Come leggere un racconto – Lezione Tredici

Da Marcofre

Il personaggio, e l’attesa, o forse dovrei scrivere il vuoto. In apparenza è vuoto perché non accade niente, ma questo solo se ci si affida a uno sguardo frettoloso. Che non legge davvero. Là dove non si scorge nulla di interessante, in realtà germoglia la consapevolezza.

Wes aveva una strana espressione.

Wes had this look about him.

Qui la storia sembra sospesa, c’è una sorta di vuoto appunto. Per molti lettori, tutti i racconti di Carver sono vuoti: non accade nulla, e finiscono quando sta per succedere qualcosa. De gustibus; anche se si potrebbe aprire una discussione su: cosa cerchiamo in una storia?

Forse siamo incapaci a cogliere i piccoli eventi, la bellezza (o l’orrore) che racchiudono, dopo decenni di film, telefilm e mediocri letture dove succede di tutto? È possibile.
Torniamo a “La casa di Chef”.

Wes aveva una strana espressione.

Dopo queste parole, si ha quasi la sensazione che nella stanza la cappa di disillusione, di rancore verso Chef assuma maggiore peso. Wes si alza dal divano, si muove verso la finestra. Resta lì a osservare il mare, si picchietta il mento.

Non te la prendere, Wes, gli ho detto.

Non te la prendere, dice lei, ha detto Wes.

In inglese:

Go easy Wes, I said.

She wants me to go easy, Wes said.

Già. È qualcosa che abbiamo già visto molte volte. Che probabilmente segna con forza la distanza con i racconti dell’Ottocento. Tolstoj e il suo “La morte di Ivan Ilic”, per citarne uno.

Là c’era la volontà di affrontare e forse risolvere il dilemma dell’uomo di fronte alla malattia, alla morte. Qui ci sono un marito e una moglie, e questa che dice:

Non te la prendere, Wes, gli ho detto.

Non te la prendere, dice lei, ha detto Wes.

Non è la morte della letteratura, bensì una sua evoluzione del tutto naturale. Dove i protagonisti non si battono per trovare il senso della vita. Ma sono alla disperata ricerca di un posto tranquillo in cui ritrovarsi: la casa di Chef appunto.

In fondo i dilemmi degli uomini e delle donne di Tolstoj nascevano all’interno di una società aristocratica che si poteva permettere di meditare sul senso delle cose ultime. Che guardava con sincera simpatia al popolo (anche se quella società era prigioniera di contraddizioni e politiche più “ideologiche” che pratiche).

Nelle storie di Carver abbiamo uomini e donne che tirano a campare. Però attenzione, questo abbassamento del livello (per molti è così, e sbagliano) nella letteratura, non può coincidere con la sciatteria o la mediocrità nella scrittura. Anzi.
Si sposa con una cura per le parole scrupolosa.

Questo brano del racconto rappresenta una manciata di righe. Non accade nulla. Wes si alza; si picchietta il mento, guarda il mare oltre la finestra, si spinge la camicia nei calzoni, si bagna le labbra.

Si parlano.

Nient’altro.

È un momento di pausa, di cui qualcuno potrebbe dire: “Ma serve?”.

La risposta veloce: “Se c’è vuol dire che serve”.

Quella articolata: “Nell’economia di una storia, il risultato finale arriva grazie al concorso di mille piccoli dettagli”.

Non è una scena indimenticabile. Non è il dottor Zivago che sul tram riconosce Lara che cammina sul marciapiede, e una volta sceso viene stroncato da un infarto.

È una scena necessaria. Wes non è più un personaggio, ma (come Edna, come tutti i personaggi e le storie riuscite), un essere umano. Ridiventa personaggio quando chiudiamo il libro, e ci occupiamo della cena. Mentre leggiamo, Wes è Wes, non un personaggio. È sul crinale di questa differenza che si gioca la partita. Riuscire a capirlo, e a renderlo, è un enorme successo.

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