Magazine Cultura

come un fiore nel marciapiede (Massimo Carlotto Il mondo non mi deve nulla)

Creato il 13 marzo 2014 da Frmagni

come un fiore nel marciapiede (Massimo Carlotto Il mondo non mi deve nulla)

Massimo Carlotto, Il mondo non mi deve nulla (e/o, 2014, € 9,50, pp. 106). Comincia così: un ladro su una panchina in una sera (d’estate?), in una Rimini placida e fuori dal tempo; si chiama Adelmo (già il nome…), sale su un terrazzo e si introduce in una casa a rubare (insospettabile destrezza) ma viene sorpreso dalla padrona di casa, stesa sul divano e per nulla intimorita. Lei è una ex croupier tedesca, lo guarda senza paura mentre lui le ruba cianfrusaglie e risponde al cellulare alla petulante compagna Carlina… C’è uno strano mix di realismo e insensatezza, in queste prime pagine, e non amo particolarmente la prosa zoppicante di Carlotto. Finché la donna, Lise, comincia a parlare. Allora il testo si fa teatrale e i personaggi “archetipi contemporanei”: lui, operaio di mezza età che ha perso il lavoro e non lo ritrova; lei, donna del bel mondo, felina e dominatrix attorno al tavolo verde delle navi da crociera, trionfatrice grazie alla menzogna e infine vittima della menzogna più grossa, quella delle banche a causa delle quali ha perso tutto.

Fra loro l’incontro è una sorpresa come l’erba su un marciapiede: e anche questo è topos odierno. Diversi per storia, cultura, natura, i due provano qualcosa che somiglia all’amore se amore è (e lo è) motore del “divenire” di ciascuno nella direzione di se stesso.

Adelmo mette a fuoco la propria natura – l’inclinazione alla vita tranquilla («se non mi avessero licenziato sarei vissuto e sarei morto senza nemmeno accorgermene»), la trappola di una relazione che non fa per lui. Lise, dopo una vita ‘d’azzardo’, sembra sapere  tutto di se stessa («Il gioco è fatica e magia. Esattamente l’essenza di cui sono fatte le donne. Per questo siamo migliori dei maschi e rendiamo decente questo mondo»), ha speso i suoi anni «a fottere il prossimo e ora non ha crediti da riscuotere», il mondo non le deve nulla: perciò vuole morire, ma non uccidersi, perché «il suicidio è un atto estremo di verità».

E qui arriva il nodo della trama che non posso svelare e che porta al finale in una narrazione che ha ormai svelato le carte: siamo a teatro, il teatro dell’esistere, dove i drammi ci sono eccome e la favola non li può lenire. Succeda quel che deve succedere, tanto qualcosa resterà: l’amore, per cominciare, in quella forma che non ha  a che vedere né con la prevedibilità della passione né con la retorica dell’affetto, ma con la bellezza incomprensibile del fiore spuntato nel marciapiede. Effimero e insensato, ma capace di schiaffeggiarti con la sorpresa, e cambiarti per sempre.

Vien da pensare che stia tutto lì il senso: che ci sia dato, almeno, di incontrarlo una volta.

-

Scritto da: Francesca Magni

-


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :