riduzione degli emolumenti degli amministratori locali”. Risultato? Il risparmio è stato stimato in 250 milioni di euro l’anno a regime. Solo razionalizzando i costi della politica dei Comuni.

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