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Come ho costruito Il Piccolo Principe per il palcoscenico.

Creato il 27 marzo 2019 da Luz1971

Come ho costruito Il Piccolo Principe per il palcoscenico.

Lisa Bertinaria è il Piccolo Principe

È andata. Come si dice: l'abbiamo sfangata. È stato travolgente, efficace, bello. Da regista, sono sempre incerta prima di andare in scena. Mesi di prove, di una o due volte a settimana, a imbastire prima e poi a limare, smussare, correggere, fino a quando ti rendi conto a pochi giorni dal debutto che magari quella certa scena lì, quel momento, quel modo di dirla, sarebbe meglio cambiare, ecco.
Mi chiedo sempre cosa pensi lo spettatore quando vede uno dei miei lavori. E in generale, se immagina tutta la fatica che c'è dietro uno spettacolo.
Dalla mia esperienza, so che non tutti sono in grado di immaginare il lavoro di costruzione di uno spettacolo teatrale.
Nello specifico del mio teatro, a differenza di tanti anni fa, quando preparavo commedie brillanti americane e inglesi per fare ridere il pubblico e per divertirci noi da matti, bene, adesso, fare teatro "poetico" (qualcuno me ne chiese una definizione qui sul blog, perché se non si è mai visto questo tipo di spettacolo è difficile immaginare di cosa si tratti) equivale a concretizzare la sfida di suscitare nello spettatore una sorta di meraviglia, di partecipazione emotiva totale.
Come si fa?
Posso forse azzardare una metodologia, a scanso di modestia, e lanciarmi in una spiegazione. Quali sono le condizioni? Partiamo dal presupposto che tu sappia realmente occuparti di una regia, capace di avere una sorta di "visione" d'insieme, e che tu sappia dirigere degli attori non solo dicendo loro "dove devono stare" ma "come devono dirla". Bene, vediamo.
1. Anzitutto avere gli interpreti giusti. 
Eh già. Sai dirigere e vorresti tanto fare quel determinato spettacolo? Magari te lo scrivi da te, perfino, oppure attingi al patrimonio letterario e teatrale mondiale. Senti il desiderio febbrile di mettere in scena quello spettacolo, quella storia. Bene. Chiediti anzitutto se hai gli interpreti giusti, anzi perfetti. Sì, perché la base su cui costruire un buon lavoro è affidare la tua visione nelle mani di attori e attrici adeguati, capaci, responsabili, con l'immagine giusta anche.
Quegli attori e quelle attrici hanno la responsabilità di restituire al pubblico la tua visione, il tuo scenario, nel rispetto della fatica di tutti (oltre alla mia fantastica squadra già nota in altri progetti, ho preso a bordo una piccola grande attrice di neppure dodici anni che era e si è dimostrata perfetta nel ruolo).
2. Mettersi in testa che il pubblico è sovrano.
Si fa presto a dire: ho messo in scena questo o quello. Sì, ma... il pubblico come ha reagito? Il teatro è intimamente legato al suo pubblico. Il teatro non ha modo di esistere senza il pubblico. È il suo limite, forse il suo paradosso. Non esiste arte drammatica senza chi guarda, l'arte drammatica nasce e si sviluppa nei secoli esclusivamente per gli spettatori. Chiunque venga a vedere uno spettacolo, si faccia un viaggio magari, affronti il traffico, il disagio di cercare un parcheggio, varcare la soglia del teatro, pagare un biglietto, e magari adeguarsi a spazi esigui, seduto a un posto dove vede pure non tanto bene quello che succede in scena, ha il diritto di ricevere il massimo rispetto.
Facile risultare belli e perfetti a familiari e amici, difficile esserlo per lo spettatore reale, quello che emette un giudizio, magari può essere fidelizzato oppure no.
Lo spettatore rispettato sa di esserlo, il tuo lavoro gli piace, aspetta un tuo nuovo progetto, torna, ti cerca, è esigente, sa dove puoi arrivare tu e ciascuno dei tuoi attori.
Il teatro esiste attraverso la tua opera di regia, quindi attraverso te lo spettatore conosce l'arte drammatica. Ergo, datti da fare.

Come ho costruito Il Piccolo Principe per il palcoscenico.

3. Non strafare.
La massima less is more deve essere il leit motiv di tutta la tua operazione di regia. Una regia tronfia, che cerca incessantemente di stupire ma non permette di entrare nella storia, è sbagliata.
Non fare muovere gli attori come forsennati, gesticolanti guitti in cui ogni gesto non ha giustificazione alcuna. Piuttosto, da regista, cerca di placare quella esaltazione e lascia che trovino una strada, una chiave (partendo dal presupposto che si tratti di buoni attori, vedasi il punto 1.) per rendere credibile il proprio personaggio. Attenzione alle mani. Le mani possono raccontare una cosa mentre l'attore ne dice un'altra, proprio perché il narcisismo dell'attore lo porta a rimarcare ogni parola. Ma è inutile. E dannoso. Insegna ai tuoi attori ad annullare il proprio ego in funzione della scena. Loro devono pensare: "devo andare bene, per me, ma soprattutto per lo spettacolo".
Il non strafare deve investire tutta la tua regia. La scena deve essere essenziale, pochi elementi possono fare un ottimo lavoro senza bisogno di suppellettili, cianfrusaglie e quant'altro. Così come i costumi: punta sui colori e poco sulle forme.
4. Circondati di persone laboriose. 
Inutile che tu ti accinga a mettere in scena un capolavoro della letteratura mondiale se sei solo.
La squadra è essenziale, quindi la tua Compagnia deve comprendere non solo gli attori che andranno in scena, ma anche sostenitori che alleggeriscono il peso della tua fatica. Su di te, regista, gravano diverse responsabilità, quindi devi avere attorno persone di cui ti fidi ciecamente, collaboratori che amano il progetto come lo ami tu. Maestranze. Sì, senza quelle è impensabile riuscire.
Chi si occupa di fonica e luci con cognizione di causa, che sa il fatto suo.
Chi costruisce scenografie ad arte, senza che abbia bisogno di sollecitazioni, anzi spingendosi più in là di giorno in giorno, proponendoti soluzioni e idee continuamente (da quando mi sono imbattuta in Sara Botti, tutto questo è diventato possibile: ha costruito aeroplano, pila di libri per il Geografo, lampione, cappelli, dipinto i costumi della Volpe e del Serpente).
Chi sa trovare oggetti e costumi e chi li costruisce con le proprie mani.
Chi si offre di dare una mano a trasportare, montare, facilitare le cose, aggiungere quel dettaglio così prezioso.
Come ho costruito Il Piccolo Principe per il palcoscenico.

5. Costruisci relazioni significative.
Difficile che un progetto ottimamente riuscito sia frutto di incontri casuali, occasionali o fugaci. Occorrono anni per arrivare alla squadra giusta. Diversi attori avranno quel particolare modo di interpretare un personaggio perché tu glielo hai insegnato, inculcando in essi allo stesso tempo la tua visione del fare teatro, il tuo metodo, lo stile, gli intenti.
Ama la tua squadra. Se ami i tuoi attori e le tue attrici, è perché senti che hanno assorbito la tua visione e seguono le tue orme. Sono parte integrante di te, tu sei parte integrante del loro percorso teatrale e devi costituire il perno attorno a cui tutto si muove e diventa possibile.
In altre parole, bisogna gettare le basi di un progetto permanente di "educazione teatrale", formando un gruppo di persone particolarmente versate nella recitazione, infaticabili, appassionate. A uno sguardo d'insieme, apparirà una sorta di telaio su cui prende forma, in anni di lavoro, una visione definita, riconoscibile, tua, in cui ogni spettacolo, ogni stagione è un puntello fondamentale.
Ecco come sono arrivata a costruire per il palcoscenico una delle storie più belle mai raccontate.
Lo spettacolo è stato dirompente, un'onda che ha emozionato e commosso.
Per impegni improrogabili devo interrompere il progetto, che sarà ripreso e proposto su altri palcoscenici dall'autunno (ne frattempo dovrò concentrarmi assieme ai ragazzi del laboratorio nella messa in scena dello spettacolo su Sherlock Holmes, per maggio).
Il successo di queste tre giornate ha aggiunto un tassello importante al percorso mio di regista e della mia mirabile Compagnia, molto altro c'è ancora da realizzare, nuove idee brulicano.
Per ora, ci soffermiamo a ricordare ciò che è stato, e quanto ci ha regalato questa esperienza.
Le foto sono di Renato Martino Bruno.
Come ho costruito Il Piccolo Principe per il palcoscenico.


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